Lettere alla vicina

 
 
 

Il rumore ostacola la continuità tra sé e il mondo, è disordinato, imprevedibile, interrompe una possibile intesa, un accordo, un ritmo tra i viventi, quindi impedisce anche il pensiero e la creazione.

Ma il rumore fa parte del mondo della vita – di certo di quella umana – e per quanta distanza un uomo possa porre tra sé e il mondo, non potrà uscire ed escludersi da questa dimensione ingovernabile, disgregante, indesiderata.

Ecco che in queste ventitré lettere (pubblicate da Archinto nel 2015 nella traduzione di Francesco Bergamasco e curate e annotate da Estelle Gaudry e Jean-Yves Tadié) che Marcel Proust scrive e che talvolta fa recapitare persino per posta a Madame Williams, l’inquilina del terzo piano – il cui marito (destinatario di altre tre epistole) esercita la professione di dentista proprio nell’appartamento sopra la dimora dello scrittore –, il rumore appare in tutta la sua forza molesta come un impedimento al riposo e alla scrittura.

lettere alla vicinaNon si può in ogni caso dimenticare che la Parigi in cui vive Proust è la città industrializzata e già ristrutturata attorno alla metà dell’Ottocento dal prefetto Haussmann (che dà il nome al boulevard lungo il quale si erge il palazzo in cui abita l’autore), culla di artisti ma anche luogo di trambusto dove transitano carrozze e motori, area di flusso di grandi masse di gente, di incessante attività.

Tuttavia, sembra che il rumore, per uno scrittore che aveva fatto rivestire la propria stanza da letto di sughero con l’intento di insonorizzarla, rappresenti in queste lettere anche un pretesto per una relazione con il mondo, con l’altro, un’occasione per tenersi legati alla vita da parte di un uomo che vive a stretto contatto con la propria condizione di tristezza e di malattia.

Dalle parole di Proust si evince del resto che anche Marie Williams non goda solitamente di uno stato di salute invidiabile.

“[…] Mi rattrista sapere che nemmeno lei è stata bene. A me sembra normale essere ammalato. Ma la malattia dovrebbe risparmiare almeno la Gioventù, la Bellezza e il Talento”, lettera 7, p. 27.

Madame Williams è infatti più giovane di Proust di quattordici anni e, sebbene le lettere non siano datate, i curatori congetturano che esse siano state scritte tra il 1908 e il 1916 (nel 1908 Marcel Proust ha trentasette anni e Madame Williams, amante della musica e suonatrice di arpa, ventitré).

“[…] La sua salute, mi dice, va meglio e la sua vita è divenuta più bella. Ne sono davvero felice. Non posso dire altrettanto di me. La mia solitudine è divenuta ancora più profonda, e del sole conosco soltanto quello che mi dice la sua lettera. Essa è stata dunque una messaggera benedetta, e, contrariamente al proverbio, questa unica rondine ha fatto per me primavera”, lettera 15, p. 40.

Caratterizzate da una leggerezza e da una eleganza di stile davvero rare, non prive di ironia misericordiosa ed esagerazioni umoristiche, le missive di Proust, se di certo non nascondono esplicite richieste di una sospensione dell’instancabile e rumorosa operosità in casa Williams e invitano a un accordo tra vicini, sono di certo un’occasione per ospitare anche il racconto di sé, della scrittura altrui e della propria (della Recherche, in particolare, a cui lo scrittore sta lavorando), della distruzione portata dalla Prima Guerra Mondiale appena scoppiata, di fiori, di musica, di memoria e ricordi, degli affetti perduti e di conoscenze comuni.

“[…] Mi permette di raccomandarmi a lei e al Dottore per domani, Martedì, in merito al rumore (di primo mattino)? Oggi sono dovuto uscire in condizioni di salute più che precarie e ho molta paura per domani”, lettera 13, p. 37.

“[…] Ho sempre pensato che il rumore sarebbe sopportabile se fosse continuo. Dato che di notte riparano il boulevard Haussmann, di giorno rifanno il suo appartamento e negli intervalli demoliscono il negozio del 98 bis, è probabile che quando questa squadra armoniosa si sarà dispersa, il silenzio suonerà al mio orecchio così innaturale che, rimpiangendo la scomparsa degli elettricisti e la partenza del tappezziere, sentirò la mancanza della mia Ninnananna”, lettera 10, p. 31.

Se queste lettere da un lato svelano l’immagine di un uomo in preda ad attacchi d’asma e a malesseri, dall’altro restituiscono i lineamenti di una figura sempre attenta ad essere preparata, a darsi nella forma migliore – quasi che non ci fosse interruzione tra vita e scrittura (“[…] purché si potesse fare conoscenza con il personaggio come accade nella vita, dove le persone si scoprono soltanto un po’ alla volta”, lettera 11, pp. 32-33) – per incontrare gli altri, disposta all’empatia, a generosità e confidenze.

“[…] Siccome le faccio subire così spesso il contraccolpo dei miei problemi mandandole a chiedere, quando le mie crisi d’asma sono troppo forti, di procurarmi un po’ di silenzio – credo sia più che giusto, quando ho qualcosa di piacevole, di chiederle di condividerlo con me. Spero che vorrà accettare questi quattro fagiani con la stessa semplicità con cui glieli offro, senza cerimonie”, lettera 8, p. 28.

“[…] Non credevo che Dio potesse accrescere la mia pena, finché non ho saputo della sua. E mi sono tanto abituato, pur senza conoscerla, a prendere parte alle sue tristezze o alle sue gioie, attraverso la parete oltre la quale la sento invisibile e presente, che la notizia del suo Signor fratello mi ha profondamente addolorato”, lettera 17, p. 43.

Leggendo queste lettere viene il sospetto che persino l’aspetto più quotidiano e logoro dell’esistenza possa dimostrarsi vitale non appena acquisti la sua propria (e vera) forma.

Non si dànno mai come disperazione, il dolore e la sofferenza, sebbene spesso apertamente dichiarati, di Proust; la scrittura permette il distacco, il pudore, pur nella condivisione di esperienze e di vissuti.

Forse Marcel Proust allora non fugge l’esistenza, ma cerca di misurarla su di sé a partire dalle proprie parole e da un ritmo largo e capace, che ha il coraggio di distanziarsi dalla velocità, dalla frammentazione e dal rumore stordente, dall’eccesso disordinato di vita dei tempi esterni.

Perché, in fondo, pare suggerirci lo scrittore, ognuno vive soltanto la propria vita.

 
 
 

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