L’amico del deserto

 
 
 

Pubblicato nel 2015 da Quodlibet nella traduzione di Marino Magliani – il quale ben restituisce nel ritmo avvincente del dettato l’incalzare degli eventi –, L’amico del deserto è un romanzo di Pablo d’Ors (del quale è stato recensito su questo blog Biografia del silenzio) che ruota attorno un’esperienza di apprendistato all’assoluto.

Pavel, un uomo di quarantadue anni, voce narrante della storia, chiede di potere fare parte di una associazione di amanti del deserto, di cui viene a conoscenza leggendo sulla quarta di copertina di un libro il nome del fondatore di questa, il professor Ladislao Pecha di Brno.

cover dors deserto alta vTuttavia, appartenere a questo gruppo riunito sotto il segno di una passione insolita (“Si trattava piuttosto di un’istituzione al servizio di un ideale abbastanza ampio perché ci si potesse riconoscere in molti e, nello stesso tempo, abbastanza specifico perché le porte non fossero aperte indiscriminatamente a chiunque. Presto avrei imparato che non veniva ammesso nessuno che cercasse tra gli Amici soltanto una via di fuga o un modo per allontanarsi dalla vita quotidiana”, p. 35) si rivela un’impresa tutt’altro che priva di ostacoli. Il protagonista dovrà infatti fare i conti non solo con un ambiente ostile, popolato da individui ambigui e dai comportamenti incomprensibili, ma anche con il proprio disorientamento.

Bisogna ricordare infatti che il controcanto agli eventi di questa confessione dal sapore avventuroso è rappresentato dalle domande che Pavel pone a sé stesso, e che regalano un’interessante immagine della relazione tra ciò che accade e ciò che il protagonista vive, quasi a voler mostrare (senza spiegare) quelle zone di vuoto e di interruzione della continuità illusoria che apparentemente rende uniformi, contigui e univoci il mondo e l’esperienza che si ha di esso:

“Dove andare o trovare qualche pretesto e scusarmi? Cosa sarebbe avvenuto durante quella giornata e in quella casa che, secondo quanto specificava, era proprietà dell’associazione? E, soprattutto, fino a che punto doveva arrivare il mio interesse per il deserto perché costoro (ma chi erano?) mi giudicassero persona di fiducia e degna di credito?” (p. 27).

Solo quando Pavel accetterà di non capire, di non conoscere gli obiettivi e gli scopi delle azioni altrui, anche nei propri confronti, potrà prepararsi per incontrare nuovamente il deserto, che la prima volta è per lui fonte di delusione. Sempre accompagnato dal ricordo della figura e del volto di Charles de Foucauld, egli sentirà una forte attrazione per le fotografie del deserto che custodisce a casa propria e che desidera guardare incessantemente.

Se durante il primo viaggio il vuoto del paesaggio è l’occasione per toccare con mano la reazione umana (di rabbia, di impotenza, di suscettibilità) di fronte a questo nulla che riconduce ogni cosa alla giusta dimensione, nelle successive incursioni saranno l’esperienza del limite del corpo di fronte alla natura e della salvezza a segnare la vita del protagonista.

Allo stesso tempo, agli occhi di Pavel, il deserto non incarnerà più soltanto un luogo fisico, bensì costituirà un modo di essere al mondo che il vivente può imparare a fare proprio:

“[…] Mi aspettavo che Shasu mi domandasse qualcosa o che raccontasse qualche storia. Invece no: rimanemmo in silenzio per quasi mezz’ora. In seguito compresi che quando un arabo ti invita a sederti accanto a lui ti propone esattamente ciò che ha detto: cioè star seduto al suo fianco e non conversare, come pensiamo noi europei. Personalmente è la cosa che preferisco, visto che non mi va a genio la gente che parla troppo. Per fortuna gli abitatori del deserto sono piuttosto silenziosi. Si direbbe che non hanno il deserto solo negli occhi, ma anche nel cuore.”, p. 101.

E se talora viene il sospetto di rinvenire in questo romanzo, che è occasione di una piacevole lettura, qualcosa di troppo maneggevole, disinvolto ed esemplare (come se fosse possibile rispondere al vuoto, come se fosse necessaria una compensazione alla sospensione che esso crea, grazie a un’impresa edificante), non si può negare che questo libro ha il merito di ricordare la vera misura dell’umano, la cui scoperta, pare suggerirci d’Ors, è nella possibilità di ciascun uomo.

Forse attenersi alla propria misura consiste per ciascuno di noi nel vivere, cioè nel perdere tutto (“[…] la vera estasi […] può sbocciare soltanto dal perdersi e dal vuotarsi che ogni deserto sembra evocare e invocare”, p. 124); nel non nascondere e rimuovere la nostra natura contraddittoria (“[…] Sentivo che così come nel deserto sono possibili le più grandi contraddizioni – terra arida dove brillano le oasi più splendide della faccia della terra, terra ardente e gelata allo stesso tempo – così coesistono in me tutti gli opposti immaginabili”, p. 125) e nel liberarla dai controlli rassicuranti della ragione, dal desiderio di identità e dalle richieste (“«Voglio ridurre le mie necessità all’indispensabile e abbandonare ogni pretesa. Voglio ritrovare l’animale che è in me, amarlo, dargli una possibilità»”, p. 136).

 
 
 

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