Genealogia

 
 
 
di Angelo Calvisi
 
 
 
 

Come è noto, Oreste Alteri nacque nel 1769 a Bodiùlo Paludengo, nella piana del Mònago, a poca distanza dalle sponde meridionali del lago di Como. Bodiùlo Paludengo, paesotto conosciuto fin dal medioevo per il mercato del bestiame e per l’importante ruolo avuto nello smista­mento in tutta Europa della produzione laniera autoctona, venne di­strutto dal terribile terremoto del 1802[1] e fu per questo successiva­mente abbandonato da Oreste e da tutti gli abitanti sopravvissuti al si­sma. A Bodiùlo Paludengo e nei piccoli centri limitrofi la famiglia Alteri affondava radici profondissime. Attorno al 1730 il nonno di Oreste, Lui­gi, possedeva una florida fattoria per la produzione della seta, con il mulino ad acqua – il cosiddetto torcitoio e molte pertiche di terra dove erano piantati centinaia di alberi di gelso. Gli Alteri erano impegnati nella filatura del prezioso tessuto da almeno due secoli e il padre di Oreste, Serafino, fu tra i primi a trasformare l’attività artigianale, legata (come dicono i libri che trattano l’argomento) alla figura del mercante-proprietario, in qualcosa d’altro, ovvero in un sistema manifatturiero il cui nucleo fondante era rappresentato dalla fabbrica, un vero e proprio modello produttivo che, dall’area del Comasco, dal Piemonte e dalla To­scana, si diffuse rapidamente nel resto del mondo.

Serafino, nonostante il nome, fu un uomo scapestrato e, a quanto pare, privo di qualunque scrupolo. La sua esistenza fu caratterizzata non soltanto dalle brillanti intuizioni imprenditoriali, ma anche e so­prattutto dalle malefatte di cui restano tracce in diversi archivi notarili della zona e nei registri di quella che fu la parrocchia di sant’Eufemia di Bodiùlo Paludengo, registri attualmente conservati presso la curia arci­vescovile di Millèremo. Il suo nome, inoltre, compare in molte sentenze che oggi (previo appuntamento) possiamo consultare all’Archivio di Stato di Panazza. È proprio in virtù di tale vasta messe di documenta­zione che possiamo ricostruire con una certa dovizia di particolari la vita di Serafino, che nacque nel 1738,3 primogenito, e che fu l’unico ma­schio della nidiata di Luigi, comprendente anche Lodovica, Scolastica e Gertrude, quest’ultima morta in culla quando non aveva ancora com­piuto un anno di vita[2]. A tale proposito è interessante (e sconvolgente) riportare quanto scrive don Gioacchino Assandri, prevosto di Sant’Eu­femia, il 12 aprile 1746. Leggiamo il registro parrocchiale: “Celebrate oggi le esequie della piccola Gertrude Alteri. Il molto commendevole signor Oreste e la povera signora Clara davano strazio a vedersi. Il maggiore dei figli, Seraffino (sic), di otto anni d’età, ha scapricciato per tutto il tempo della funzione e mi parve che a tratti, mirando il feretro, sinistramente sorridesse”.

Mai come in questo caso l’adagio popolare secondo cui il buongior­no si vede dal mattino trova la sua ragione d’essere. Dopo quella prima, funesta manifestazione del suo animo malvagio, Serafino visse un’ado­lescenza violenta, fatta di aggressioni e prepotenze. A farne le spese erano quasi sempre i figli e specialmente le figlie dei contadini della zona, e a cercare di porre rimedio (se un rimedio, in casi come questi, può essere contemplato) intervenivano i denari di famiglia. Nel suo re­gistro il notaio Avanzini scrive: “Addì 25 settembre 1753 la signora con­tessa Claretta Gattoni, possidente, consegna a compare Scovazzo Danie­le, fittavolo nel podere di san Giorgio, la somma di mille scudi d’argento in qualità di risarcimento per il danno arrecato alla di lui figliola Roset­ta da Alteri Serafino, con la promessa che ciò non avverrà più”. Rosetta Scovazzo, figlia di un fittavolo e anch’essa, verosimilmente, contadina, doveva avere colpito molto l’eccitata fantasia di Serafino visto che, poco tempo dopo, una nota recante la data del 15 febbraio 1754 e rinvenuta in uno scartabello del medesimo notaio Avanzini così recita: “Ancora una volta il dimonio che ha nome Serafino Alteri ha assaltato la Rosetta. Il padre di lei voleva farsi ragione da sé, e c’è voluta tutta per convin­cerlo ad accettare i duemila scudi”[3].

Pare di vederlo, il diabolico Serafino, e pare di percepirne l’arrogan­za e l’ingordigia, che furono i tratti distintivi anche del suo operato di imprenditore, come testimonia la circostanza per la quale, dopo l’as­sunzione da parte del giovane Alteri del pieno controllo dell’attività[4], tutti i mulini, tutte le fattorie, tutti i setaioli vengono eliminati dal qua­dro produttivo della piana del Mònago, se è vero, come è vero, che im­provvisamente il nome di questi ultimi scompare dagli elenchi tributari per ricomparire nelle liste dei lavoratori della fabbrica di Serafino. Che intanto, nel 1766, prende moglie. La sposa è la contessina Francesca Gagliardo, l’autrice del Canzoniere dei mesi di maggio che grande suc­cesso ebbe nella seconda parte del Settecento e che garantisce alla Ga­gliardo un ruolo non secondario nella storia della nostra letteratura. Non fu un matrimonio felice, e alle pene di moglie di Francesca si allu­de, sebbene in via allegorica, in più di una parte del Canzoniere[5]. Fran­cesca e Serafino generarono un unico figlio, e qui, finalmente, siamo giunti all’argomento della nostra esposizione. Oreste, nato come abbiamo visto nel 1769, dalla madre trasse la nobiltà dei sentimenti trasmettendo a sua volta il proprio aspetto fisico al purtroppo celebre discendente, come si può evincere dal dagherrotipo che lo ritrae in tar­da età e che è veramente impressionante per la somiglianza[6]. Ad una prima analisi, nulla dal vaso del padre è stato versato nel vaso del figlio. Oreste era morigerato tanto quanto il padre era predatore. Concreto e impulsivo negli affari il genitore tanto quanto astratto e studioso e riflessivo era l’erede. A Oreste, nato nell’anno in cui James Watt inventa la macchina a vapore, interessa la tecnologia, la scienza e quel nuovo, misterioso fenomeno fisico chiamato elettricità. Fu infatti Oreste, nel 1780, ad appena undici anni, a erigere a Bodiùlo Paludengo il primo parafulmine e pare, ma questa ipotesi non è suffragata da alcun ele­mento oggettivo, che fu il suo decisivo apporto teorico a suggerire al professore di Fisica Sperimentale dell’Università di Pavia la chiave per ideare la bilancia elettrometrica. Quel professore rispondeva al nome di Alessandro Volta e Oreste fu uno dei suoi studenti migliori, come lo stesso Volta afferma nell’introduzione alla sua Memoria secunda sul­l’elettricità animale, arrivando a preconizzare l’Alteri come proprio successore alla prestigiosa cattedra.

Le cose, come sappiamo, non andarono esattamente così. La costi­tuzione della Repubblica Cisalpina (1797) da parte del generale Bona­parte allontanò o meglio impedì a Oreste di proseguire la carriera uni­versitaria. I funzionari che il futuro Imperatore dei Francesi collocò nei gangli più importanti del prestigioso ateneo, infatti, erano naturalmen­te ostili all’intera famiglia Alteri e a tutti coloro che erano in qualche misura “compromessi” con i gruppi aristocratici locali. Ma la vera svol­ta nella vita di Oreste, che per qualche anno cercò senza troppo entu­siasmo di impegnarsi nell’attività industriale assieme all’ormai anziano padre, fu rappresentata dal luttuoso evento del 1802. Fu a seguito del già ricordato terremoto che Oreste decise di abbandonare i luoghi in cui era nato. Il padre Serafino e la venerata madre Francesca uccisi dal sisma, l’Opificio Setario Alteri ridotto in macerie: Oreste rivolse il suo sguardo a Est, oltre le Alpi, e più precisamente alla città austriaca di Sa­lisburgo, che in quel periodo, sotto la reggenza dell’arcivescovo Hiero­nymus dei conti di Colloredo, stava conoscendo un periodo di grande fervore artistico, scientifico e culturale. Oreste fu accolto nell’ambiente accademico di Salisburgo con grandi onori e gli fu anche offerta la cat­tedra di Osservazioni Sistemiche della locale università e tuttavia, an­che in questa circostanza, gli eventi presero presto tutta un’altra piega. L’arcivescovo Hieronymus, che aveva fin da subito dimostrato simpatia per l’Alteri, nel 1803 fu costretto a dimettersi dalla reggenza e l’arcive­scovado fu secolarizzato con la creazione del Granducato di Salisburgo che ebbe vita breve prima di passare sotto l’amministrazione di Vienna. Oreste, a quel punto, non rientrando più nelle grazie del Granduca, at­traversò un periodo di comprensibile smarrimento e in una lettera spe­dita all’amico Melchiorre Opizzi (oggi conservata al fondo Alteri della biblioteca di Panazza) esprime addirittura il proposito di prendere i voti. Siamo nel 1805 e il resto è storia assai conosciuta. Oreste viene assunto come insegnante di Scienze Matematiche presso il Collegio di santa Rita, dove incontra Christine, vedova del funzionario bancario Ernst Mazer e madre di Herbert, uno suoi allievi più brillanti. Si sposa­rono meno di anno dopo e nel corso del tempo, come è stato fin troppo divulgato, il cognome degli Alteri fu germanizzato prima in Halter poi in Hadler fino a giungere alla forma definitiva che è tristemente famosa, ovvero quella di Hitler.

Ma torniamo ancora per un momento ad Oreste. Proseguì nel suo lavoro di insegnante e divenne uno dei precettori più richiesti dall’alta società salisburghese. Ebbe una vita lunga, fu un marito affettuoso e Christine una moglie devota. I loro figli, Alexandra, Elisabeth e Conrad, assieme a Herbert, li amarono e onorarono entrambi e nel febbraio del 1849, pochi mesi prima di lasciare questo mondo, Oreste indirizzò una lettera[7] all’adorato nipote Sigmund, figlio di Conrad. In essa il quasi ottantenne Oreste scrive: “Ragazzo mio, credimi! Questa è la cosa più importante: non fare mai del male al proprio prossimo. Quanto a me, posso dire che spero di esserci riuscito”.

Non sapeva, Oreste, non aveva considerato che il destino segue noi uomini e ci perseguita anche dopo che ci siamo affacciati sull’abisso della tomba.

 
 

[1]                  Il sisma che squassò il nord Italia la notte del 24 marzo 1802, e che ebbe come epicentro la valle del Mònago, provocò la morte di 3943 persone (4212 secondo altre fonti meno accreditate). Bodiù­lo Paludengo, che pianse 1321 morti, fu il centro abitato più duramente colpito.

[2]                  Dalla morte della sua figlia più piccola, Luigi Alteri non si riprese mai. La seguì nella tomba sedici mesi dopo, all’età di quarantuno anni. La moglie di Luigi, Clara Patrone, parente molto alla lontana di Papa Clementino IV, si risposò presto con il conte Guido Gattoni, discendente di un antico casato caduto in disgrazia dopo aver sostenuto la Francia contro le pretese espansionistiche di Vittorio Amedeo II di Savoia. Benché sereno, il matrimonio tra il conte Guido e Clara non fu allietato dalla nascita di altri figli.

[3]                  Vale la pena di precisare che Leopoldo Barbieri, nel suo trattato Sull’allevamento dei bovini (1759), scrive: “e per un buon toro da monta […] non spendasi più di 500 scudi d’argento”.

[4]            Il primo documento al riguardo è l’atto di acquisto di un terreno da parte di Serafino, atto recante la data del maggio 1764. Nel medesimo terreno, ubicato in quella che oggi si chiama contrada Legnarello, l’anno successivo verrà eretto l’Opificio Setario Alteri.

[5]                  Si rimanda, a mero titolo d’esempio, ai sonetti Voi che ascoltate nelle notti piane (LIII), Lacrima, dissi, e lacrimando venne (LXXIX) e, soprattutto, Per dubbio della mente a quale posa (CV).

[6]            Il dagherrotipo, che il ramo Gattoni della famiglia non ci ha concesso (per motivi comprensibili) di riprodurre, è datato 1845 e fu opera, con ogni probabilità, di Joseph Petzval.

[7]                  Anche questa lettera è conservata nel già menzionato fondo Alteri di Panazza.

 
 

Angelo Calvisi, nato a Genova nel 1967, divide i suoi interessi tra la scrittura e la recitazione. Il suo ultimo romanzo, Un mucchio di giorni così, è uscito per l’editore Quarup nel 2012. Per i pennelli di Roberto Lauciello ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del graphic novel Sulla cattiva strada, ispirato alla vita di don Gallo, uscito per Round Robin nel maggio del 2014. Su questo blog ha pubblicato tre racconti inediti (vedi qui, qui e qui) e un dittico poetico (qui). Nel corso del tempo, in qualità di attore, ha collaborato con registi come Fiammetta Bellone, Gianluca Valentini, Paolo Dotti e Paolo Pisoni. Di questi lavori sono reperibili in rete inquietanti tracce. Lavora per una cooperativa sociale genovese e nel tempo libero disegna casette (e le colora con gli acquarelli).

 
 

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