Handke, il fungo e la regola

 
 

di Luigi Ramenghi

 
 
 

Prima del Saggio sul cercatore di funghi. Una storia a sé non avevo mai letto niente di Handke. Mi ci sono imbattuto mentre cercavo altro, così come nei funghi s’imbatte l’anonimo protagonista di questa storia da me purtroppo letta in traduzione (ossia grazie all’edizione Guanda 2015, versione di Alessandra Iadicicco, del testo che in tedesco suona Versuch über den Pilznarren. Eine Geschichte für sich, pubblicato nel 2013 dall’editore Suhrkamp).

Da tempo non mi capitava un libro così pieno di respiro e di aria. L’ho aperto con l’intenzione di approfondire il tema del diritto, del quale anche per lavoro mi occupo. Il diritto funziona – opinione mia – per categorie, separazioni. Ma nella categoria “funghi” rientrano creature molto diverse tra loro e comunque non scientificamente riconducibili né al regno vegetale né a quello animale. E se sfuggono alle categorie, queste creature il diritto non le ama.

Sarà dunque casuale, da parte dell’autore, l’uso romanzato, cioè anomalo, del genere “saggio”?

 

new doc 6Il legame tra il protagonista e i funghi nasce da necessità economiche: da bambino li raccoglie per venderli. “Prima di allora, colui che in seguito sarebbe diventato un fanatico dei funghi non si era spinto in mezzo alla natura che per un nonnulla. Proprio un nonnulla: e cioè, di regola, il semplice stormire, frusciare, mormorare, o anche solo bisbigliare degli alberi. Era per questo che non si addentrava propriamente nel bosco o chissà dove, piuttosto si accovacciava lì, ai margini, e se ne restava lì accovacciato, dando le spalle agli alberi, davanti a lui nient’altro che la campagna vuota”.

Già in queste prime righe (alle pp. 12 e 13 dell’edizione italiana) spunta una delle parole più frequenti del testo: “regola” (e suoi derivati: “regolare”, “regolarmente” ecc.).

Rispunta infatti a p. 14: “Una specie di luce arrivava in compenso da ciò che si poteva trovare sul terreno, a volte seminascosto nel muschio. Quanto più spesso il bambino si addentrava nelle selve oscure, tanto più veniva accolto da quella luce, ancor prima di aver trovato alcunché, sì, molto prima, anche in seguito, quando magari i posti buoni dove trovare qualcosa non c’erano nemmeno – da quella luce tra il muschio veniva dunque regolarmente tratto in inganno”.

Stiamo parlando di uno “non del tutto normale” (p. 15), che di lavoro farà l’avvocato.

 

Questi brani mostrano inoltre il particolare rapporto con il tempo di questo “saggio”, dalla linearità o progressione non assente ma complicata, reticolare, a micelio: se la narrazione avanza con l’avanzare dell’età del cercatore, ogni passo in avanti – cioè ognuno dei paragrafi in cui si divide-moltiplica il testo, separati-collegati rispetto agli altri tramite spazi bianchi – contiene analessi e prolessi che fluidificano la struttura e trascinano chi legge nell’andirivieni della vita e del corpo del protagonista.

“Una volta, nel folto delle foreste montane, gli era riuscito d’imbattersi in un posto che sembrava non essere ancora mai stato individuato da nessun cercatore di funghi […]. Quel posto poi, nella sua immaginazione, si rivelò non solo un angolo fruttuoso, bensì un intero paese, giacché la terra dei funghi si estendeva per ore e ore” (p. 28). Questo passo illustra anche il rapporto del testo con lo spazio, analogamente al passaggio sulla “testa di fungo marcescente, stillante, puzzolente fino al cielo” di p. 35.

Se no questo non sarebbe un libro pieno di respiro e di aria. Addirittura mi ha fatto pensare a Verso la foce di Celati, o a Don Chisciotte o ad Amerika, o al Conte di Kevenhüller di Caproni: ne ricorda lo strano senso di libertà e di oppressione insieme…

 

“Insieme” è una parola-chiave del libro, sebbene non appaia. D’altronde il protagonista sogna di sparire. Ma sparire come? Nel bosco, ok, ma non soltanto: “Se in genere era tanto smanioso di sapere, di se stesso e del suo futuro non voleva sapere nulla”.

Addirittura il cercatore la pensa così: “Non vi è nulla di tragico per noialtri”. Noialtri chi? Quelli come lui, gli speciali, gli eletti? O quelli come lui e il narratore (suo amico d’infanzia), provenienti da un’imprecisata regione tedesca i cui abitanti pare godano di una – comunque speciale – “capacità di accettazione”? (Citazioni da p. 38).

 

Pure senza tragedia, una sfiancante e quasi maledetta alternanza tra sapere e segreto, socievolezza e solitudine, marchia la vita di questo cercatore, che raggiunge una certa età accumulando mogli e non figli. E trascurando i funghi. Finché trova la donna giusta, quella “con cui fare sul serio”, “da mettere al sicuro” (p. 45). Una – e chi legge non ne resta sorpreso – della sua stessa terra d’origine.

Con lei dà presto alla luce un bambino.

“Prega per me” chiede all’amico narratore.

Sa di spirare fiducia agli altri, eppure di se stesso ha paura.

Comincia a questo punto, p. 47, la “storia a sé” menzionata nel titolo.

 

Anzi no, comincia qualche settimana prima, come viene precisato una pagina dopo. Comincia quando il protagonista attraversa i boschi vestito in giacca, cravatta e cappello. Cioè da fungo, verrebbe da commentare, seppure sarebbe inesatto perché il cappello lo tiene in mano, tipo paniere. Va da casa alla capitale, dove lo aspetta la moglie incinta, neanche fossimo in una favola. Percorre spaziosi boschi cedui, diversi dai fitti boschi di conifere dell’infanzia.

Qui il cercatore trova il primo porcino della sua vita, ci si creda o no.

Da questo momento una legge ne sostituisce un’altra.

 

Il porcino gli appare “in carne e ossa” e ad altezza occhi, cioè in “un punto molto erto del sentiero”. “L’oggetto, la cosa che gli stava davanti agli occhi, e al tempo stesso negli occhi, era descrivibile. Essa però, o esso, di per sé non aveva alcun nome, o almeno non ce n’era nessuno che in quel momento suonasse azzeccato” (p. 51). E tuttavia il porcino non aveva niente di leggendario: “anziché mettere in discussione la realtà […] rafforzava il terreno e in pari misura il chiarore del giorno” (p. 53).

Allora succede che l’anonimo protagonista ci si sdraia accanto, segno che ha trovato una nuova moglie, e al contempo che la parte anormale di lui ha preso il sopravvento.

Pur nell’eccessiva allusività, la scena tocca: il protagonista diventa “tutto orecchi, senza alcuna intenzione particolare”, come gli accadeva da bambino, ed ecco allora tutti i rumori tipici della natura contemporanea, stridore di motoseghe, rimbombo di superstrade e ronzio di aerei, con la conclusione che “ai passeggeri lassù nello spazio aereo non poteva succedere niente, non adesso comunque, non in quell’ora, non durante quel volo” (p. 58).

Non male per uno che sogna di sparire.

 

Il fanatico di funghi finalmente sente la propria vita “trasformarsi in materia” (p. 75). Andando per porcini conquista “la sua misura”, si sente “consolato” e “indomabile” (p. 76). E si sente parte della comunità dei boschi. Cercatori di funghi, passeggiatori, naturalisti, vagabondi, migranti. Viene da pensare ai passeurs dei libri di Biamonti. “A volte si sentiva tremare di fronte a quelle peregrinazioni di popoli, e a colui che un tempo era stato un misantropo ombroso, ripensando a tutto quel movimento di persone che custodiva dentro di sé, veniva il mal di testa” (p. 88).

Le parole “parte”, “sparire” e “separazione” potrebbero avere comune radice etimologica.

Il fanatico entra dunque in un mondo incompatibile con quello del diritto positivo?

Ma si tratta di un mondo senza legge?

Le stesse domande me le pongo in merito alla prosa che dice queste cose.

 

Il fanatico non diventerà mai micologo. Né scriverà il tanto vagheggiato libro sull’oggetto dei suoi desideri. Perché, lo sappia o no, la questione è politica: i cercatori di funghi non solamente rappresentano un “modello per una nuova società possibile” bensì sono “gli ultimi avventurieri dell’umanità”, forse “gli ultimi uomini” (p. 111). Devo desumerne che cercatori e cercati hanno qualcosa in comune? Sono insieme? In effetti quando appare il fungo sta sia davanti sia dentro gli occhi. Sia chiaro, queste riflessioni vengono da me.

Le proprie riflessioni il fanatico le sviluppa osservando il figlioletto in cammino nei boschi e costatandone la superiorità nell’avvistamento. Il che forse lo aiuta a sopportare la ritrosia verso gli altri umani, cioè la consapevolezza della rigida separazione tra lui e loro, genitori, compagna e figlio compresi. “Mai e poi mai, benché niente gli stesse più a cuore, sarebbe diventato una cosa sola con colui la cui alterità, parimenti bisognosa, gli stava davanti. Mai e poi mai sarebbe riuscito a far scomparire l’altro, l’altra, l’alterità nell’atto del divenire parte” (p. 86).

E vien da pensare che questi inserti di linguaggio astratto, filosoficheggiante, giustificano la parola “saggio” nel titolo.

 

Sul cercatore non resta molto da dire, se non che la sua ossessione lo rovina.

E il narratore?

Siamo a p. 131, dove chi ha raccontato la storia segna uno scarto, perché del periodo più terribile della vita del cercatore “si è già dato conto parecchie volte nei secoli passati, e sebbene quel periodo sia durato per diversi anni, posso ora farla breve nel mio racconto, che per di più dev’essere una mera ripetizione di quanto ha detto qualcun altro – e comunque non mi riguarda personalmente. Finora ho cercato di attingere alla «sorgente omerica» che Antonio Machado ha invocato una volta come modello per definire il ritmo e la tonalità di una narrazione. Per quello che verrà, devo dire, non è più questo il caso: essa sarebbe fuori luogo”.

Dobbiamo credere a queste parole?

E a quelle di p. 151, relative alla sparizione del cercatore, che il narratore non narra, anzi invita chi legge a figurarsi per conto proprio?

Questi trucchetti stringono, anziché allentarlo, il legame tra chi scrive e chi legge questo strano arioso soffocante libro. O quantomeno tra la voce che racconta e il mio orecchio interiore. Fin da subito, o quasi, mi è parsa una voce affabile, di una persona alla mano, dotata di grazia e competenza. L’ho ascoltata soprattutto per il piacere di supporre l’essere umano da cui proveniva.

 

Dunque non mi ha stupito che nel finale – chiamiamolo così – i due amici escano per una passeggiata nei boschi francesi intorno alla casa del narratore. Vagano tutto il giorno, giocano come bambini. A un certo punto addirittura montano due cavalli “e per un attimo una delle due bestie si trasformò in un asino” (p. 166).

Risanato il pazzo?

“Se aria, acqua, terra e fuoco sono i quattro elementi, il momento fiabesco valga come il quinto” (p. 170).

 

Chiuso il libro, del cercatore matto poco m’importa. La sua storia inverosimile e stereotipata non mi tocca. Ma restano impressi molti episodi, molte frasi, e l’attenzione dimostrata da chi ha scritto nei confronti di chi ha letto. E penso ai funghi e a chi li ama come a esseri anomali, plurali, confusi, diversamente giuridici.

 
 
 

Luigi Ramenghi è nato nel 1975 a Bologna, dove vive e lavora, come impiegato pubblico (settore giuridico), e dove, nello stesso quartiere in cui è cresciuto, abita con moglie e figlio. Ha scritto pochino e pubblicato pochissimo, giusto qualche racconto (vedi qui) e pagina saggistica (qui). Nel tempo libero si è occupato di ripubblicizzazione del servizio idrico italiano oltre che dello stato di salute dei corsi d’acqua del suo territorio, e anche di beni di comuni.

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

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