Lungo la costa

 
 
 

lungo la costaQuesto poemetto di Kenneth White, pubblicato da Amos Edizioni nel 2005 (ristampato nel 2012) e tradotto da Silvia Mondino, aspira a contenere ogni aspetto del reale; l’opera si muove infatti tra riflessioni e paesaggio, tra esperienza e conoscenza, tra natura e cultura, tra un luogo particolare (la costa occidentale della Scozia) e lo spazio largo della poesia.

In misura ancora maggiore rispetto a quanto ravvisato nei due volumi già menzionati in questo blog, La strada blu (viaggio in Canada) e I cigni selvatici (viaggio in Giappone), in Lungo la costa è proprio la poesia a rappresentare la dimensione in cui gli elementi appaiono in tutta la loro evidenza e le parti della realtà possono entrare in relazione in maniera insolita e vitale senza costringere l’esistenza in una forma rigida, per un dire che non sia mai separato dall’essere:

poiché la questione è sempre

Con questo primo testo (p. 19) ha inizio il poemetto, costituito di versi precisamente posizionati sulla pagina a seguire e restituire un movimento, quasi che la scrittura in questo modo potesse dimostrare con più forza tutta la sua materialità e spazialità; laddove prevale la sintesi sulla divagazione e sull’addizione, il componimento ispira negli occhi del lettore una stasi, un raccoglimento, un luogo chiuso dato dalla minor dispersione dei versi sul bianco della carta. Il componimento XXVI (p. 71) ne è un esempio:

anche a Parigi

Forse, la posizione non convenzionale dei versi esprime una caratteristica importante e ricorrente della scrittura e della poetica di White, cioè l’apertura, che si manifesta in un ritmo visivo, come lo è quello del paesaggio (“[…]quello che so/è quello che vedo”, vv. 9-10, p. 55).

E l’apertura è una forma di abbandono, di adesione al moto di ciò che ci contiene (la natura, l’universo), di coincidenza con la vita, di sospensione delle resistenze, della fine della ricerca del compimento di sé (“[…] poiché il nostro fine non è perfezione/ma forma naturale/in movimento”, vv. 3-5, p. 83).

Ecco che le poesie qui sono immagini e discorsi sospesi, confessioni – più che argomentazioni – che prendono avvio da verbi di modo indefinito (ad esempio, following, “seguendo”: v. 1, pp. 110-111; believing “credendo”: v. 1, pp. 38-39; being “essendo”: v. 1, pp. 112-113; living “vivere”: v. 1, pp. 20-21; ecc.) o da particelle che introducono all’improvviso spiegazioni (ad esempio, for “poiché”: v. 1, pp. 60-61; ecc.), da paragoni privi dell’esplicitazione di uno dei due termini a mostrare la pura relazione (ad esempio, like “come”: v. 1, pp. 32-33; ecc.), da congiunzioni che sottendono un discorso precedente (ad esempio, and “e”: v. 1, pp. 26-27, 28-29; also “anche”: v. 1, pp. 70-71; or “o”: v. 1, pp. 116-117; ecc.).

Un legame continuo e indissolubile pare essere il fuoco di questo pometto, giacché è il tutto – da pensare sempre come un divenire, un movimento e non come un monumento, come suggerisce White nella prefazione – l’orizzonte da cogliere con estrema precisione per un poeta.

E questo tutto, al contempo paesaggio e pensiero, visibile e invisibile, va oltre le specie viventi, tiene insieme le cose più distanti (“[…] poiché è possibile/vivere con le rocce/in unità di mente”, p. 127).

Libera dal vitalismo e lontana dalla celebrazione della forza e potenza delle pulsioni vitali, come dal potere della religione, nell’unione di spirituale e materiale la poesia di White canta la bellezza dell’imprendibile forma della vita (“[…] dentro la vita c’è la vita.”, v. 14, p. 51; “[…] il pensiero vivente/verrà di nuovo.”, vv. 9-10, p. 53; “[…] perché quando dipingo/so di essere nel mezzo/di qualcosa che vive.”, vv. 13-15, p. 55).

 
 
 

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