Eldorado

 
 
 
di Luca Caridà
 
 
 
 

Promontory dista due giorni. Il Colonnello tiene le redini, forza il busto in avanti e insiste sui fianchi di Wilburn. La bestia sbuffa, fa vibrare i tendini, è giovane, impaziente, fila scomposto; una macchina poderosa, nera e terribile, che fa paura a guardarsi e schiuma tirando via terra e pietre. Intorno i pochi alberi, le case, le massicciate e i muretti scorrono veloci, inghiottiti dalla lontananza. Chi vede quei due passare confusi in un corpo solo fa un passo indietro, come di fronte a un prodigio, a un forza viva che viene avanti e si manifesta. Chi vede quei due passare li prova a seguire con lo sguardo, li perde e si avvelena di invidia. Rockwell dista sei giorni. Possono essere niente. Wilburn ora si muove in tre tempi perfetti, misura gli appoggi, non c’è fatica o indugio, solo volontà. Quanto manca? Dovremmo essere più avanti, pensa il Colonnello, e allora lo stringe. Il loro è un dialogo minimo, bestia e padrone, pesi e centimetri, briglia sciolta e ripresa, gesti leggeri in una cinematica cowboy-sunsetperfetta. Le armi sonnecchiano nei legacci, la polvere da sparo si prende piano piano il sapore del metallo. Il Colonnello ha pazienza. Quando colpisce è implacabile e senza rimorsi. I suoi sono colpi secchi e duri, bruciano la carne quasi prima di squarciarla. Non lasciano il fiato nemmeno per un’ultima parola. Lorraine dista due settimane. Beve whiskey e ama una donna, cambia tre carte, fa girare la pistola fra le mani. Quando cavalca, ha addosso l’odore dei morti che non lo abbandona più. E il cuore si inquina di lei, sguardi, respiri e orologi in ottone. Lo scorrere della povera stoffa sul seno gonfio di vita che gli si tende davanti. La carne trema senza morire. Ma poteva fermarsi? No. È la vita e lui deve prendersela. Lo pensa, ma nella corsa il passato ingigantisce e gli gonfia il rimpianto. Quanto dista Grayhouse? Chiede al mandriano stravolto e quello lo guarda indolente. Ti ci vorrà almeno un mese, amico, e buona fortuna. E non importa se Wil non fila più come il vento, se i legacci sono secchi di sangue e la bocca è piena di sale; c’è ancora acqua e cibo e dollari e, se capita, un letto dove dormire. Anche io andavo a Grayhouse, dice uno incrociato per caso, ma poi ho rinunciato, è pericoloso amico, troppo deserto, troppe pistole. Resta qui, amico, guardati intorno. L’acqua qui non finisce mai. Abbiamo piccoli sogni e donne venute da lontano. Il Colonnello non sa che farsene. I giorni e le notti le misurano i bivacchi, i colpi di Colt e il fruscio delle banconote di zecca delle taglie incassate. E pazienza se ogni miglio costa dolore alle ossa, se la sua bestia non ha più fuoco sotto alla pelle e lui invece troppo cuore per usare gli speroni. Alla fine arriva Grayhouse. Ti abbiamo aspettato tre anni, Colonnello, ora è tardi, gli dicono quelli. Non importa, erano solo affari, soldi sporchi, io vado altrove, dice il Colonnello e incrocia gli occhi tristi di Wil. Ma quanto disti Eldorado, adesso nessuno lo sa dire. È oltre la pista delle diligenze. Se segui la ferrovia forse sapranno, Colonnello. Io ne ho sentito parlare, oltre quelle montagne laggiù. Due giorni, o forse venti, o magari anni. Ma che ci vai a fare Colonnello? Lui non lo dice a nessuno. Ché sono parole troppo grandi, quelle che dovrebbe usare. Che ci vado a fare. E ora che la strada è sconvolta dal tempo e sgretolata dal Sole, Wil inciampa e stramazza. Il Colonnello lo santifica, lo lascia; va da solo, con la sua Colt, cammina, gli sembra la prima volta da un secolo. La prateria è secca, senza ombra né verde. Per di là, indica il pioniere, scavando la guardia del fuoco attorno alla sua fattoria, per di là, le montagne. Tra i fianchi verticali di roccia, la lingua di pietra sale e dà sollievo dal caldo e dalla sete: è l’acqua che spacca la roccia prima di infilarsi sotto la pianura. Sul falsopiano poi arriva la bruma e il freddo. Lì, chissà come, c’è una baracca e un uomo che ci campa.

– Quella non ti serve, amico – gli dice il bifolco mentre scuoia la capra.

– Quanto manca per Eldorado? – chiede lui, accarezzando la Colt.

– Non è mica lontana. Più avanti il sentiero scende. Seguilo. Con un buon passo, saranno cinque, sei ore – indugia. – Ma non ci vado da parecchio, amico – e questo lo dice con un ghigno.
 
 

Al mattino un vento da sud venne a portar via la bruma, ma dove il sentiero declinava Eldorado non si vedeva ancora. Il Colonnello riempì la borraccia, massaggiò la nuca e prese a camminare lungo il sentiero desolato. Questo si apriva su un orizzonte sterminato di pietre, che pareva non dovesse finire mai, un ventaglio di nostalgia allungato su un tempo che sembrava infinito. Zappando il povero orto, il bifolco ogni tanto si fermava a guardare quel puntino sempre più distante, sempre più lontano. Finché, contro il Sole pallido che pioveva dalle nubi grigie, non ne restò che l’ultimo riflesso brillante della Colt.

 
 
 

Luca Caridà, 1976, genovese. Per mestiere scrive di scienza e tecnologia. Lavora con pazienza per comporre una raccolta di racconti.

 
 

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