Il testamento dei fiumi

 
 
 

Apparso originariamente nel 1988 – con il titolo Camí de sirga – e ripubblicato per la prima volta in Italia nella traduzione di Simone Bertelegni nel settembre 2014 da gran vía, Il testamento dei fiumi è un romanzo dell’autore spagnolo Jesús Moncada.

il-testamento-dei-fiumi_COVER_HDCiò che colpisce maggiormente di questa scrittura, caratterizzata da un’ampiezza di dettato capace di contenere nel medesimo respiro fatti e testimonianze implausibili, particolari e ricordi, descrizioni e azioni, è la costruzione dell’intreccio, che è dato dalle relazioni dei personaggi stessi all’interno del paese di Mequinensa, destinato a subire l’intervento dell’uomo e della storia.

Il lettore si troverà immerso in una affabulazione suadente e ironica, feconda e rigogliosa, in cui alla linearità logico-temporale degli accadimenti si preferisce l’affresco, la ricostruzione, anche attraverso la memoria, dei tratti degli abitanti e del loro agire.

L’effetto di spaesamento in chi legge è dato proprio dal continuo posporre i nessi tra gli eventi raccontati, che si rinvengono quasi per caso nel corso del testo, quasi a significare che il mito, cioè la parola creatrice di un mondo e di un tempo, come un fiume che muta e avanza unito a sé stesso e ai propri detriti, è il modo più vero per raccontare le vicende umane.

Una sorta di disordine ideato con cura, quindi, quello di Moncada, che nella finzione, da un tempo oramai lontano in cui le vicende sono già concluse, mostra la storia di Mequinensa dalla fine dell’Ottocento fino agli anni ’70 del Novecento, dalle rivendicazioni operaie alla Guerra Civile fino alla dittatura franchista, attraverso due Guerre Mondiali.

La scrittura è qui un persistente nascondere e rimuovere il mistero, che è come un vuoto invisibile e senza forma attorno al quale pare ruotare ogni avvenimento e cui si può solo alludere.

La molteplicità dei personaggi, tra i quali spicca quello di Carlota de Torres, porta non solo a mettere a fuoco i legami tra gli esseri ma anche a prendere le distanze da essi, a guardare con ironia le trame di ipocrisia e miseria che costituiscono le relazioni tra i viventi, grazie alla voce narrante esterna che tutto sa.

“Avevano fatto finta di niente tutto il tempo. Fingevano interesse per inezie, profferivano insulsi commenti sulla terribile situazione del paese perché non osavano sfiorare l’argomento del quale avevano voglia di parlare, a eccezione di Carlota de Torres, che non ne sapeva nulla e assisteva, sempre più esasperata, al chiacchiericcio” (p. 99).

Come in una corrente, pare non esistere un centro in questo romanzo, il racconto fluisce da un episodio a un altro, ed è quasi inutile tentare di isolare i singoli avvenimenti che, sembra dirci l’autore, non possono assurgere a momenti esemplari, ma sono l’infinitamente vario accadere dello stare al mondo.

In maniera persistente ritorna, come uno spettro, l’immagine della polvere e dell’annientamento di Mequinensa, che si manifesta sin dalle prime pagine del romanzo e costringe i personaggi a un rapporto mai pacificato con il passato e con l’avanzare del tempo: “Perché era riapparso Romaguera? La distruzione del paese lo restituiva dal pozzo degli anni, così come portava alla luce gli ammassi degli edifici in attesa di demolizione. Forse sarebbe stato meglio abbattere le case assieme a ciò che contenevano, fare tabula rasa, ricominciare senza le vecchie cianfrusaglie impregnate d’altri tempi e di altre vite. […] l’anziana domestica si rese conto […] dell’inutilità della lotta contro il tempo immutabile” (p. 104).

Il testamento dei fiumi è però anche immagine di una società e canto di un sentimento civile, di riflessione e denuncia delle dinamiche di forza e di potere, è una chiara individuazione di chi comanda e di chi serve: “S’imbatterono nei primi minatori accanto al caricatoio della miniera Amat e dovettero rallentare. Il gruppo sbarrava la strada e il parabrezza incorniciò una massa di volti accigliati che si facevano da parte al lento passaggio dell’automobile, quasi a passo d’uomo. Francesc Romaguera impallidì, Carlota fingeva di non notare gli sguardi che la trafiggevano attraverso i finestrini, dandole un fastidio quasi insoppportabile. Non aveva mai percepito quelle persone così vicine. Li aveva sempre considerati esseri lontani, curiosi. Li mostrava quasi fossero rarità zoologiche alle amiche di città” (p. 110).

Su tutte le innumerevoli ingiustizie e disparità, incombe quella suprema della fine delle cose. La città invasa dalle costruzioni e dalle migliorie, obbligata a seguire un futuro già immaginato, allora è un corpo che sottostà al tempo e cede alle incursioni del fare, dell’organizzare, di un’altra vita.

“Ricordava il disastro: macchine e persone entravano nei campi senza il permesso; i geometri si spargevano per il territorio comunale con i loro strumenti, misuravano quote e facevano rilevamenti topografici; gli operai montavano capanni di legno prefabbricati in cui rinchiudersi, lungo le sponde dell’Ebro, mentre la popolazione locale cercava di difendersi dalla brutale aggressione, perpetrata per demoralizzare ed evitare qualsiasi tentativo di resistenza” (p. 267); “Che il paese dovesse morire era un fatto accettato da tempo: le acque ne avrebbero ricoperto la parte più importante, lasciando soltanto strade senza vita, membra di un corpo fatto a pezzi” (p. 284).

 
 
 

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