J. F. è l’assassino

 
 
 
di Danilo Soscia
 
 
 
 

Prendi la forma di un cadavere, per esempio. Essa appare sempre diversa, non perché ciascun corpo sia irriducibile a un altro, ma per la postura, e prima ancora per la disponibilità mostrata ad accogliere la fine. Guarda l’artiglio delle mani, la tensione aerea delle palpebre, aperte o chiuse che siano, il domandare delle labbra, quasi l’ultima parola avesse scalpellato una traccia, inciso un segno che non si cancella. Vi sono quelli che non vedono l’ora di finire il loro viaggio, stanchi, non necessariamente infelici, appagati forse, quelli che hanno sempre fatto due o tre pasti al giorno muoiono con una disposizione diversa, si accasciano sul ventre, oppure crollano dalle ginocchia, testa pesante, simili a case in demolizione. Altri invece, e sono i poveri, i depressi, gli ultimi di un qualche sistema, qualunque sistema, i lavoratori cronici, gli affamati, i bulimici di una sostanza vegetale e animale, quelli che proprio non vogliono arrendersi alla volontà dell’assassino, diventano rigidi, strillano anche dopo dissanguati, si oppongono con un’accensione perversa alla logica conclusione di un’esistenza in cui, al netto della tara, c’è stato qualche figlio, tracce sparse di risparmi bancari, una casa, una passabile digestione a fronte di una dipendenza smodata da zuccheri di ogni tipo. Eppure sono costoro che non vogliono accettare, non vogliono cedere. C’è qualcosa di stolto, e di ingrato, nel loro modo di fare. Essi insistono a perseverare nel vivere, quasi credessero davvero che alla notte farà seguito un’alba diversa, l’occasione di mutare l’ordine delle cose a proprio vantaggio. È incredibile come secoli di giusta repressione deljessi_bn dissenso non abbiano divelto il bisogno di trascendere il dato reale, la purezza istintiva dell’oggetto, la chiusura sacra della convenzione. Per tali ragioni è facile distinguere i privilegiati dai sottoposti, è davvero semplice separare un proprietario da un nullatenente, un ricco da un operaio, un impiegato da un disoccupato, perché gli uni attendono solo il compimento della giustizia cui appartengono, e che è loro familiare, gli altri si oppongono, sono riottosi, si ribellano, e questa oscenità chiamata resistenza rimane scritta sul loro cadavere.

Ciascun morto è un libro. Un romanzo più o meno intrecciato, più o meno ben scritto. Una traccia, il cui profilo emerge lento e preciso, un corpo sepolto dalla neve che il sole svela di nuovo, più bello e luminoso, ritrovato, e per questo degno di un amore totale. I morti sono l’esito materiale più alto di un’idea, il più compiuto. Confesso che non mi hanno mai sedotto le analogie tra cose e pensiero, e l’Oceano è grigio, come grigia è, in fondo, la materia che lo compone. I morti sono simili a una parola che può dire solo quello poiché ha maturato fino all’ultima soglia la possibilità di significare.

Ecco allora che la segretaria di un famigerato avvocato penalista della contea di Mendocino, sdraiata a gambe aperte sul tappeto del suo ufficio con il cranio trapassato da una pistola per maiali, abito distinto, ancora odorosa del suo essere pulita, addizionata di essenza ai fiori d’arancia, pepe, finocchietto e un’impercettibile asprezza di menta, è a suo modo letteratura. Certo, l’opera d’arte è cosa viva. Per definizione un morto è stato vivo, ma ora non vive più. Sia chiaro, io non so dire quale sia il significato, o meglio non so trovare una parola che possa racchiudere il disegno maestoso di quel corpo spregiato, bucato nella testa, ben vestito, profumato.

L’Oceano Pacifico e Mendocino non sono buoni maestri di vita. Materia inerme delle cose sempre diverse, disgustose e caritatevoli, ci vuole al contrario ordine nella composizione della propria giornata, bisogna elaborare sin dall’adolescenza un modello che sia sempre identico, e reiterarlo, reiterarlo ancora, fino a quando ogni devianza non venga livellata, senza intermittenze, senza improvvisazione. Puntuale, netta, letale.

Questa vita è ormai passata, e io ho compreso infine che il bisogno è la misura del dolore, e del piacere. Io ho tentato, forse invano, di soddisfarli entrambi. E se l’encomio che rivolgo a me stessa può suonare infame, è la testimonianza innocente dei miei sforzi, delle piccole battaglie vinte con onore a fronte di una guerra persa sin dal primo giorno della mia vita. Per esistere, infine, io ho operato così. Durante i miei viaggi ho scelto mete abituali, che avessero sapore per la memoria, e apparissero seduttive, appaganti per i sensi più odiosi, il gusto, l’olfatto, l’udito. Ho sviluppato una dipendenza animalesca verso Boston, non so fare a meno di New York, benché ne ignori la forma, e le sue strade esalino aroma di copertone, olio minerale, grasso da catena e guano. Ho abusato della compagnia di uomini e donne, sempre gli stessi, ho lasciato loro avanzare pretese sul mio respiro, sulla mia libertà di circolazione. Parenti, amici, ammiratori. Ho assistito impotente allo scandalo della loro esistenza, alle stravaganze odiose.

Intorno a me muore sempre qualcuno. C’è sempre un morto dentro i miei occhi. Arriva la polizia, fa domande, pretende di risalire a una verità impossibile da dire. La polizia punge sempre il più debole tra noi, perseguita il più piccolo, e spesso costui è persona cara, verso la quale è doveroso esprimere protezione, aiuto, sacrificio. E io proteggo, aiuto, sacrifico, fino a quando non mi logora il desiderio operaio di scorticare l’epidermide del mondo, nell’attesa di un primo brillare di adipe e di sangue.

A discapito della polizia, intuirò l’identità dell’assassino, ma non ne farò parola con nessuno, saprò aspettare. Poi, andrò a fargli visita, e intratterrò una lunga, cordiale conversazione. Esporrò la mia versione, congiungendo quel numero infinito di prove che mi hanno portato a capire, a puntare il dito forte di una dilatazione sazia della giustizia, ma l’accusato si opporrà, dirà che no, non è possibile, non può avere ucciso nessuno senza averne avuta la volontà. E io gli dirò che la volontà non è niente, è un’invenzione perversa del potere, di chi ha forza e ricchezza. Sarà a quel punto che incalzerò con la spericolatezza dei giusti, e infine il mio colpevole cederà, ammetterà, confesserà confermando la mia versione, svenderà per un pugno di sale la propria colpa. Qualcuno a volte ha mostrato un certo rigurgito di rabbia e ha tentato di uccidermi. Il caso non ha mai assistito costoro. La riconoscenza senza fine di colui o colei che avrete salvato dalla prigione, dalla pena capitale, invece, sarà pienamente garantita.

Sorrido alla vita. E fine.

Mi rendo conto solo ora che in un simile quadrato di azioni è possibile inscrivere il mondo. Elefanti, tigri, acrobati, eserciti di cravatte sporche di sangue, grattacieli, capanne di ossa, ospedali, sassofono e batteria, pistole e altri strumenti per indurre con maggiore rigore la morte, libri dalla costola nera e spine elettriche, lampade e chiatte da fiume, pesci luce e poiane, vinili, saponette, lattine, bottoni, miliardi di copie della sacra bibbia, copricapo di paglia, tazzine da caffè e ciotole da macedonia, merletti, antiquariato cinese, dentiere, antidepressivi, penne a sfera, forbici da sarto, cesoie da giardino, piccole riproduzioni in gesso di sculture celebri.

Mi viene in mente un’altra differenza che potrebbe aiutare a distinguere un corpo morto dall’altro. L’aspetto casuale degli eventi intorno al cadavere. La coordinazione aleatoria degli oggetti in uno spazio dove qualcuno muore. Niente è connesso a niente, eppure l’evento appare a un tempo inesplicabile e inevitabile. Anche la casualità, come la volontà, è un’invenzione. Non è necessario parlare con dio per intuire che anche la morte è un bisogno. Io con tutta semplicità e modestia accelero i tempi della verifica. I corpi chiedono di morire, le donne, gli uomini sentono il peso di una simile necessità. Ciascun fenomeno, grande o piccolo che sia, ha una sua scadenza, e solo gli individui dotati di vero genio sanno quando questa colmerà la misura.

Infila le tue dita tra i miei capelli. Sono sodi e morbidi. Sono di vetro e di pane. Da giovane ero certo più bella di adesso, ma non scrivevo, non raccontavo storie, non uccidevo. È stata forse l’età avanzata, qualche lutto, a rivelarmi l’ordine delle cose.

Perché il caso non esiste. L’assassino sono sempre io.

 
 
 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato, così come La museruola, fa parte del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie. Questo blog ha inoltre ospitato cinque estratti de I topi, opera di prossima pubblicazione per Quarup; in ordine di apparizione, Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti, Il macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 

L’immagine è un’elaborazione grafica dell’autore.

 
 
 

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