Misteri

 
 
 

“A quel punto Nagel si alza dal suo tavolo accanto alla finestra, posa il giornale e attraversa la sala. Non ha fretta, si muove silenziosamente, eppure attira l’attenzione di tutti. Si ferma accanto a Minuto, gli mette una mano sulla spalla, e a voce alta dice: «Se prende quel bicchiere e lo rompe in testa a questo cialtrone, le do dieci corone e mi assumo tutte le possibili conseguenze»”, p. 24.

Ecco come si presenta, in una delle prima pagine del libro, il protagonista di Misteri di Knut Hamsun (uscito per Iperborea nell’aprile del 2015 nella traduzione di Attilio Veraldi e con un’ampia postfazione di Claudio Magris): prendendo energicamente le difese di Johannes Grøgaard, soprannominato Minuto, bersaglio di ironie e prepotenze.

Il ventinovenne Johan Nagel giungerà in una cittadina norvegese vestito con un eccentrico abito giallo, in pugno un astuccio di violino e nel panciotto una boccetta di veleno. E vi giungerà per caso, come lo stesso Nagel dirà in uno dei suoi monologhi febbrili: “in effetti eri sulla via di casa, ma sei stato così colpito dalla vista di questa città – piccola e misera com’è – da mettersi quasi a piangere, di una gioia segreta e sconosciuta”, pp. 44-5.246_cover_alta

Non è dato di sapere chi sia questo Johan Nagel, né da dove provenga. Egli sarà mosso da impulsi contraddittori: all’interno di ragionamenti che appaiono scorati (“Farsi largo a gomitate col sudore della fronte per una manciata d’anni di umana esistenza, per poi morire in ogni caso!”, pp. 70-1) è facile assistere a repentini e radicali cambiamenti d’umore: “Era in uno strano stato d’animo, invaso dalla soddisfazione, con ogni nervo teso e una musica nel sangue. Si sentiva parte della natura […] L’anima gli diventò grande e sonora come un organo, non dimenticò mai più come quella dolce musica gli penetrò nel sangue” (pp. 71-2).

Nagel sarà non meno ambiguo nei comportamenti. Per esempio, dopo aver preso le difese di Minuto e avergli in seguito donato una somma di denaro, così lo tratterà in un successivo incontro: “«Voglio solo avvertirla […] che se dice una parola su quei quattro centesimi io l’ammazzo… l’ammazzo! Dio m’è testimone. Capito? […]», p. 141.

Questo individuo senza un’origine, senza una fedeltà a se stesso, del quale è dunque impossibile prevedere azioni e reazioni, farà la conoscenza della bella Dagny Kielland, fidanzata di un ufficiale di marina; se ne innamorerà e le dichiarerà apertamente il suo sentimento, nonostante l’impossibilità di modificare un destino, quello di lei, già segnato.

E proprio dell’innamorato irragionevole Nagel adotterà tutti i più frequentati espedienti: dal giurare amore eterno a un’altra donna nella speranza di suscitare gelosia in Dagny, al tenere comportamenti poco onorevoli che poi le confesserà (“«Ma che cosa non si arriva a dire e a fare? Ho perfino, e solo per amore, sparlato di lei, l’ho chiamata civetta e cercato di infamarla, solo per confortarmi e rifarmi perché so che per me lei è irraggiungibile»”, p. 187).

Eppure Nagel non si ferma a queste mosse che, esponendolo a un rischio ben calcolato, restano in fondo nell’ambito dell’autocompiacimento. Egli arriverà a uccidere il cane di Dagny: “« […] L’ho ammazzato io, gli ho dato del veleno perché abbaiava sempre quando venivo a darle la buonanotte sotto le finestre»”, p. 233.

E arriverà, soprattutto, a tentare di avvelenarsi: “Tutto è successo così velocemente che lui stesso non se n’è reso ben conto. A poco a poco i pensieri cominciano ad affollargli la mente, apre gli occhi e si guarda intorno smarrito. Dunque tutto quello che lo circonda, quegli alberi, quel cielo, quella terra, non deve vederlo mai più?”, p. 328.

Ma chi è, davvero, Johan Nagel? Chi è quest’uomo che cade sovente in palesi contraddizioni, è prodigo di racconti in cui confonde il vero con la fantasia, alterna slanci nobili ad atteggiamenti vili, momenti di grande euforia ad altri di aperta sfiducia in sé e nel mondo?

Dice bene Claudio Magris nella postfazione, quando scrive che il personaggio di Nagel, modernissimo per allora (il romanzo è del 1892), rappresenta l’“anarchico anti-borghese” che “nega il presupposto dell’etica borghese, l’unità e la continuità dell’io; […] Nagel disprezza la società e la massa, ma questo disprezzo è la maschera del nevrastenico e la sua arroganza aristocratica è il gesto difensivo della vittima”, p. 385.

Ma forse la figura di Nagel non si esaurisce nella critica al conformismo del proprio tempo.

Partendo dal titolo del romanzo, si può pensare alle vite degli esseri umani come a una serie di infiniti misteri, il proprietario di ciascuno dei quali trascorre l’intera esistenza nel tentativo di decifrarlo.

Nagel, invece, vive il proprio mistero senza sofisticazioni; e allora, così come la sua vicenda biografica è priva di coordinate, le sue giornate sono vuote di strategie.

E siccome non c’è vicenda biografica (per quanto all’apparenza coerente e solida) né strategia (per quanto all’apparenza vincente) che non si arresti al cospetto del Limite, vivere il proprio mistero senza tentare di risolverlo, anzi, coincidere col proprio mistero è, nel contempo, atto di estremo coraggio e di estrema onestà.

 
 
 

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