Flussi e confini

 
 
 

di Gian Andrea Franchi

 
 
 
 

La vita si svolge all’interno di un confine che definisce un corpo. La vita e l’impulso alla vita esistono all’interno di un confine, il muro selettivamente permeabile che separa il milieu interno dall’ambiente esterno. L’idea di organismo è imperniata sull’esistenza di tale confine. […] Se non c’è confine non c’è corpo e, se non c’è corpo, non c’è organismo. La vita ha bisogno di un confine. Io credo che la mente e la coscienza, quando infine fecero la loro comparsa nell’evoluzione, riguardassero innanzitutto la vita e l’impulso alla vita all’interno di un confine. In grande misura è ancora così” (António Damásio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000, p. 170).

Questa citazione di un neurologo filosofo mi rimanda a quell’altra di Butler, su cui ho già cercato di riflettere, e che ora cerco di sviluppare ulteriormente:

Poiché non vi è un sé senza un confine, e quel confine è sempre un luogo di relazioni multiple, non vi è un sé senza le sue relazioni. Se il sé cerca di difendersi da questa stessa intuizione, allora nega la modalità in cui esso è, per definizione, legato agli altri. E tramite questa negazione quel sé viene messo a repentaglio, poiché vive in un mondo in cui le sole opzioni sono distruggere o essere distrutti” (Judith Butler, Strade che divergono, Raffaele Cortina, Milano, 2013, p. 130)

Questo confine comincia a formarsi già nella fase uterina, che comporta anche il rischio del rigetto da parte del corpo materno del nuovo essere che si sta formando, percepito come estraneo/nemico (M. Soulé). Il superamento di questo rischio può forse essere letto come un primo corporeo atto d’amore materno che porta all’accoglienza datrice di vita.

Il confine è interno – fra io e sé –, ed esterno – fra l’io e l’altro. Anche il sé è una sorta di altro: è l’alterità interna. L’alterità interna – il sé – è intrinsecamente avvinto all’alterità esterna: la percezione emotiva e le immagini che ho di me stesso mi vengono dall’elaborazione, anche, spesso, conflittuale di quelle che gli altri mi rimandano. Confine interno e confine esterno rimbalzano l’uno sull’altro senza mai fermarsi in quell’oscillazione perenne che è la nostra esistenza. Qui sorge anche l’importanza fondamentale – elementare – del bisogno d’identità come bisogno di confine fra il sé e il non sé, che significa anche capacità di durare nel tempo come singolarità narrante, di mantenere una memoria storica di sé che resista alla corrosione inevitabile. Perciò il bisogno d’identità ha una forza straordinaria, paragonabile alla fame. È la fame culturale.

La vita è questione di confine e dunque anche la vita umana. Il confine, infatti, definisce la forma.
Il confine deve essere mantenuto poroso e flessibile, “luogo di relazioni”, appunto. Se il confine si irrigidisce e tende a chiudersi, o se viceversa tende a sciogliersi, abbiamo un processo patologico e la morte.

La gravissima patologia chiamata autismo aiuta molto a capire le dinamiche della soggettività. Il bambino autistico vive una condizione in cui il confine del suo Io oscilla continuamente tra liquefazione – la letteratura parla di angoscia di liquefazione o di annientamento, anche come memoria del primordiale vissuto intrauterino – ed estremo irrigidimento (si parla di pelle corazza). È interessante che

la pelle di questi bambini è al tempo stesso inesistente e impermeabile. … È una pelle senza funzioni di filtro, senza punti di scambio fra interno ed esterno”, al punto che “molti bambini autistici non si ammalano fino al momento in cui il loro stato di isolamento diventa meno totale” (Suzanne Maiello).

Egli non ha acquisito la capacità transizionale (Winnicott) o di metaforizzazione del proprio vissuto corporeo o di sua estensione al simbolico (Bion), cioè la capacità di condividerlo con altri, rimanendone perciò prigioniero. L’altro da sé provoca terrore, angoscia. Ma senza l’altro il sé non esiste e l’Io si dissolve.

La grande specialista di questa patologia, Frances Tustin, osserva che “sacche autistiche” possono essere largamente presenti anche in soggetti ‘normali’. Anzi, forse, il soggetto (molto o troppo) normale (normato), incapace di entrare veramente in relazione, trincerato dietro l’osservanza di schemi normativi, di cui Hannah Arendt ha indicato il prototipo nel tenente colonnello delle SS Eichmann, è proprio colui che ha “la crepa nel cuore” (Tustin).

Con il rimando a questa figura, divenuta l’immagine della banalità del male, entriamo agevolmente in una riflessione sulla storia. Possiamo vedere che non è altro che posizione di confini, in genere tramite la violenza. Confini di genere, di razza, di classe e via via confini di ogni tipo. È una constatazione anche troppo ovvia. Oggi possiamo ribadirla ogni giorno, anche nella forma più brutale del muro, da quello che spezzetta la Cisgiordania in mille frammenti all’ultimo, progettato dal governo ungherese ai confini con la Serbia. La stessa ragione dell’esistenza di ciò che chiamiamo potere è la posizione di confini che racchiudono identità: statuali, nazionali, etniche, razziali, individuali.

La paura della perdita di confini è la paura della perdita di forma: la paura più grande. È, anzi, l’angoscia per la costante presenza della mortalità nella vita. Ogni confine può essere varcato o può sciogliersi. Ogni forma può dissolversi. La vita è posizione di confini, di forme, ma anche la loro dissoluzione. È tras-formazione.

Ogni cultura si definisce per una sua propria posizione di confini. Ma tutte le culture, che pure sono sempre frutto di molteplici scambi, hanno normalmente in orrore la dissoluzione dei confini. Probabilmente, è per questo orrore ontologico che gli elementi concreti, fisici, che sono vettori di dissoluzione e finiscono con il rappresentarla simbolicamente suscitano particolare ripugnanza oppure orrore, sono considerati contaminanti e contaminati, impuri, osceni (fuori della scena sociale). Così il sangue mestruale, i liquidi del parto e, in minore misura, le feci.

Del resto, più in generale, il sangue è confinato nella rete delle vene e la sua dispersione è sempre indizio di pericolo e l’acqua deve essere imbrigliata fra sponde o raccolta: altri esempi del rapporto confini/flussi.

Anche le emozioni intense, le passioni, sono flussi che devono essere culturalmente imbrigliate e che vengono socialmente utilizzate: messe al lavoro.

La dissoluzione, tuttavia, è necessaria: è il passaggio verso altre forme di vita. Ma il passaggio è sempre rischioso. Da qui il perenne tentativo di imbrigliarlo nei riti di passaggio, fondamentali in tutte le culture. Nella civiltà moderna e contemporanea, correttamente detta capitalistica, al posto dei riti c’è un potente dispositivo che si chiama denaro (cui accennerò in seguito).

Particolare rilievo in tutte le culture ha il passaggio delle donne dalla fase prepuberale alla pubertà attraverso la comparsa del flusso periodico di sangue. “È stato sostenuto in modo convincente che la terrificante condizione di tabù, uno stato sacro e impuro allo stesso tempo” sia sorta appunto in rapporto alla condizione mestruale della donna (W. Lederer, Ginofobia: la paura delle donne, Feltrinelli, Milano, 1973, p. 33).

One class of tabu is invariably present and occupies an even more fundamental place in uncultured communities than any other for their whole organization is fonde upon them. Those are the tabus referring to women and to sexual intercourse…. These are invariably the most strictly observed of all the tabus of primitive humanity. All over the world, not only among savane but also among peoples on a far higher cultural plane, the forms of tabu attaching to mestrual women are similar”. (The moon and menstruation: a taboo subject. Selected extracts from Robert Briffault’s The Mothers, edited by Hilary Alton, A Radical Anthropology Group Publication, University of East London, London, pp. 9-10, consultabile qui)

Se un uomo ha giaciuto con una donna durante le mestruazioni, e ne ha scoperto la nudità, ha messo a nudo la fonte del suo sangue: siano messi a morte entrambi in mezzo al popolo” (Levitico, 20, 18). “Secondo il Talmud, se una donna mestruante passa in mezzo a due uomini, ne uccide uno” (W. Lederer, cit. p. 34).

Innumerevoli sono i miti e le leggende che narrano del pericolo rappresentato dalla donna mestruata. Nella sua opera The Mothers, Robert Briffault ne dà una lista di venticinque pagine, che pur dice incompleta.

“la paura del sangue mestruale si estende a quello che presumibilmente ne deriva: la gravidanza […] se una donna è stata fecondata e partorisce un maschio sarà impura per sette giorni… se partorisce una femmina sarà impura per due settimane” (Levitico, 12, 1-5)” (Lederer, cit., p. 38).

Questa repulsione orrifica nei confronti del sangue mestruale, considerato il simbolo stesso di ogni impurità, è certamente legato al fatto che esso è l’indice della capacità femminile di riprodurre la vita – ciò che l’uomo vorrebbe controllare attraverso il controllo della donna: la vita fluente che sfugge ad ogni controllo – e che implica anche il rischio della nascita: il passaggio di confine per eccellenza.

Quella gelatina tremolante che si elabora in fondo alla matrice… evoca troppo da vicino la molle viscosità delle carogne e l’uomo se ne scosta con un brivido. Ovunque la vita si fa strada nella germinazione, nella fermentazione suscita schifo, perché la vita si fa sfacendosi; l’embrione mucoso apre il ciclo che terminerà nella putrefazione della morte” (S. De Beauvoir, Il secondo sesso, cit. in Lederer, cit. p. 38).

Vita, morte, trasformazione: la trasformazione è un passaggio fra vita e morte nell’oscurità del tempo. Gli elementi della trasformazione sono osceni, fuori scena, fuori forma. Generano un sacro orrore, perché devono essere accettati, se la vita deve continuare, ma non sono controllabili. Sfuggono sempre.

In misura minore, sono oscene anche le feci, che ugualmente indicano una trasformazione vitale (c’è anche un’intera letteratura sulla valenza simbolica delle feci, soprattutto in relazione al denaro; ho in mente Ferenczi, Fachinelli, Parinetto). La materia fecale, tuttavia, segnala la conclusione del processo di disfacimento della forma, una conclusione, una fine, anche se poi, ritornando nel ciclo naturale, fa anch’essa parte di un inizio e serve per rendere più fertile la terra. Ma non segnalano un inizio, la possibilità di nuove vite racchiusa nel corpo mestruato della donna. Sta in questo il carattere dell’orrore che esso suscita, pregno di sacro timore. L’uomo, che pur possiede la donna, deve allontanarsene, secondo tutte le tradizioni, durante il ciclo o dopo il parto, come ci si allontana da qualcosa di pericoloso. Forse il peculiare timore che suscita il ciclo mestruale è legato alla percezione orrorosa del mistero della vita in esso racchiuso?

E qui conviene accennare alle innumerevoli tradizioni della pericolosità della donna, culminanti in Europa, nei secoli della caccia alle streghe, che giunge fino alle soglie dell’epoca contemporanea.

Una dimensione d’inquietudine, di Unheimlich, rimane anche in un Freud, quando ammette che la donna sfugge all’indagine psicoanalitica: “è un dark continent” (definizione suggestiva che mi fa venire in mente il conradiano Heart of darkness). Ernest Jones, nella sua biografia, riporta che Freud disse una volta a Marie Bonaparte: “Il grande problema che non è mai stato risolto e che non sono ancora riuscito a risolvere, malgrado i miei trent’anni di ricerche sull’animo femminile, è: ‘cosa vuole la donna’?” (E. Jones, Vita e opera di Freud, Garzanti, Milano, 1977, vol. II, p. 503).

Ho accennato prima di sfuggita al rapporto feci/denaro. A me interessa qui stabilire un rapporto fra un’altra materia organica, che nel disfarsi contiene in sé il farsi di nuove forme, e il denaro, questo potentissimo strumento di gestione, di governance, sociale.

Il denaro, infatti, è un elemento fluido – in se stesso un passaggio, come il sangue mestruale, un mero scorrere, che s’incorpora nelle diverse monete, ma tutte le supera in una corsa senza fine, come la vita stessa. È divenuto, oggi più che mai, la suprema espressione dell’androcentrismo (al punto che può superare, senza batter ciglio, anche il patriarcato). Mi viene da dire che il denaro realizza una sorta d’invidia maschile della capacità generativa della donna, manifesta nel flusso mestruale, essendo anch’esso un flusso che imita quello della vita. Con esiti opposti.

L’insistenza ossessiva sulla ‘crescita’, che oggi domina la nostra cultura, mi sembra una parodia tragica della vita come nascita, quindi crescita, rimuovendo il dato ontologico che essa è anche morte, cioè finitezza della crescita. La civiltà del denaro è dominata dall’angoscia della morte, dal suo spasmodico rifiuto, che produce morte, ma una morte cattiva, non accolta e pensata.

L’enorme prevalere del denaro è avvenuto storicamente proprio perché esso è lo strumento più efficace per controllare e insieme esorcizzare la differenza: la differenza qualitativa, il passaggio differenziante, la tras-formazione, l’inizio/fine, ma forse soprattutto l’inizio. Il denaro riduce tutto al quantitativo, all’indifferente, cioè al sempre uguale, al ripetitivo. In tal senso, il denaro ha qualcosa del rito di passaggio, che esorcizza l’angoscia. Il denaro è liquido – ‘liquidità’ è anche un termine tecnico in economia –, imita, riducendola al quantitativo, la liquidità della vita, il sangue, l’acqua. È una rincorsa disperata per afferrare l’inafferrabile. Il denaro, nella smisuratezza che oggi lo afferra, è disperazione e morte.

Riducendo tutto al quantitativo, il denaro rinnega la vita, che è differenza qualitativa, che trova la sua manifestazione più intensa nell’amore per l’unicità di ogni essere. Infatti, se la ‘cultura’ ha un senso per la vita in generale, può essere il rispetto per la singolarità, per l’unicità, per ciò che si manifesta una volta sola.

Il denaro, come orizzonte di senso della nostra civiltà, è dunque portatore di morte. Sembra realizzare ciò che Freud chiamava pulsione di morte (Todestrieb). Più precisamente, essendo divenuto il denaro – questa rarefatta potenza del simbolico maschile – l’oggetto per eccellenza del desiderio, trasforma il desiderio, che nasce come desiderio di vita, in desiderio di morte.

Basta guardarsi intorno.

La civiltà del denaro, che oggi impera sul globo, realizza il dominio della parte sul tutto, cioè di una parte degli esseri umani, l’uomo inizialmente, ma poi, a cascata, di alcuni uomini su tutti gli altri. Ma il dominio della parte sul tutto è ciò che, in patologia, si chiama cancro o tumore.

 
 
 

Gian Andrea Franchi. Anziano reduce del ’68, si occupa di filosofia. Di recente, ha pubblicato una biografia filosofica di Carlo Michelstaedter (Una disperata speranza, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, Milano, 2014). Suoi contributi sono apparsi su questo blog qui e qui. Cerca di non accettare il mondo in cui viviamo così com’è – orrendo.

 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

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