«La lotta è armata». Sinistra rivoluzionaria e violenza politica in Italia (1969-1972)

 
 
 

In questo volume pubblicato nel 2014 da DeriveApprodi, lo storico Gabriele Donato ricostruisce con puntualità la discussione attorno alla questione della violenza politica che i vari gruppi della sinistra rivoluzionaria si trovano ad affrontare tra il 1969 (strage di Piazza Fontana) e 1972 (omicidio del commissario Calabresi).

la lottaIl libro si concentra sui dibattiti dei vari gruppi attorno alla scelta della violenza, permettendo al lettore di confrontarsi direttamente con le parole e il linguaggio dei protagonisti.

A partire da un ascolto vero dei loro ragionamenti e percorsi, che niente ha a che vedere con l’assenso e la condivisione dei medesimi da parte dell’autore ma che appare indispensabile per una comprensione più esaustiva di un periodo storico tuttora irrisolto, Donato segue con cura le evoluzioni delle varie posizioni della sinistra rivoluzionaria, soffermandosi in maniera particolare sulla genesi delle discussioni in seno a movimenti quali Lotta Continua (LC), Potere Operaio (PO), i Gruppi d’Azione Partigiana (GAP) fondati da Giangiacomo Feltrinelli, e il Collettivo Politico Metropolitano (CPM), che diede vita prima a Sinistra Proletaria (SP) e poi alle Brigate Rosse (BR), nella convinzione più volte dichiarata dall’autore che le parole producano e fondino le azioni, che ci sia una contiguità tra discorsi e fatti, tra immaginario e realtà, seppure la natura delle due dimensioni sia tenuta sempre ben distinta nel corso del volume.

Donato mostra come l’opzione della lotta armata nasca in un contesto di frustrazione per le attese deluse di una rivoluzione, capace di stravolgere gli equilibri e i rapporti di forza e avvertita come possibile in seguito all’autunno caldo, e di contemporanea abilità delle organizzazioni riformiste nell’acquistare terreno sul fronte delle lotte operaie, azione che avrebbe comportato, secondo il punto di vista della sinistra rivoluzionaria, una risoluzione degli antagonismi all’interno del sistema.

In sostanza, la violenza si presenta come “uno strumento efficace per riportare lo scontro politico a quella radicalità che la lotta per le riforme rischiava di ridimensionare” (p. 28), spiega Donato.

E la stessa violenza non è concettualmente intesa in maniera uguale nei diversi gruppi.

Una violenza come conseguenza inevitabile, oggettiva, data dalle condizioni imposte dalla controparte, è quella teorizzata ad esempio dal CPM, che intende intraprendere subito la lotta rivoluzionaria senza aspettare la maturità delle masse.

All’interno di Potere Operaio, invece, la rivoluzione si attua sul terreno dell’esigenza soggettiva, anche contro lo Stato, e non più solo in contrapposizione all’autorità padronale.

Nel corso del libro, si potranno seguire i diversi ragionamenti dei protagonisti in merito alla pratica della violenza: il problema del rapporto tra massa e avanguardia, tra azione politica e azione armata, la divergenza tra spontaneismo e necessità di organizzazione del movimento, la discussioni che riguardano i tempi dell’agire, i contesti di riferimento (le fabbriche, ad esempio), l’identificazione dell’avversario (lo Stato, i poteri padronali, la sinistra riformista, le organizzazioni neofasciste) e la scelta della clandestinità (che caratterizza da subito BR e GAP).

Ciò che Donato compie in questo volume è anche un fine lavoro di chiarimento terminologico; a titolo esemplificativo, si può citare il caso del termine terrorismo che, rispetto alla sinistra rivoluzionaria, è declinato e definito a partire dalla ricerca di Donatella Della Porta in Il terrorismo di sinistra, la quale considera anche la concettualizzazione operata dalla tradizione marxista: “«l’attività di quelle organizzazioni clandestine di dimensioni ridotte che, attraverso un uso continuato e quasi esclusivo di forme d’azione violenta, mirano a raggiungere scopi di tipo prevalentemente politico»” (p. 19).

Ecco che, per esempio, a partire da questa definizione Potere Operaio e Lotta Continua, per quanto “attive sul terreno delle azioni violente” (p. 20), non possono essere affatto considerate organizzazioni terroristiche.

Al di là dell’interessantissima e minuziosa analisi storica dell’autore, sul piano metodologico Gabriele Donato invita quindi a guardare agli accadimenti senza smanie moraleggianti e a raccontarli con attenzione meticolosa al linguaggio, quasi a ricordare che lo studio della realtà può avvenire solo a patto di non negarla e di riconoscerne l’esistenza, a partire dalle parole che la informano, al di là delle proprie convinzioni e scelte.

 
 
 

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