I luoghi non attendono nessuno

 
 
 

Non ci sono esperienze privilegiate. Nemmeno il viaggio, o il racconto di esso. Nessun luogo si conquista. I luoghi non esistono per essere capiti. I luoghi non attendono nessuno.

Dunque il racconto di un luogo non può che essere il resoconto di uno smarrimento: “il canale è un deserto senza riferimenti, non c’è corrente, e se non fosse per le piante piegate, non sapresti dire se scappi dal mare o se ci vai incontro”, p. 69.

L’accettazione dell’indicibilità dei luoghi libera dall’ansia di possesso: “Qui c’è nulla, Piet. E se c’è nulla ti accorgi che non c’è angoscia; un posto che non è un mucchio e non è un vuoto; un molo che non è né terra né mare”, p. 27.

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Di più: i luoghi, se riconosciuti come illeggibili, possono aiutare ad abbandonare l’illusione di onnipotenza, ad accettare l’idea che ogni vita è un quotidiano perdersi, dissiparsi: “È un lavoro di sottrazione, si sparisce piano piano, mica di colpo. Tu ci riesci bene, Piet. Il desiderio di non lasciare nulla è un progetto che io, raccontandoti, potevo solo rovinare”, p. 28.

Allora i luoghi tornano amici proprio nel loro non offrire appigli, punti riconducibili al noto: “Ma prova a tornare? Non torni mica. Vai, qui vai sempre, e ogni volta è un posto nuovo”, p. 34.

E così il camminare, al pari del leggere, da presunto strumento di conoscenza si riduce ad azione meccanica: “L’occhio si fa arido, un po’ come quando leggi un libro, salti le pagine e fai finta di niente. Sai che procedi perché lo senti nel passo, nella suola malandata, nel fruscio come di canneto del gore-tex”, pp. 98-9.

Viene da pensare che Marino Magliani, parlandoci del Noordzeekanaal, ci stia in realtà parlando di ben altro limite tra noto e ignoto: “Questa è la frontiera. Prima e oltre c’è l’esilio. Ma dove inizia esattamente l’esilio? Fin dove si estende una possibilità di sopravvivenza?”, p. 67.

 

(Marino Magliani, Il canale bracco, Fusta Editore).

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

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