I cigni selvatici (viaggio in Giappone)

 
 
 

Prosegue il viaggio di Kenneth White all’insegna dell’incontro con l’unità del vivente. Come ne La strada blu (viaggio in Canada), di cui già ci si è occupati su questo blog, anche ne I cigni selvatici (viaggio in Giappone), pubblicato nel 2012 da Amos Edizioni nella traduzione di Eva Cerolini, l’autore racconta l’esperienza di un “pellegrinaggio geopoetico” (p. 11): lasciandosi orientare dagli haiku e dalla figura del poeta Bashō, White si fa attraversare dai ricordi letterari del Giappone nell’andare da Tokyo all’isola di Hokkaido, dove svernano i cigni selvatici.

cigni selvatici più leggera“L’idea del viaggio zen, o, possiamo anche dire, del viaggio meditativo (tabi: viaggiare senza un fine o uno scopo) era quella del «lasciarsi andare con le foglie e con il vento», andando alla deriva, attaccati a niente (hoge). Significava vivere in fuga (fu: vento; ga: il bello), cioè con un senso di bellezza fugace. Significava «portare nel proprio cuore il gioco del paradiso» (yu, o asobi), godendosi il mondo, capaci di vederlo come interessante, bello e luminoso”, corsivi nel testo, p. 54.

L’attraversare non è quindi volto all’ottenimento (nemmeno di una maggior conoscenza), al conseguimento di obiettivi, è un semplice accordarsi al movimento.

Ancora più radicale è proprio il motivo del movimento in Bashō, che pur studiando lo Zen, non era un monaco zen, e alla rigidità dei precetti preferiva l’adesione alla condizione umana e del vivente:

“Cercò semplicemente di approfondire alcune nozioni generali, senza sottomettersi ad alcuna disciplina codificata. Troppo un uomo di movimento per questo, troppo desideroso di rimanere «un uomo del vento e delle nuvole». Le nozioni generali con le quali egli visse erano forse queste; una coscienza della precarietà, della transitorietà di ogni singola cosa; un senso fluttuante dell’identità personale, in quanto considerava la mente un gioco di istanti […]; e una chiara percezione delle cose della natura”, p. 74.

Totalità e movimento non sono quindi in contraddizione, se li si riesce a pensare fuori dalla dimensione della proprietà, del possesso, dell’accumulazione, dell’identificazione.

Purtroppo anche la “terra «vuota»” (p. 119) di Hokkaido – occupata dai colonizzatori giapponesi, i quali ne concepirono l’esistenza solo in termini di un proprio utilizzo e vantaggio e portarono quasi all’estinzione il popolo indigeno degli ainu, capace di vivere in sintonia con altri viventi, oltre i confini delle specie – è stata un’opportunità di conquista.

Senza moralismi né toni apocalittici, White offre al lettore un’occasione di riflessione sui limiti del progresso, che ha reso gli esseri umani ricchi di attrezzi e strumenti ma non ha comportato un cambiamento sostanziale nel loro rapporto con il mondo rispetto al passato.

Anzi. Con il passare del tempo diventa inevitabilmente difficile per l’uomo cogliere l’essere di ciò che non è umanizzato, domestico, civilizzato, educato, modificato cioè dal proprio intervento:

“Se la maggior parte delle menti occidentali riesce solo a immaginare i cigni che galleggiano, dice Buffon, è perché hanno dimenticato che cos’è un cigno selvatico. Quando pensano al cigno, lo vedono nuotare in qualche spazio ristretto, grazioso e decorativo, ma niente di più. Ma non Esiodo, che chiama il cigno altivolans, l’uccello d’alto volo, né Omero, che dice che, insieme alle oche e alle gru, il cigno è uno dei più grandi viaggiatori del mondo”, corsivo nel testo, p. 147.

La stessa umanità è smarrita e chiusa nelle proprie costruzioni, gabbie, culture e identità, e impoverita dalle divisioni di saperi particolari e ciechi:

“Ma dov’è l’umanità? Dove sono gli esseri umani? C’è questa e quella nazione, e in ogni nazione, c’è questo clan e quel clan, questo partito e quel partito, questa setta e quella setta, questa persona e quella persona. Tutte hanno identità diverse a cui vogliono attaccarsi, e sono pronte a combattere per quelle a un minimo cenno. Quale possibilità ha il mondo in questa pazzia lunatica e maniaca? Stanno bruciando gli alberi e le piante. Ricoprendo la terra col cemento. Tutto in nome di questo e quell’altro. La sola speranza sta nel vuoto, in qualcosa senza nome”, p. 71.

 
 
 

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