Il cerchio imperfetto

 
 
 

Il cerchio imperfetto. Lettere 1946-1954 (Archinto, a cura di Cecilia Gibellini) raccoglie trentanove lettere di Umberto Saba a Vittorio Sereni e diciannove di Sereni a Saba.

Il carteggio, dal quale si evince che sono andate perdute almeno otto missive di Sereni, è una testimonianza sorprendente sia per le personalità sia per il rapporto che rivela.

I trent’anni che separano i due poeti (Saba nacque nel 1883, Sereni nel 1913) definiscono ruoli formalmente chiari e fissi: Saba il maestro, Sereni l’allievo. Non solo il più anziano adopera sempre il tu nel rivolgersi al più giovane, che puntualmente risponde col lei, ma pure il grado di confidenza tra i due non è affatto speculare.

Infatti, svariati e non sempre benevoli sono i commenti di Saba alla scrittura (poetica e prosastica) di Sereni. L’accusa più frequente rivolta al poeta di Luino è quella di scadere troppo volentieri nella letterarietà, facendo perdere così alla parola la sua SereniCERCHIOIMPERFETTO.inddcarica di verità. Due esempi: “hai voluto «far bello» […] io ti perdono tutti i versi brutti del diario [Saba sta riferendosi al Diario d’Algeria, n.d.r.], ma nessun verso bello. Il libro è pieno di versi belli. Anzi bellissimi. Alcuni possono suscitare l’invidia di molti giovani letterati”, pp. 54-55; “Sereni è bello quando è nudo; invece molte volte egli si esibisce vestito, e di vesti che si riconoscono non sue a un miglio di distanza”, p. 169.

Saba in alcune lettere non risparmia toni nel contempo superbi e sarcastici: “Scusami, e – se ti è possibile – impara… gratis; tanto più che questa lettera non te la metto – come sarebbe giusto, in conto”, p. 51.

Vittorio Sereni, da allievo disciplinato, accetta di buon grado le critiche; e talvolta, con estrema lucidità e modestia, le conferma (corsivo nel testo): “da tempo i miei occhi non vedono più: difficilmente una cosa mi sta davanti nella sua verità”, p. 39; “il diaframma che mi divide dalle cose vive sta diventando un muro maestro”, p. 63.

Ma l’altro aspetto della corrispondenza, quello cioè che mette in luce le due psicologie individuali, ci mostra da tutt’altra prospettiva questa relazione asimmetrica.

Saba è debordante. Scrive più lettere del suo inetrlocutore, le scrive assai più lunghe, sovente si lamenta delle mancate risposte tempestive. E soprattutto ama parlare di sé. Nei momenti bui non esita a chiedere esplicitamente aiuto (“Carissimo Vittorio, ti scrivo benché privo affatto di tue notizie. Ma sono io che ho bisogno di te”, p. 75), salvo poi mostrare con altrettanta disinvoltura un’indubbia megalomania: “tutto questo che ti ho detto (ed altro ancora) sarebbe nulla se io potessi isolarmi, e scrivere in pace il mio ultimo libro. Era un libro così bello, Vittorio, e che io solo in Europa avrei potuto scrivere! Nessun italiano, lo so, avrebbe potuto capirlo; ma pure sento che, in qualche modo (magari attraverso una traduzione), avrebbe legata la sua sostanza a quella di un’evoluzione spirituale” (p. 80).

Proprio come nelle sue poesie, anche nelle lettere la voce di Umberto Saba è felicemente infantile.

Sereni, invece, ascolta, rincuora l’amico ora con affetto (“quando parlo con qualcuno che mi piace e per cui ho affetto non posso non parlargli di lei”, p. 145) ora con ironia (“non pensi a morire, per carità”, p. 87), e sempre con un rigore e una misura del tutto coerenti, anche qui, con la qualità dei suoi versi.

Nelle missive degli ultimi anni Saba, malato e depresso, si intenerirà. Narrerà all’amico – pur senza mai abbandonare l’inclinazione narcisistica – i malanni fisici e spirituali via via patiti (“come si fa a vivere con una sensibilità simile e nelle mie condizioni alla metà del secolo XX?”, p. 148); inoltre si farà ben più indulgente verso la statura poetica dell’interlocutore: “ho in te una così piena ed assoluta fiducia per tutto quanto riguarda la poesia, che non ho alcun dubbio che farai bene, meglio certamente di me”, p. 155.

Va pure notata una coincidenza, che è assieme punto di estremo contatto e principio di definitivo allontanamento: nell’ultima poesia di Saba a Sereni, e nella penultima di Sereni a Saba, l’uno scriverà all’altro le stesse identiche tre parole: “sono troppo stanco” (p. 190 e p. 192).

Credo infine di poter affermare che Il cerchio imperfetto, libro bellissimo poiché pieno di umanità, ci offre almeno due importanti lezioni.

Una è che in questa coppia di grandi poeti, nonostante formalmente sembrasse l’opposto, il maestro fu Sereni.

L’altra è che, a prescindere dall’ambito e dall’epoca, una sola fu la scrittura di Saba e una sola quella di Sereni: scrittura ragazza la prima, scrittura adulta la seconda.
 
 
 

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