La congiuntura

 
 
 

di Milo Busanelli

 
 
 
 

Tullio Bassi si svegliò con il mal di schiena e adocchiò la finestra chiusa. Nel giro di attimi poteva alzarsi, fare pochi passi, aprirla e buttarsi. Ma un volo di due piani non era sufficiente; rischiava di rompersi una gamba e basta, rischiava di fare la figura del pirla con tutto il vicinato, di certificare la propria condizione di fallito. Poteva gettarsi di testa, ma rischiava di girarsi, atterrando coi piedi. Mugolò piano, indeciso se sdraiarsi di nuovo o fare colazione.

– Sei sveglio?
Camilla sbucò dalla porta socchiusa con un paio di pantofole sbrindellate.
– Ha chiamato Gianni.
– Chi?
– Gianni Locati.
– Ah, quello. Cosa vuole?
– Stasera ha chiesto se usciamo.
– Gli hai detto di no, vero?
– Gli ho detto di sì.

Tullio mugolò più forte. Poteva buttarsi dal tetto, erano dodici metri almeno, forse più, poi si ricordò di una storia letta sul Reader’s Digest, un uomo caduto da un elicottero, rimasto in coma per mesi, che alla fine ce l’aveva fatta. Già s’immaginava tutto sfasciato, ma ancora vivo, la possibilità di ricominciare sempre più remota, la stima della moglie, la poca stima che rimaneva, volatilizzata, la vergogna della figlia al punto da non volerlo più vedere, il vicinato a spettegolare per mesi, per tutto il tempo della degenza, a ogni sua apparizione dietro i vetri, sì, perché non sarebbe più riuscito a scendere le scale e l’ascensore non c’era.

Tullio si rizzò in piedi e fece un mugolio di circostanza, che non l’aiutò a formulare alternative, poi si spostò in cucina, dove Camilla era affaccendata a sgrassare il forno. Della colazione neanche l’ombra. Sul pavimento volavano batuffoli di polvere e lei si preoccupava del forno, puliva le scale e gli appartamenti degli altri, ma ignorava il proprio. Quando iniziava ad asfissiare, Tullio stesso ci dava dentro con l’aspirapolvere, quanto bastava per non sentire più la schiena.

– L’altra volta abbiamo speso trenta euro a testa. Sai che non possiamo permetterceli. Se almeno scegliessero una pizzeria qualunque…
– Non è come pensi. È una serata di beneficenza. Il ricavato va a quest’associazione e loro ci tengono parecchio, dicono che è importante, devono raggiungere il numero, altrimenti non se ne fa niente.
– Oh oh, i Locati ci chiamano per fare numero, loro che hanno tutti questi amici. Gli hai detto che la beneficenza dovrebbero farla a noi?
– Non dobbiamo sborsare un euro, solo ascoltare questo tizio che vende biancheria o qualcosa del genere, e intanto c’è un rinfresco, c’è altra gente, per una volta che possiamo uscire da questo buco…
– Chiedi a tua figlia. Io non ne ho voglia.
– Nostra figlia lavora.
– La sera?
– Quando capita. Nostra figlia è una che si accontenta. Fosse per lei…
– Anch’io mi accontento, mai detto di no a un lavoro, magari potessi lavorare la sera, anche sette giorni su sette. Fosse per lei?
– Lascia perdere.
– No, dillo.
– Continuerebbe a studiare. Gli mancavano solo due anni. Tu hai smesso di lavorare e lei ha smesso di studiare.

Tullio si diresse verso il lavello e prese una scodella dall’anta superiore, poi pensò che non tutto era perduto, che non doveva scoraggiarsi, che c’era ancora una possibilità: il tubo di scappamento. Ma il garage l’avevano venduto e doveva trovare un luogo fuori mano, uno di quei posti dove nessuno t’interrompe mentre soffochi nell’abitacolo, nessun eroe che venga a salvarti per comparire in un trafiletto della cronaca locale. Facile a dirsi, ma anche in una sterrata poteva sbucare un boscaiolo con sentimenti da crocerossino. E Tullio già s’immaginava con il cervello in pappa, ma ancora vegeto, trascinare i propri anni a letto con l’unica percezione del mal di schiena.

– Per stasera cerca almeno di raderti, siamo poveri ma non siamo barboni. Almeno, non ancora.

Gianni Locati si presentò all’ingresso del teatro parrocchiale di Viadana accompagnato dalla moglie Morena.

– Belle scarpe – fece Camilla.
– Sai, era da un po’ che Gianni voleva questi mocassini dei Fratelli Rossetti. Vero, tesoruccio? – e gli appioppò un bacio.
Tullio: – Entriamo?
– A dire il vero potevamo permetterceli anche prima, è vero che Gianni ha allargato lo studio e ha avuto qualche spesa, è vero che abbiamo comprato un divano nuovo… A proposito, l’avete visto?
Tullio: – Cosa?
– Beh, Gianni ha sempre paura di spendere troppo, ma allora cosa lavoriamo a fare? Voglio dire; i soldi servono a quello, no? A essere spesi, no? Ma Gianni è così – e giù un altro bacetto.
– Dai, entriamo. Tullio smania per vedere questi materassi – disse Gianni.

carrying-mattresses-1921E così furono dentro, altre coppie di mezza età a rifocillarsi al tavolo imbandito con una tovaglia di carta, le sedie verdognole e impolverate già disposte, sul palco un sudario a nascondere il protagonista della serata, tranciato dall’ombra del microfono, le casse che lanciavano versi striduli cui nessuno prestava attenzione, impegnati com’erano ad afferrare l’ultima fetta di prosciutto affumicato, osservati dai dipinti naïf di santi e martiri, appesi con chiodi arrugginiti alle pareti un tempo bianche, negli angoli ammuffite, qua e là scrostate, in basso segnate dalle suole di giovani impenitenti, per non dire delle ragnatele a prova di ramazza. Tullio non aveva fame, ma il mal di schiena non l’aveva abbandonato.

– Signori, sta per iniziare. Sediamoci laggiù, vi va? – propose Gianni.
– Caro, mi raccomando, aspetta a sederti che do una pulita, quei pantaloni li ho portati in lavanderia ieri, sapete, lui è così sbadato – e lo sbaciucchiò al volo, mentre prendevano posto.
– Belle scarpe davvero.
– Dovreste vedere il divano. Costa un occhio, ma ne è valsa la pena. Vero, amoruccio?
– La verità è che lavoro troppo. E la sera sono stanco. Anche stasera sono stanco. Fortuna che le scarpe sono comode.
– Ma le sedie no, eh. Mica come il nostro divano. Dovreste sedervi sul nostro divano. Di vera pelle. Ve l’ho detto quanto abbiamo speso?
– Sono scamosciate? – chiese Camilla.
– Non so, ma il commesso ha detto che sono le migliori. Fratelli Rossetti. Ma Gianni se le merita, chi lavora sodo se le merita un paio di scarpe così.
– E mi merito anche una moglie come te?

Mentre i due si stampavano la faccia di baci salì sul palco un signore sui sessanta, gobbo non si sa se per vecchiaia o per timidezza, addosso un completo di quando pesava dieci chili in più, che parlava a mezzo metro dal microfono. Solo i convenuti della prima fila, della seconda al massimo, capirono quello che diceva, ma qualche brandello di discorso arrivò a tutti: Associazione Vittime della Crisi, rete di solidarietà, impegno profuso, grazie della partecipazione.

A sostituirlo un giovanotto imberbe, sulla camicia bianca la stampa “Cosmoflex”, che subito levò il sudario scoprendo un materasso avvolto nel cellophane, poi si arrotolò le maniche, i polsi esposti allo sguardo dei presenti, che a Tullio ricordarono un’altra possibilità: tagliarsi le vene. Sdraiarsi nella vasca d’acqua calda e farla finita con un gesto energico del cutter. E se si fosse spezzato durante l’operazione?

– Lattice naturale al cento per cento. Antibatterico. Anallergico. Antidecubito. Traspirante. Antistatico. Indeformabile.

Meglio usare un coltello da cucina, il più affilato che avevano, ma sarebbe bastato? Non lo sapeva; lui non preparava da mangiare, ma poteva provarli e scegliere il migliore. E se non avesse spinto abbastanza a fondo? Ricordava di aver letto su Focus che per morire dissanguati l’ideale è tagliarsi un’arteria del collo. Ma quale?

– Il lattice degli altri fa la muffa. Il lattice degli altri fa sudare d’estate. Il lattice degli altri è talmente pesante che dovrete chiamare un carro attrezzi per spostarlo.

Forse per essere più sicuri era meglio una pistola, puntarla alla tempia e sparare, infilarla in bocca e sparare, mirare al cuore e sparare. Ma lui non aveva una pistola e la trafila burocratica del porto d’armi gli avrebbe fatto passare la voglia.

– Problemi di cervicale? Di digestione? Mal di schiena? Cosmoflex è certificato come dispositivo medico. Chiedetevi perché è il marchio più diffuso negli ospedali. Nei centri di cura. Negli alberghi di lusso. Sapete qual è il grado di soddisfazione dei nostri clienti? Signora, lei lo sa? No? Il cento per cento. Sì, avete sentito bene: il-cen-to-per-cen-to.

Morena guardò Camilla con fare complice, poi cercò di fare lo stesso con Tullio, ma non ottenendo reazioni si strinse più forte al marito, che si destò come dal sonnellino pomeridiano, controllò le nappe dei mocassini, quindi fece un gesto d’intesa verso i coniugi Bassi, Camilla rispose, Tullio continuò a fissare l’orologio da polso sospettando che fosse rotto, quindi balzarono tutti in piedi per applaudire.

– Chi si offre volontario?

Una ridda di mani alzate; alcuni le avevano alzate entrambi, altri, svantaggiati dalla statura, gridavano – Io! –, i più audaci erano già usciti dalla fila, pronti a prendere ciò che spettava loro di diritto. Nel brusio generale Tullio lanciò un’occhiata di rimprovero alla moglie.

– Tu non vai? – replicò lei.
– Io cosa?
– Ora che sei qui non vorrai tirarti indietro? – incalzò Gianni.

Detto fatto Camilla, approfittando della sorpresa, afferrò il braccio di Tullio e lo levò al soffitto. E prima che potesse rivendicare la forza di gravità, fu scelto.

– Sì, proprio lei.

Sotto gli occhi di tutti, già antipatico ai più, Tullio salì titubante sul palco e, con mille premure, fu fatto accomodare sul cellophane.

– Sta comodo, vero? Che materasso usa? Non mi dica: un materasso a molle tradizionali. Scommetto i dolori di notte. Beh, ora ha trovato la soluzione che fa per lei. Voi tutti l’avete trovata. Si può accomodare, Tullio. Grazie per aver apprezzato il nostro prodotto. E… dimenticavo: per chi compra il materasso due cuscini auto-modellanti in omaggio!

Dopo questa esperienza ne era certo: avrebbe preferito morire solo, al massimo un po’ di gente al funerale, tanto lui non se ne sarebbe accorto e anche a quello c’era soluzione, bastava scegliere una fine che lasciasse i segni, che non fossero presentabili, che non riuscissero a ricomporli, e tanti saluti agli occhi indiscreti.

– Quindi?
– Quindi cosa?
– Il materasso. Com’era? – indagò Camilla.
– Se non avessimo un Tempur l’avremmo già comprato. Però penso che tra qualche anno lo cambieremo. Dicono che bisogna cambiarlo ogni dieci, ma io e quest’ometto irresistibile pensiamo che sia meglio ogni cinque, sei al massimo. Non si scherza con la propria salute.

Per farla breve Tullio non avrebbe mai speso tremiladuecento euro, pur essendo il prezzo di listino di cinquemila e la serata tanto speciale, non avrebbe speso gli ultimi risparmi per sostituire qualcosa che già possedeva, non l’avrebbe fatto nemmeno se avessero insistito, se l’avessero costretto. Semplicemente gli sembrava stupido.

Ma poi Camilla disse che ne valeva la pena, che avrebbe guarito il suo mal di schiena, che quello su cui dormivano era vecchio, in un angolo persino annerito, che aveva fatto la buca, poco mancava che saltassero fuori le molle. Gianni aggiunse che dividendo il prezzo per le ore di sonno non era questa gran spesa. Morena concluse che il ragazzo era simpatico.

Tornando a casa con un assegno in meno, lui che quel blocchetto non l’aveva portato, si accorse che il motorino della figlia era parcheggiato in cortile. Mugolò in silenzio, quindi si avviarono all’ingresso.

– E ora come facciamo?
– Non ti preoccupare. Hai sentito cosa ha detto? Dieci, quindici giorni al massimo, e avremo il nostro materasso.

Entrando scoprirono che la luce non funzionava. Lei aveva scordato il cellulare. Lui non l’aveva mai comprato. Di svegliare la figlia manco a parlarne.

Avanzarono tentoni nel buio.

 
 
 

Milo Busanelli. Nasce nel 1981 nella montagna reggiana, si laurea in scienze della comunicazione e diventa addetto stampa per un ente locale. Da giovane ha realizzato cortometraggi e ricevuto alcuni riconoscimenti. Quindi ha scritto tre sceneggiature per lungometraggio, finaliste al Riff e al Sonar (dove ha vinto una borsa di studio). Infine si è dedicato ai racconti, che ha pubblicato su #self, inutile e Nazione Indiana e con cui è stato selezionato al concorso 8×8.

 
 
 

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