Diario minimo dei giorni

 
 
 

Dopo una curiosa vicenda editoriale, Diario minimo dei giorni, romanzo scritto da Franco Loi (1930) a metà degli anni Cinquanta, viene pubblicato per la prima volta nel maggio 2015 dalla casa editrice Hacca.

Senza togliere al lettore il piacere della gustosa nota introduttiva firmata dallo stesso autore, si può accennare al fatto che Elio Vittorini aveva accettato di far uscire il libro nella collana I Gettoni di Einaudi, invitando però Loi a rivedere prima della pubblicazione il testo e a mettere mano ad alcune sue parti. La riscrittura non sarà tuttavia poi ben accolta da Vittorini, il quale se da un lato rimprovererà a Loi di aver creato un nuovo romanzo, dall’altro si metterà a disposizione per indicare al giovane le opportune modifiche. Loi però non riconsegnerà più il manoscritto a Vittorini ed esso rimarrà inedito fino a oggi.

HACCA_Loi_OKMC2-1Diario minimo dei giorni (il cui titolo sostituisce quello originale, Dal diario di una medaglia d’oro) è il racconto di un mese della vita di un impiegato, il signor Dini, nella Milano del Dopoguerra, tra Viale Brianza, Via Teodosio, Piazzale Loreto e Corso Buenos Aires.

In queste pagine, Dini fa partecipe il lettore della propria quotidianità, divisa tra ufficio e casa, registrando non senza ironia gli eventi minimi che capitano nella sua esistenza di uomo normale. Sposato con Lina e padre di un adolescente che si chiama Luigi, il protagonista, di cui non si conoscerà mai il nome, ci parla di sé dal proprio punto di vista, probabilmente omettendo e ricostruendo particolari, riuscendo però al contempo a non disperdersi in sfoghi e morbosità, sempre in agguato nella dimensione diaristica.

Ciò che sorprende di questo piacevole romanzo è la sensazione di essere tenuti legati nel corso della lettura a un continuo trattenere, schivare, nascondere la verità da parte della voce narrante; il lettore si interroga su ciò che sente e pensa veramente Dini, che parlando di sé fa mostra di essere vittima di incomprensioni e ingiustizie sul luogo di lavoro e di dover subire l’insoddisfazione della moglie, gravata dalle incombenze dell’intera gestione familiare e desiderosa di avere accanto un marito più ambizioso, ricco e rispettato.

“«Sai Lina cosa mi è capitato oggi? Indovina un po’…» ho cominciato, entrando in cucina. «Sì, sì, cerca di cambiar discorso… Tanto sono io quella che deve tribulare. Una tovaglia nuova che ci vorranno tre o quattro mila lire!» «E non va via a smacchiarla?» ho voluto persino chiedere. «Sicuro che va via! Ma, intanto, io devo faticare… Voi ve ne fregate, voi! Quando avete mangiato e bevuto e vi siete fatti servire… Quella che sgobba sono io!»”, pp. 92-93.

Tra il ridicolo e meschino ambiente impiegatizio e le schermaglie con Lina –“macchinalmente solitaria”, come forse direbbe di lei Giovanni Giudici (Le ore migliori, v. 50) –, che non nasconde di sentire il tempo fuggire via, a un certo punto Dini si troverà a far ruotare la propria esistenza attorno a una medaglia d’oro, promessa e poi ricevuta come premio alla carriera da parte dei superiori.

“Mi daranno una medaglia. Quando il Cavaliere mi ha dato la lettera, me ne stavo con la lettera in mano e non ce la facevo più né a leggere né a muovermi. «Sarà contento, no?» ha detto il Cavaliere, facendomi capire che aveva da fare. Il signor De Rossi invece ha detto, che quasi non si sentiva: «A chi altro, se non a lei?» «Si figuri… Un impiegato come me… Anche lei… Non è che io» Ho stretto la mano al signor Medardi con molta effusione. Anche adesso, rileggendo la lettera, mi vien voglia di stringere la mano a tutti.”, p. 91.

Non si guasterà la sorpresa al lettore svelando lo strepitoso finale, che mette a nudo con grande forza la verità di Dini e il suo sguardo sulla vita.

Forse non si cade in errore se nelle pagine di Franco Loi si ravvisano l’atmosfera e l’ironico e preciso dire che saranno di un altro poeta già citato, Giovanni Giudici, più vecchio di Loi di sei anni; specialmente ne La vita in versi (1965) pare di riconoscere il mondo che fa da sfondo alle vicende del Diario minimo dei giorni (“cerco una casa comoda, un riparo/al mio pane privato per la vita/che resterà, comprata col denaro/necessario a comprarla, non finita”, Una casa a Milano, vv. 17-20; “Una sera come tante (quante ne resta a morire/di sere come questa?) e non tentato da nulla,/dico dal sonno, dalla voglia di bere,/o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,/né dalle mie impiegatizie frustrazioni”, Una sera come tante, vv. 15-21).

La vita piccola di Dini si muove infatti tra il tentativo di non essere uno fra tanti, di essere notato e riconosciuto nella propria unicità, di ricevere ciò di cui ha diritto e, al contempo, il desiderio di appartenere a un luogo protetto, privo di conflitti, immutabile, in cui non esistano padroni e servi, in una “grigia innocenza” (Una sera come tante, v. 35).

Esempio di satira sociale che demistifica la sacralità delle istituzioni con un piglio bonario e mai stizzito, regalandoci un’immagine nitida sebbene non univoca dell’Italia negli anni che seguono la fine della guerra, Diario minimo dei giorni è la testimonianza di una umanità media, disorientata, costretta nel quotidiano, legata alle cose più che alle idee, ma non ancora ossessionata dalla completezza e dalla disinvoltura nel maneggiare la realtà, incerta, piuttosto, e goffa, incantata dal mondo:

“Ci siam messi a ridere tutt’e due. Siccome per il freddo mi faceva un po’ male la mano, ho passato l’ombrello sulla sinistra e ho ficcato la destra in tasca per scaldarla. La via Martini era ancora più bella e silenziosa. Un ragazzo giocava nella neve, davanti ad una villetta, con un bel cane lupo. Alla villa delle suore era ferma una giardinetta coi parafanghi e la cappotta coperti d’un leggero strato di neve. I cancelli parevano candidi arabeschi, dietro cui il giardino, la villa, la scalinata del collegio s’indovinavano appena sotto il manto farinoso”, p. 137.

 
 
 

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