Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro

 
 
 

Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro è una raccolta poetica di Michele Miccia edita da L’arcolaio nel 2014, che segue a Il ciclo dell’acqua – Parte di sotto (stampata in proprio nel 2011).

In questa nuova opera compaiono quasi ossessivamente tre elementi: il sangue, la carne e l’acqua.

Il sangue “raccoglie/ e concede” (p. 10); la carne “monta da/ sotto ad affermare il posto dovuto” (p. 13); l’acqua “si lascia cadere leggera” (p. 16).

Protagonista assoluto delle poesie di Michele Miccia è il corpo, chiuso nei suoi confini e nella sua finitezza: “il limite è la sua/ carne” (p. 24). E se il sangue è “ignaro del suo/ circolo” (p. 45), proprio la carne testimonia invece il drammatico tentativo del corpo di uscire da sé, di prolungarsi, moltiplicarsi, affinare la propria prensilità.

Ecco allora che le appendici corporee possono farsi metafora di una proiezione nel tempo a venire, come in questo incipit: “La il ciclo dell'acqua 2promessa di un futuro da prendere/per le corna e santificarlo/ sono le sue dita” (p. 41); altrove il futuro è agognato come seconda possibilità, come “il punto di fuga in cui tutto/ rinasce” (p. 50).

Il corpo, “sospeso/ tra il luogo della nascita/ e quello della morte/ dove fermenta uno spazio tradito”, è sottoposto a uno strenuo ipercinetismo, forse per garantire un senso e un’unicità alla propria parabola esistenziale, per poter almeno affermare “di non essere come gli altri” (p. 86); o forse perché questa inesausta tensione può distrarre dall’idea della fine.

Ma il corpo non ha governo sul destino, non c’è gesto che assicuri un guadagno, e neppure una compensazione è certa: “Non sempre c’è pareggio/ tra ciò che gli entra dentro/ e ciò che gli esce fuori,/ è lo scarto che fa pendere da una/ parte e può indurre al panico” (p. 72).

L’esistenza è dunque un agone senza requie, nel quale i corpi si consumano: “sono i suoi tendini/ che stridono alla fatica, le sue ossa/ che scrocchiano, l’intestino che strappa,/ il suo corpo non è in silenzio” (p. 61).

Questo è un carattere davvero distintivo della poesia di Michele Miccia: l’invecchiamento è indagato, fuori da ogni retorica consolatoria, dalla sola prospettiva della consunzione organica, che in alcuni luoghi del testo è beffarda prefigurazione della morte (“Già prove di imbalsamazione/ futura l’irrigidimento/ dei muscoli”, p. 32).

Nell’universo poetico di Miccia, sorprendente per coerenza, tutto è corpo. Ciò non significa che sia negata la dimensione trascendente, ma semmai che “Dio è un vuoto da conquistare” (p. 67).

Insomma: ogni cosa, anche la divinità, è una distanza da colmare, una quantità di spazio per scoprire la quale occorre giungervi, per conoscere la quale occorre aderirvi; ma i nostri corpi non sono acqua, estranea a essi rimarrà per sempre l’essenza “della porosità/ che solo un’acqua amorevole può/ lisciare”, né i corpi potranno mai avere “la facilità/ dell’acqua di rinsavire in un solco” (p. 44).

Lo scorno espresso dalla voce poetica di Michele Miccia proviene da un paradosso: per conoscere il mondo non disponiamo che del corpo, ma è la sua stessa conformazione a impedire la conoscenza.

 

(Questo blog ha ospitato, ancora inedite, tre coppie di poesie tratte da Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro. In ordine di pubblicazione, qui, qui e qui).

 
 
 

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