Ineffabile nostalgia

 

a Stefania Cella

 
 

Uscito nel marzo del 2015 per Archinto a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaș (traduttori rispettivamente delle parti in francese e di quelle in romeno), Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985 contiene una scelta di duecentotrentasette missive che Emil Cioran scrisse al fratello minore Aurel.

Il grande filosofo si trasferì in Francia nel 1937 e non rientrò più in Romania; i due Cioran si rincontrarono solo nell’aprile del 1981, a Parigi. Queste lettere testimoniano, intanto, proprio il solido legame tra Emil e Aurel, nonché il ruolo di fratello maggiore rivestito quasi platealmente dal primo: si mostra premuroso nei confronti di tutta la famiglia, si informa, si entusiasma o deprime per ciò che accade a congiunti e amici, dispensa consigli e addirittura invia periodicamente medicinali in patria suggerendone la posologia: “Prendi la vitamina C (contro l’influenza) unicamente al mattino”, p. 91.

Parallelamente, tutta la corrispondenza sarà attraversata da un forte sentimento di nostalgia per i luoghi natali.Ineffabile nostalgia

Ma a imporsi è soprattutto un altro stato d’animo, che nell’arco di cinquantaquattro anni affiora sempre pressoché identico e viene espresso con formule spesso simili anche a distanza di decenni; si leggano ad esempio due brevi estratti, uno di una lettera del 1946, l’altro di una del 1977: “Guardare da spettatore l’epoca che stiamo vivendo, mi basta a trarne conclusioni valide per ogni tempo” (p. 21); “guardare il mare non è forse più importante che lavorare?” (p. 127).

L’azione del guardare, si badi, non ha alcuna parentela col disimpegno né con quel nichilismo a cui Cioran è stato spesso (e frettolosamente) accostato; pare semmai l’esito di un percorso speculativo ed esistenziale le cui tappe traspaiono, benché in modo disorganico, anche dalle pagine di questo splendido libro.

Il filosofo, anzitutto, rifiuta qualunque interesse per la contemporaneità, come se concentrarsi sul transeunte sottraesse energie a questioni ben più essenziali: “Qualunque partecipazione ai tumulti temporali è tempo perso e vana dissipazione”, p. 22.

Altrove, egli sembra farsi indirettamente beffe di un superficiale attaccamento alla vita: “Talvolta, è vero, se ne ha abbastanza; ma occorre continuare, non fosse altro per provare a se stessi che si è capaci d’ostinazione o d’ironia” (pp. 22-3).

Proprio l’ironia è sempre adoperata da Cioran come strumento di demolizione di ogni sicurezza assunta come riparo: “il mio libro ha scioccato i credenti. Non si può accontentare tutti”, p. 55.

Ma più numerosi e incisivi sono i momenti in cui viene ribadita la sua indifferenza (venata di ostilità) all’esibizione di competenze e onori: “Un giorno t’invierò qualche estratto degli articoli scritti sul mio libro. Al momento, la mia «carriera» letteraria m’interessa pochissimo”, p. 95.

Cioran spinge ancora più a fondo la sua operazione di annientamento di qualsivoglia prospettiva egocentrica. Il solo apparire, spiega ad Aurel, è già umiliante: “L’altro giorno, hanno parlato di me in… televisione […] Ho rifiutato di partecipare alla trasmissione. Non appena ci si mostra, ci si degrada”, p. 91.

La curiosità verso gli accadimenti principali del proprio tempo, se intesi come punti luminosi della Storia, magari collegati fra loro da un senso univoco e stringente, gli è estranea: “M’intendo sempre meno con le persone di qui, che plaudono gli avvenimenti”, p. 105.

E la lettura non può in alcun modo incidere sulla realtà: “Si legge per non pensare, per dimenticare, insomma per darsi l’illusione di un’attività”, p. 125.

Ma allora cosa può salvarsi dalla furia demistificatoria di Cioran? Forse i gesti istintivi, che nascono senza pianificazione o pronostico, liberi dall’imperio della causalità: “Non tollero che le persone divertenti, i burloni, coloro che sono privi di convinzioni e che, in compenso, sanno raccontare storie e aneddoti”, p. 83.

In quest’ottica, il lavoro fisico è benvenuto poiché corrisponde a una pura adesione al ritmo del mondo; a un farne parte naturale, abbandonata ogni ipotesi manipolatoria: “Ho trascorso una settimana in una proprietà incantevole, dove ho lavorato di braccia. Infinitamente più sano e rigenerante di qualsiasi lavoro intellettuale. Riparare muri, porte, fare il muratore o il falegname – nulla di meglio per dimenticare la «storia» e tutte le sue conseguenze”, p. 149.

Siamo dunque tornati al punto di partenza: guardare senza intervenire non è manifestazione di passività né rifiuto della vita, ma al contrario la sua più piena accoglienza, se è vero che accogliere significa ricevere senza giudicare, e se è vero che ogni pur minimo atto, ogni pur minima reazione è sempre un tentativo di sovrapporre sé al mondo, un urlo disperato che segnali la nostra peculiare esistenza, come se il ritmo del mondo potesse mai accorgersene.

 
 
 

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