Favole del morire

 
 
 

Pubblicato nel febbraio 2015 da Laurana Editore, Favole del morire di Giulio Mozzi raccoglie sette testi di varia natura, scritti tra il 2003 e il 2014, attorno al tema del morire.

La stanza degli animali, che apre il volume, è la rappresentazione onirica e oscuramente e ossessivamente interiore, espressa con parole chiare in un ritmo vorticoso e serrato, di una casa, di una stanza, di un figlio, di un padre, di bestie chiuse in barattoli di formalina, di un delitto. La sensazione di soffocamento e di prigionia caratterizza le pagine di questo racconto suddiviso in dieci sezioni, quasi che le cose accadessero e si susseguissero in un mutare che non porterà mai al loro cambiamento, eternamente interne a qualcosa di immobile e vago, eppure opprimente. “Gli animali assenti sono padroni della mia vita”, scrive infatti Mozzi (p. 40).

MOZZI_Favole_copertinaIndefinibile è il morire, verbo all’infinito che unisce la presenza e l’assenza, il non essere più e il non essere ancora in un nuovo stato, l’azione e il decadimento.

“Credete di muovervi, e siete incatenati al centro del circolo che perpetuamente, ma non perpetuamente, percorrete”, si legge in Operetta di giugno, ispirata agli affreschi del Ciclo dei Mesi di Torre Aquila, nel Castello del Buonconsiglio di Trento. Il movimento è allora un inganno, un’immaginazione dell’uomo che crede così di poter tenere legata a sé l’esistenza con i gesti e il moto del corpo: “Mentre voi sognate che ella aumenti la vostra vita, il suo unico desiderio è sottrarvi una porzione di vita. Amici miei, come potete credere alla musica? Ogni passo della vostra danza è un passo che vi allontana dalla vostra origine e vi avvicina alla vostra fine. Voi credete di tornare sempre nello stesso luogo, completato il circolo; invece, percorrendo circoli su circoli, come corpi catturati in un gorgo d’acqua, sprofondate verso il fondo del gorgo, dove la bestia finale vi attende, pazientissima” (p. 55).

Parimenti è preso nell’andare imperturbato e mai interrotto dall’ignoto e dal caso il pesce nel vaso, protagonista del sonetto che chiude il volume, Comica finale: “il vano suo aggirarsi è un moto immoto” (v. 8, p. 137).

Se la vita di ciascuno è sempre segnata dall’esistere dell’altro (vivo o scomparso, vivente di specie vegetale o animale che nutre l’uomo e raccoglie ciò che di lui rimane), il morire è allora la fine di ogni legame, l’abbandono alla solitudine del proprio corpo che viene meno e si spegne: “So bene perché vi tenete per mano: perché ciascuno di noi, di voi, non è capace di essere vivo nella solitudine” (Operetta di giugno, p. 53); “La vostra vita è fatta di vita altrui. […] Ciascuno di voi è cibo dell’altro” (Ivi, p. 54); “Quando la mano si staccherà dalla mano, sarà la fine. Ciascuno, ciascuna di voi sarà solo, sola” (Ivi, p. 53).

Ciò che tiene insieme il racconto, la prosa, il verso e lo scritto teatrale presenti in questo volume sono quindi alcuni momenti luminosissimi in cui l’aspetto più bestiale e muto si salda a una struggente e umana tenerezza per i viventi.

Nella seconda delle Tre invocazioni, un uomo, rimasto solo in una casa da cui “lei se ne andò” (p. 65), dorme abbracciato a una pietra: “Accarezzavo la pietra, le dicevo quant’era bella e gentile, oppure la abbandonavo nel sacco, nella radura dove avevo dormito. La pietra mi guidava. Avevo solo lei, e lei aveva bisogno di me. […] Eravamo stati uniti dal caso. Ci eravamo sempre desiderati: prima che ci conoscessimo, già ci desideravamo” (Seconda invocazione: la pietra, p. 66).

La consolazione impossibile è propria anche dei sogni di Emilio Salgari in Emilio delle tigri se n’è andato, messa in scena in un dialogo a due in cui la voce obbliga lo scrittore suicida a vedere le cose e a non rifugiarsi nel mondo dei desideri, delle proiezioni, delle recriminazioni. Il morire allora è una sospensione della vita e una morte non ancora portata a compimento.

Anche in Novella con fantasma – caratterizzata da una scrittura scorrevole e da un tono d’intenzione comica – incompleta è la dipartita: un singolare e buffo ometto affermerà infatti di essere il fantasma della moglie di Aurelio Lorusso, Maria, il cui corpo è precipitato in un crepaccio ed è rimasto senza sepoltura.

Sembra di percepire in questi testi il desiderio che anche i fitti ragionamenti, più o meno espliciti nel corso del volume, siano solo e soltanto canti, cioè rapporti senza utilità né compensazione di fronte all’esperienza indicibile e irresoluta del venire meno a se stessi.

Ecco che le domande e le supposizioni di Favola del morire affrontano proprio la dimensione corporea, materiale e financo biologica della fine, smettendo le illusioni del ragionare. “Siamo nati per mangiare, siamo nati per mangiarci” (p. 125). Ma nella continua divisione e dimuzione del “ciò” (il cibo, l’aspetto carnale) degli esseri, si domanda Mozzi in questa sorta di monologo, c’è qualcosa che rimane, un “colui” che non viene disperso e che “va in un luogo che non è in nessun luogo”(p. 131)?

“Del colui non sappiamo niente: quindi immaginiamo”, scrive Mozzi (p. 131).

Per concludere con le parole tratte da Operetta di giugno, in coro interminabile (ripetuto) delle bestie (p. 58), che unisce giocosità ingenua e crudele ferinità, due caratteri ricorrenti in questo libro, si può forse dire che il morire (e probabilmente anche il vivere) è allora mancanza di completezza ed è attraversare lasciando, persino la conoscenza umana, che si dà soltanto come uno dei tanti modi di stare al mondo:

“Le bestie sono eterne.
Il piede schiaccia il verme.
Il verme non lo sa.
Questa è l’eternità.

           Il resto, chi lo sa.”

 
 
 

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