Crepe

 
 
 

Cosa accade nella vita di alcuni abitanti di una palazzina di via Carracci, a Bologna, mentre nel sottosuolo si scava per i lavori dell’Alta Velocità ferroviaria?

Attorno a questa domanda si sviluppa Crepe, ultimo romanzo di Luigi Bernardi uscito per Il Maestrale nel marzo del 2013, sette mesi prima della scomparsa dello scrittore, traduttore, saggista ed editore.

È il titolo a offrirci la più efficace chiave di lettura del libro. Infatti, se le crepe che vanno formandosi nella palazzina sono causate da piccoli cedimenti strutturali prodotti dall’azione imprevista (e incessante) delle talpe, un altro movimento incalcolabile e inarrestabile – quello della vita stessa – provocherà crepe ben più pericolose nelle strutture psicologiche dei personaggi: “la crepa che aveva in mente Arturo si allungava in ogni direzione”, pp. 89-90.

CREPE_altaOltre alle vicende di Arturo, Bernardi ci presenta quelle di altri quattro abitanti della palazzina: Orfeo, Amanda (rispettivamente figlio e amante di Arturo), l’anatomopatologo Gregorio e l’anziana Armida.

Arturo è un farmacista separato dalla moglie, bloccato in un’inerzia che lo rende incapace di ricoprire un ruolo attivo nei rapporti interpersonali: né con lo sfuggente Orfeo, né tanto meno con la sprezzante Amanda: “Se Amanda lo accompagnasse in uno di quei negozi, sarebbe diverso. Lei potrebbe scegliere per conto suo, lui si sentirebbe protetto e potrebbe ricostruirsi un guardaroba adatto alla sua età e a una vita da spendere a guardare in avanti, senza l’ansia di voltarsi sempre indietro”, pp. 155-6.

I ritmi del mondo contemporaneo, simboleggiati dall’Alta Velocità, sono in netto contrasto con la sua inconcludenza: “È come se la nuova velocità del mondo, quella che grugnisce e stantuffa sotto il terreno della ferrovia, provasse a trasmettergli una risolutezza nuova. Arturo preferisce ignorarla, dando ascolto unicamente alle interferenze che accompagnano la comunicazione”, p. 22.

In suo figlio Orfeo, ventenne, questa inettitudine diventa disamore per la vita, che lo condurrà a progettare (e in parte ad attuare) un articolato piano omicida: “Si risvegliava con la bocca amara di impotenza. E allora ricominciava a pensare, risparmiava sforzi e riduceva i danni, e comunque il futuro era un cuneo di luce che si diramava in lui. Sapeva che la prima mossa doveva essere sua”, p. 86.

Amanda è una giovane giornalista priva di scrupoli che, al contrario di Arturo, tanto nella vita privata quanto in quella professionale è sempre pronta a sfidare e a sfidarsi. Forse proprio a causa di questo suo atteggiamento spavaldo, Amanda imparerà nel modo più tragico come sia impossibile accordare il ritmo della propria esistenza a quello dell’universo: “Ecco la risposta, il senso della realtà che frana nella sua vita”, p. 159.

Ancor più esplicito è il corto circuito tra desiderio e realtà in Gregorio, che si figurerà fantomatiche liaison (al limite dell’allucinatorio) con donne passate sul proprio tavolo di anatomopatologo.

Infine c’è Armida, che vive nel malinconico ricordo del marito morto, opponendo al tempo presente una caproniana disperazione calma, senza sgomento.

Che la causa di questo scollamento dei personaggi dal reale sia la velocità insostenibile a cui oggi si è sottoposti? “Il tempo insegue i giorni. Prima erano avviati ognuno sulla propria linea, una parallela sulla quale filavano perfettamente sincronizzati. Poi il tempo ha cominciato ad andare man mano più veloce, si è prodotta una discrasia che ha interrotto il parallelismo e avviato il tempo e i giorni lungo una traiettoria di scontro. Nessuno è in grado di sapere quando avverrà, l’unica certezza è che avverrà e segnerà la fine di tutto”, pp. 227-8.

Di certo, come abbiamo già detto, i cinque protagonisti di Crepe patiscono la mancata corrispondenza tra il ritmo della propria esistenza (organizzata, presunta o anche solo immaginata) e quello del mondo. Il ritmo del mondo (ma quello attuale o quello di sempre?) semplicemente non è umano, e tentare di aderirvi espone a rischi letali.

Ecco che, allora, estremo tentativo di sopravvivenza rimane quello di chiudersi il un ruolo fisso, quasi al di qua del tempo, un ruolo che somigli il più possibile all’immobilità: “Il passato gli ha fatto capire che quando si sceglie un modello di vita, bisogna accettarlo fino in fondo, percorrerlo fino alle conseguenze estreme, fino a falsificare i risultati del proprio lavoro, se è un espediente capace di regalargli la felicità. E Gregorio adesso è felice, felice come non lo è mai stato, felice come neppure s’immaginava di poter un giorno essere”, pp. 231-2.

 
 
 

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