XXI secolo

 
 
 

Uscito nel marzo del 2015 per i tipi di Neo Edizioni, XXI secolo di Paolo Zardi narra la storia di due corpi agonizzanti.

Il primo dei due corpi ci viene presentato ex abrupto nelle battute iniziali del libro: “Sua moglie era entrata in coma nel tardo pomeriggio di un giovedì di marzo, mentre lui era fuori e i figli stavano tornando da scuola”, p. 9.

Zardi non è nuovo a indagare il corpo come limite, come zona di confine tra il conoscibile (l’amministrabile, il dominabile, il manipolabile) e l’inconoscibile: non a caso, nei suoi precedenti lavori i due ambiti di maggiore interesse sembrano essere la sessualità e, appunto, la malattia; ambiti nei quali il corpo, da strumento di conoscenza, diventa esso stesso poco o nulla conosciuto, poco o nulla governabile.XXI secolo - Paolo Zardi - cover

Qui, l’improvviso stato comatoso di Eleonore, la moglie del protagonista, sarà solo uno degli accadimenti che ribalteranno di colpo le categorie del noto e dell’ignoto. Succederà inoltre che il marito, frugando tra la biancheria di lei, troverà un telefono cellulare. “Fu così che scoprì che Eleonore aveva un amante”, p. 47.

Dicevamo dell’agonia di due corpi. Se il primo, in una dimensione assai intima, è quello di Eleonore, il secondo sarà nientemeno che l’Occidente tutto. Ci troviamo in un futuro prossimo (“Anche se non ancora a metà, il ventunesimo era già candidato a diventare il secolo più merdoso della storia”, p. 44) eppure lontano, apocalittico. Paesaggi e uomini appaiono smorti, quasi una pallida memoria biologica. La vita è ridotta a una lotta per la sopravvivenza; l’evasione da ogni senso morale ha come corrispettivo ambientale una metropoli oscura, spettrale, gotica.

Se la descrizione di un simile scenario (debitrice de La strada di Cormac McCarthy?) restituisce forse alcuni passaggi tra i più deboli – più di maniera, meno appassionanti – del romanzo, è invece davvero interessante notare come Paolo Zardi sappia mostrare per via indiretta il decadimento della civiltà occidentale. Lo fa semplicemente inserendo nel pathos della narrazione vere e proprie, chiamiamole così, citazioni della contemporaneità: dal nome di materiali di larghissimo impiego (“Gliela fece vedere da lontano, attraverso un oblò incastonato su una porta in PVC”, p. 22) a termini propri del cosiddetto aziendalese (“Lui, invece, cercava di ottimizzare il pelo stopposo che gli cresceva in testa”, p. 25), per giungere sino a una sorta di macabro omaggio a un luogo di culto occidentale per gli acquisti domestici low cost: “Al telegiornale c’erano notizie nuove: una ragazza aveva fatto lo scalpo a una coetanea, colpevole d’aver insidiato il suo fidanzato. Aveva usato un coltello da cucina comprato, poco prima, all’Ikea per 12 euro e 90”, p. 135.

Ponte tra i due corpi agonizzanti è il protagonista, nella doppia veste di uomo dell’Occidente franoso e marito di una donna in coma.

Chiuso in questo duplice disfacimento, privato e universale, pure il suo corpo sarà preda di piccoli gesti fuori dal controllo della ragione: “Si scambiarono [lui e la badante della madre di Eleonore, n.d.r.] anche gli indirizzi mail, e si baciarono in bocca, con la lingua, sebbene a entrambi fosse chiaro che non c’era alcun motivo per farlo”, p. 135.

Eppure, egli non cederà. Ma un uomo innamorato, alle prese con l’indicibilità della malattia e del tradimento (solo nelle ultime pagine riuscirà a dare un nome all’amante di Eleonore), attorniato da una civiltà sul punto di collassare, come potrà resistere, dove troverà lo scatto che ridia un senso all’esistenza propria e del mondo?

Lo troverà non nei sempre più esigui barlumi di luce che gli si palesano, quanto piuttosto in un momento in cui il buio diventerà, fuor di metafora, assoluto: un black-out.

Mentre gli umani saccheggiano e devastano il corpo inerme della città, il protagonista raggiungerà l’ospedale in cui è ricoverata Eleonore, e con tatto e olfatto ne riscoprirà l’univocità corporale, al di là di ogni specifica condizione fisica ed esistenziale: “Si avvicinò a sua moglie e si piegò su di lei fino a sfiorarle il viso, fino a sentire l’odore del suo alito. Passò le dita sulla faccia e ne riconobbe il profilo: gli zigomi alti, il naso piccolo, la fierezza di quel mento un po’ pronunciato, l’ampiezza della fronte sempre corrucciata. […] Era Eleonore, quel corpo: per quanto muta, immobile, e cieca, era Eleonore fino in fondo. Gli si gonfiarono gli occhi di lacrime – quell’istinto idraulico che tormenta gli uomini ogni volta che la gioia o il dolore li assale. […] Azione e reazione. Nient’altro che istinti primordiali. Come le bestie. Gli esseri umani, che arbitrariamente s’erano posti al vertice del regno animale, erano mossi da meccanismi più numerosi ma non più complicati”, p. 144.

Ecco. L’oscurità ha messo il protagonista di fronte all’amore nella sua accezione primitiva, estranea a ogni costruzione intellettuale: un incontro di corpi. E così egli (prima di compiere un’azione inattesa che chiude il libro e a cui naturalmente non accenneremo) comprende che l’amore autentico, che è amore per i corpi in quanto portatori di vita (e dunque è amore per la vita), prescinde da ciò che accade ai corpi stessi – al loro involucro fisico e al loro nucleo morale – perché: “L’amore aveva un solo contrario: la morte. Ma l’odio, il tradimento, il desiderio, i baci, le carezze, le porcherie a letto, l’orgasmo, l’inganno, e le bugie, l’ubiquità, le foto, le mail, la nostalgia, la paura, e il dolore che non dava tregua, erano infinite gradazioni della stessa essenza”, p. 149.

 
 
 

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