La strada blu (viaggio in Canada)

 
 
 

Con questo bellissimo libro (pubblicato da Amos Edizioni nel 2012, nella traduzione di Silvia Mondino), che è al contempo un racconto di viaggio dal Québec al Labrador, un percorso di scoperta antropologica e geopoetica, un diario lirico, un saggio di critica della cultura e di storia dei popoli, Kenneth White regala al lettore l’esperienza possibile della totalità, oltre la divisione dei saperi e la particolarità di ogni vicenda umana.

copertina la strada blu leggeraL’attraversare e il vivere qui narrati (diversi dal ricercare, sempre legato a un oggetto, a un risultato, alla brama di un successo) sono un inno all’apertura, al movimento, a un sentire che è accogliere senza assimilarsi, a un tutto incontrato (e non voluto) che porta a “una più larga identità” (p. 188):

“Il senso del mondo completamente aperto. Il senso della materia grezza. Il senso dello spazio americano. I sensi. Non li approfondiamo mai abbastanza. Ma prima bisogna aprirli tutti, spalancarli. Forse, alla fine, un solo senso, immenso. Però bisogna stare attenti a non creare unità affrettate. È meglio che tutto rimanga plurale e in movimento. Una coerenza aperta… Non vogliamo che Dio, o l’Uno, venga di nuovo a mettersi in mezzo. E se anche dovessimo ritornare all’Uno, non sarà lo stesso”, p. 30.

Insostenibili e disorientanti la vastità e la possibilità, il disordine e la diversità del mondo. Ecco che le predazioni e gli interessi degli uomini per le delimitazioni, la proprietà (anche dell’immaginario, della verità) – e il controllo e il potere che ne conseguono – impediscono la relazione, cioè l’attraversamento, e sono il tentativo di negare da sempre l’insopportabile uguaglianza tra gli esseri, quasi che l’umanità di eguali e la comune appartenenza al mondo naturale (non manca la presenza di Thoreau – come di Serres e Melville – in questo prezioso volumetto) diminuisse l’unicità di ciascun vivente, la proprià individualità:

“D’estate restavano sulla costa per godere delle brezze fresche, ma appena settembre si mostrava sulle foglie salivano sull’altipiano del Labrador per la stagione della caccia. Tutto sarebbe stato perfetto se avessero potuto continuare a migrare così, dalla costa all’altipiano, dall’altipiano alla costa, secondo il ritmo che era il loro. Ma i missionari non lo apprezzavano – perché un nomade, quei vampiri lo sapevano bene, non si lascia convertire facilmente come un sedentario: «Mi sembra che non ci si debba aspettare molto dai Selvaggi, finché sono erranti. […] Mi sembra che le nazioni che hanno una dimora stabile si convertiranno facilmente», diceva il gesuita Lejeune nel 1634. Spezzate il ritmo vitale, e spezzerete la mente. Prendete una mente senza ritmo vitale, e crederà a qualsiasi cosa”, p. 88.

La proprietà e l’utilizzo riducono infatti a oggetto l’esserci del vivente:

“Non solo gli indiani non erano al corrente dell’esistenza di Dio, ma non sapevano nemmeno cosa fare con la natura. Per gli indiani la natura era una presenza, loro corrispondevano con lei, non sapevano né sottometterla né possederla. Ma dei preti benintenzionati che ragionavano in termini di progresso gli avrebbero mostrato come si fa”, corsivo nel testo, p. 139.

La relazione allora è un viaggio senza meta che non sia l’essere qui dell’altro, completo, cioè non privato di tutte le sue possibilità di darsi e diventare, del suo spazio bianco, non scritto dalle mie parole. Perché ciò si realizzi, l’io deve avere però il coraggio di rinunciare all’ordine condiviso di ogni linguaggio sociale:

“Solo quando usciamo dal sistema le cose ci appaiono in una luce chiara. Il mondo brilla di colori che sembrano sovrannaturali semplicemente perché, per una volta, sono interamente naturali, non sofisticati, non corrotti dalle nozioni scientifiche, filosofiche e utilitaristiche attraverso le quali ricreiamo abitualmente il mondo a nostra triste immagine e somiglianza”, p. 145.

Il viaggio è quindi anche la necessità di dare un luogo fisico al vuoto, affinché quest’ultimo non rimanga un concetto, un esito esclusivo della mente privo di materia, di corpo:

“Come entrare in questa nudezza, in questa vacuità? Con essa vivere e dirla?”, p. 171.

Forse la scrittura, libera dalle divisioni dei generi e delle discipline, si dà qui come dimensione umana in cui è possibile accogliere il vuoto senza rimanerne annientati:

“Perché scrivere? Per non diventare completamente pazzo di quell’ebbrezza. Di quell’ebbrezza bianca che è la fonte di tutta la vera scrittura”, p. 86.

 
 
 

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