Oltre i Balcani. Questioni di confine

 
 
 

di Gian Andrea Franchi
 
 
 
 

Poiché non vi è un sé senza un confine e quel confine è sempre un luogo di relazioni multiple, non vi è un sé senza le sue relazioni. Se il sé cerca di difendersi da questa stessa intuizione, allora nega la modalità in cui esso è, per definizione, legato agli altri. E tramite questa negazione, quel sé viene messo a repentaglio, poiché vive in un mondo in cui le sole opzioni sono distruggere o essere distrutti” [Judith Butler, Strade che divergono, ed. Cortina, Milano, p. 130].

 

La citazione di Judith Butler mi sembra adatta a descrivere filosoficamente i Balcani e, più di tutto, Sarajevo e la Bosnia Erzegovina, in cui, secondo gli accordi di Dayton, l’elemento etnico è fonte di legittimità. Come, peraltro, in tutta la ex-Jugoslavia. Come, peraltro, nello Stato d’Israele. Non a caso, la citazione è tratta da un libro in cui la filosofa statunitense di origine ebraica fa i conti con questa sua origine e, quindi, con la problematica indotta dall’esistenza di uno Stato che si definisce ebraico e fa di questo ebraismo la sua cifra e la sua legittimità. Con questa problematica, a suo tempo, si era già confrontata un’altra filosofa di origine ebraica, Hannah Arendt.

Il fascino del panorama di Sarajevo, vista da uno dei colli che la circondano, è dato dalla successione di minareti e campanili, di edifici e monumenti di differenti culture – turco-islamica, mitteleuropea, ebraica, socialista – che formano il volto accattivante di quella città allungata fra le alte colline ancor folte di vegetazione e seminate di mine della valle della Miljacka. Sarajevo è città di “relazioni multiple”, che ancora oggi modellano lo spazio urbano, per secoli convissute con alterne fortune, ma giunte ancora vitali a quel terribile ultimo decennio del Novecento. Un panorama di differenze.
Perché vi sia relazione, è necessario che vi sia differenza, la quale implica un confine come “luogo di relazioni multiple”: la moschea è differente dalla chiesa cattolica, da quella protestante, dal palazzone socialista. Sotto il cielo di Sarajevo queste differenze, una accanto all’altra, sembrano ancora oggi in relazione. Ma sappiamo che invece hanno negato il legame che le nutriva, irrigidendosi in confini letteralmente mortali – “distruggere o essere distrutti” –, di cui i numerosi cimiteri biancheggianti nel panorama della città sono il segno più evidente.

Quando il sé, individuale e collettivo, cerca di difendersi dalla sua totale esposizione originaria alla relazione, sull’onda di ansia, paura, angoscia, sempre lì pronte a insorgere, allora tenta di chiudere i confini. Entra nella logica del “distruggere o essere distrutti”. Da qui la misoginia, il razzismo, l’omofobia, la xenofobia e la loro profondissima persistenza storica. Abbiamo allora l’identificazione.

L’identificazione – la fissazione dei confini del sé – avviene sempre mediante un dispositivo sociale che abbia un potere d’identificazione, in grado cioè di dare una un’identità stabile, effettivamente o illusoriamente: ciò che Butler chiama ”regime di potere narrativo” – una famiglia, un gruppo, una comunità, una chiesa, una nazione, uno Stato.
Le guerre nei Balcani negli anni Novanta del Novecento, che hanno prodotto fragili regimi di potere narrativo, schiacciati su incerti confini, sono state nel nostro tempo, i più violenti esempi del carattere esclusivo, e quindi violento, dei processi d’identificazione.

Un altro esempio estremamente caratteristico è appunto lo Stato d’Israele, cui la stessa citazione iniziale rimanda, dalla sua fondazione a oggi, con il suo potente regime narrativo, animato dall’uso identitario della memoria dello sterminio nazista, che ha prodotto la diaspora e l’oppressione dei palestinesi. Lo Stato d’Israele si definisce totalmente nella difesa dei suoi contestati confini e nel loro continuo surrettizio allargamento. Ha anche costruito un muro, che non può non ricordarci quello che separava le due Berlino, ma il suo simbolismo è peggiore. Non vanta una pretesa ideologica, come pretendeva il muro di Berlino, ma volge al razzismo. La sua logica è pienamente quella del “distruggere o essere distrutti”. Gerusalemme con i suoi edifici e simboli di diverse religioni, ha qualcosa in comune con Sarajevo: edifici uno accanto all’altro, ma separati da un confine simbolico che si vuol rendere invalicabile.

Un altro esempio ancora sono i paesi a regime islamico, la cui identificazione con schematiche narrazioni identificatorie tratte dal Corano, nate dalla reazione nei confronti della storica pre-potenza occidentale, ha prodotto regimi autoritari caratterizzati da rigide prescrizioni religiose e dal più rigido maschilismo.
Conflitti identitari, inoltre, sono scoppiati, negli ultimi decenni, in quasi tutte le parti del pianeta, dall’Africa subsahariana all’Asia.

Tuttavia, queste forme d’identificazione, nazionalista o religiosa, agiscono nel contesto della cosiddetta globalizzazione che è l’internazionalizzazione degli interessi e del potere delle oligarchie capitalistiche, industriali e finanziarie: un contesto, quindi, che tende a disattivare, in maniera diversa a seconda della loro situazione geopolitica, Stati territoriali e poteri locali. C’è quindi una dinamica di azione/reazione fra neoliberismo, che tende all’internazionale della finanza e anche della produzione e dunque del potere, e pulsioni identitarie, provocate dalle stesse distruttive dinamiche neoliberiste. Sono due facce della stessa moneta. Sarajevo è oggi piena di banche e di donne velate, che prima dell’assedio non c’erano.
La crisi degli stati territoriali basati sull’idea/mito di nazione (che vorrebbe essere, come dice la parola, il luogo della nascita, ma di una nascita paterna, da un padre guerriero, dato il carattere esclusivo e aggressivo dello Stato nazionale) e quindi la crisi dei dispositivi d’identificazione di questi Stati porta al proliferare di ricerche identitarie, figlie legittime della generale crisi d’identità che mille poteri si sforzano di colmare.
In questa crisi, si rinsalda il dato della violenza contro le donne. Non so se si tratti dell’emersione di un sommerso che esiste da sempre o se c’è un effettivo aumento di questo tipo ancestrale, primario, di violenza. In linea generale, quando c’è crisi sociale, se è crisi vera, è sempre crisi identitaria, antropologica. Ce la prendiamo con i più deboli, soprattutto con quei deboli che hanno un forte valore simbolico: per eccellenza, le donne, dunque, esempio storico primordiale d’inferiorizzazione d’un essere umano, in quanto portatrici della riproduzione della vita. Anche per questo, nel caso di guerre o crisi acute, sono il primo oggetto di violenza fisica e simbolica per colpire il cuore del nemico. E con ciò ritornano i Balcani, la terribile vicenda dello stupro di massa.

Il potere è prima di tutto, come ha mostrato specialmente Foucault, un dispositivo relazionale che produce soggettività, nel duplice significato del termine, attivo e passivo. Ma la soggettività ha anche un’altra dimensione, che chiamo singolarità, la quale esula dal potere: vi eccede. La singolarità attiene all’unicità dell’individuo che si forma come relazione a partire dall’uno che diviene due alla nascita. Una certa dose d’amore è essenziale all’assunzione della singolarità. Nella vita d’un essere umano, il rapporto fra identità e singolarità, il prevalere dell’una o dell’altra, ha una relazione, certo complessa e sfuggente, con la qualità e la quantità d’amore ricevuto nel periodo perinatale.
La maternità è un’esperienza limite, anzi, l’esperienza limite per eccellenza: il limite fra i due poli nella cui tensione esiste la condizione umana; poli che non si possono isolare, ma che, astraendoli, chiamiamo ‘natura’ e ‘cultura’ (la cui etimologia, da nascere e da coltivare, è significativa). La maternità è il momento cruciale di ogni cultura, più di ogni altra esperienza limite, quali sono la malattia e la morte.

La fondamentale forma di relazione che chiamiamo potere è ab origine biopotere: un dispositivo antropologico volto a controllare la riproduzione di un gruppo umano, allargandolo poi e unificandolo secondo una struttura gerarchica imperniata su rapporti di forza, che in quel controllo hanno origine, quindi sull’essere umano di sesso maschile.
Si può ipotizzare che vi sia in questa origine una sorta di mimesi della capacità riproduttiva della donna. Il massimo della violenza del potere si mostra quando vuol colpire la nascita, e quindi la donna, ad esempio la donna incinta – come gli scherani della dittatura argentina.
Ogni gruppo umano e, a maggior ragione, ogni sistema culturale, esige l’im-posizione di regole di comportamento che ne garantiscano la riproduzione, la formazione di sistemi di parentela, con obblighi e divieti – ad es. sull’incesto, sull’omosessualità -, che pongono i comportamenti considerati anomali fuori dai confini di un sistema parentale basato sull’eterosessualità dominata dal maschio. L’Edipo per Freud, lo scambio delle donne per Lévi-Strauss, sono tentativi di fornire una rappresentazione di queste formazioni antropologiche elementari.

Oggi la crisi di civiltà che tutto il mondo attraversa è crisi del principio d’identità, crisi di una civiltà basata sulla figura maschile come figura di potere – la figura del potere – caratterizzata dalla padronanza, controllo, sicurezza di sé, dalla forza, dall’aggressività. Ma, come ho detto sopra, la crisi stessa provoca un ulteriore irrigidimento delle forme identitarie, di cui la modalità più vistosa sono i vari fondamentalismi, compreso quello economico che è divenuto ormai la cifra del mondo.
Rigidità implica però fragilità. La stessa dinamica della globalizzazione, caratterizzata dal prevalere della finanza nell’economia, dall’impersonalità dei detentori del potere, mentre sconvolge gli assetti preesistenti, rivela il carattere nichilista di questa cultura di origine occidentale che ha invaso tutto il mondo, come mostrano, fra l’altro, gli irreversibili danni alle forme di vita e alla loro fonte.

 
 
 

Gian Andrea Franchi. Anziano reduce del ’68, si occupa di filosofia. Di recente, ha pubblicato una biografia filosofica di Carlo Michelstaedter (Una disperata speranza, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, Milano, 2014). Cerca di non accettare il mondo in cui viviamo così com’è – orrendo.

 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

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