La sirena delle cinque

 
 
 

Nell’aprile 2015 DeriveApprodi ripubblica dopo dodici anni – con l’aggiunta di due testi fino a ora inediti, Mio fratello, un operaio e TifoLa sirena delle cinque, libro di Barbara Balzerani, apparso originariamente per i tipi di Jaca Book nel 2003.

Filo rosso di questi sedici racconti è la testimonianza di una umanità che non può e non deve essere resa innocua né ridotta al silenzio.

Con distacco e misericordia, senza difendere né giustificare posizioni, scelte, Barbara Balzerani non solo entra nella terra della propria infanzia, ma rende partecipe il lettore anche del proprio presente, costituito financo di figure che popolano il carcere (l’autrice ha militato nel Movimento Studentesco, in Potere operaio e nelle Brigate Rosse, è stata arrestata nel 1985, poi condannata all’ergastolo ed è infine tornata in libertà nel 2011).

sirenadellecinque_Copia di CopertinaIn Casa, il racconto che apre la raccolta, l’io narrante ripercorre il passato della propria famiglia operaia, riandando con la memoria a quell’abitazione a pochi chilometri dalla Capitale che l’ha visto bambina in un “paese-fabbrica” (p. 15) degli anni Cinquanta.

“Ecco. Ce l’ho davanti agli occhi quella mia prima casa. Piccolo mondo che cominciava e finiva attorno a un’azienda di prodotti alimentari all’ingrosso, la ditta Sodani, proprietaria anche delle case oltre che del lavoro dei suoi dipendenti. Ditta a conduzione familiare. Curiosa definizione per indicare la ferocia di quella specie di corpo a corpo che incarnava i rapporti di lavoro al suo interno”, p. 15.

Raccontare dunque è qui dire di un mondo diviso tra chi comanda e chi serve:

“Durante il giorno «la signorina» stava alla cassa e presiedeva, armata della sua temibile penna, al destino di tutti noi. Aveva, quella donnetta fragile, il potere di determinare, con i risultati delle sue lunghe colonne di cifre, se, alla fine di ogni mese, rimanesse a nostro attivo qualche soldo per quell’acquisto così necessario e sempre rimandato.”, p. 18.

E, leggendo le righe seguenti, viene il sospetto che l’essere umano abbia addirittura la possibilità di scegliere se comandare o servire, come se il mondo non fosse dato, ma andasse comunque costruito:

“Non voleva avere un posto di comando sugli altri operai, soprattutto su quelli più anziani. Diceva che se avesse voluto fare il carabiniere si sarebbe arruolato nell’Arma. Non ha fatto carriera, mio fratello”, Mio fratello, un operaio, p. 39.

Dimensione collettiva e personale si fondono durante l’attraversamento del passato da parte di chi conduce la narrazione: la famiglia, le amicizie, l’Italia del dopoguerra con le sue trasformazioni, i ritratti di chi non accetta la realtà così com’è, non costituiscono mai solo il resoconto di una vicenda privata, intima, particolare, da rendere qui icona e simbolo degli oppressi. C’è piuttosto l’ascolto di esseri umani resistenti che sono oggetto di negazione da parte di ogni potere e che sono qui narrati nella loro realtà umana con lucidità, ammirazione e durezza, fuori dalla retorica e dall’intenzione di dare una voce – magari la propria – a chi voce non ha (“Sapevo che c’erano, ma la loro era una presenza sbiadita. Nessuna di loro avrei rivisto sui banchi dopo le elementari, qualcuna sarebbe sparita anche prima. Creature bollate, nate in tempi feroci in cui ancora non si scrivevano lettere alle professoresse né si cercavano motivi di ingegno e di orgoglio tra gli ultimi banchi”, Polveri, p. 55).

Si legge il racconto di donne e uomini in carcere, che vorrebbero appartenere al mondo di chi è potente (“Voglio essere come voi, mi risponde asciutta, risoluta a non aggiungere altro”, Ritorni, corsivi nel testo, p. 62); che resistono e mantengono la propria dignità, magari anche solo in quanto corpi; che portano in salvo o si riprendono ciò che è stato loro strappato; che poi escono dalla prigionia ma non riescono ad essere liberi; che si rifugiano lì dove nulla potrà più toccarli (“È tranquilla nella sua indecifrabilità in cui nulla può la scienza di chi, da anni, cerca di coglierne un indizio. Vive in un posto dove s’è resa invisibile e inavvicinabile per chi la conosceva”, Fuga, p. 66); che si abituano alla privazione e al sacrificio per un altro, per chi viene dopo di loro.

Non è forse errato asserire che La sirena delle cinque ingaggia anche un corpo a corpo con un’impossibile libertà, che è ogni volta un orizzonte e un modo di essere, e non un bene conquistabile, una proprietà:

“Non voleva che lo trattassero come un caso da catalogare nei loro schemi buoni per tutti e in cui le risposte stavano già tutte scritte. Come in famiglia, a scuola, in collegio, anche in carcere gli veniva prescritto un sistema di norme che altri avevano deciso per lui, a cui avrebbe dovuto consegnarsi passivamente o rifiutare in blocco, perché il programma non prevedeva regole nuove che comprendessero anche il suo modo di vedere.”, Uno, p. 84.

Di certo questo libro è un canto contro le coercizioni e le autorità esercitate sull’essere umano al fine di ridurlo a una parte, a un elemento di una macchina sicura, chiusa, chiara, folle e utile, dove non c’è spazio per viventi interi e contradditori, che creano la propria vita e che hanno il coraggio di non rimuovere il mostro che li abita fin dall’infanzia (“Ombra di un essere indefinibile, di cui avevo intravisto la sagoma deforme, l’andatura ingobbita o il ritrarsi lento di una zampa ferita anche lì, dentro la fogna.”, Casa, p. 19).

 
 
 

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