La museruola

 
 
 
di Danilo Soscia
 

Per Normanno Soscia,
angelicus pictor

 

Faciamus experimentum in corpore vili

 
 

Domani nostro padre e nostra madre compiranno cento anni.

Udiremo i loro occhi aprirsi al buio, ne subiremo l’odore mentre nudi raccolgono gli abiti, e con il nostro sguardo corrotto li intuiremo guadagnare per l’ennesima volta il water, il lavandino, i fornelli della cucina, il loro fuoco. Cuoceranno, e allestiranno cibo e bevande, compariranno alle porte delle nostre stanze, sorridenti, famelici, pettinati, e chiederanno a ciascuno di noi di raccontare il viaggio che avrà compiuto per tornare a casa a onorare il loro secolo di vita.

aA colazione ci riuniremo all’unisono intorno al tavolo del salone da pranzo, e lo faremo con la malizia complice degli idioti, sgomiteremo, straparleremo, e ci verseremo addosso sufficienti quantità di liquidi e di grassi da mutare odore. E prima di ogni cosa, scopriremo senza volerlo di essere ancora tutti vivi.

Mamma ci terrà la mano a lungo, ci accarezzerà, e leggerà le fessure sulla nostra fronte, rimpiangerà la nostra partenza, un giorno ormai lontano che fingerà di non ricordare. Mamma loderà gli abiti intravisti in valigia, la nostra impeccabile pulizia originaria, si aggrapperà a noi, gioiosa, quando le diremo dei nostri figli rimasti a casa, della loro ricchezza, della loro ignominiosa, pornografica vittoria sulle avversità del mondo, e mamma avrà la lingua rossa, e i denti bianchi, ora che starà per compiere cento anni. Perché noi figli siamo ricchi, noi figli siamo ben allocati nell’esistenza terrena, il nostro ridere è quello dei bambini al seno delle madri, noi figli abbiamo un appetito vigoroso, e non ci tiriamo mai indietro quando qualcuno ci chiede aiuto, e doniamo, e siamo generosi, siamo pronti alla guerra, non abbiamo paura della morte, mamma, non abbiamo paura di vivere in questo mondo.

Anche papà giungerà ai nostri letti, ma non dirà molto. Si accontenterà di osservare, di spostare a caso dal comodino il nostro orologio da polso, i nostri occhiali, la fede da cui abbiamo estratto il dito per la notte. Papà domanderà permesso, perché avrà pudore, e sarà spaventato dalla eventualità indicibile di trovarci stretti alle nostre mogli, ai nostri mariti, mai vorrebbe impedire che la nostra nudità si esprima felice, anche se dormiamo in un letto della sua casa. Papà non parlerà. Ci riferirà solo che un po’ di caffè è pronto, e che la colazione offre molte pietanze e dolci diversi.

Poi, non vi sarà altro che l’attesa della cena, e della festa.

La tavola sarà decorata da biancheria rossa, con gigli bianchi cuciti in rilievo. Ciascuno avrà davanti a sé un sottopiatto di argento e tre piatti impilati, soupe, prima pietanza, seconda pietanza, due calici da vino, apertura con bianco, prosieguo con rosso, un bicchiere per l’acqua, un tovagliolo dello stesso colore dei gigli sulla tovaglia ripiegato in due, due diverse forchette, prima pietanza, seconda pietanza, un cucchiaio per la soupe, all’opposto un coltello seghettato a punta tonda. Al centro della tavola iris, gladioli, bambù. Noi siederemo per primi, vestiti con l’abito che mamma avrà scelto per noi, e ci disporremo intorno al tavolo, secondo la posizione indicata dai segnaposto. Saremo rasati nel viso, e in ogni altra parte del corpo siano mai potuti crescere peli.

Seduti, mani in vista sul tavolo, attenderemo l’ingresso dei nostri genitori, e quando compariranno, abbigliati come il giorno del loro matrimonio, ci alzeremo in piedi e applaudiremo. Papà ordinerà che venga portato in sala il suo pastore tedesco, e gli consentirà di accucciarsi ai suoi piedi. Da sotto il tavolo mia madre passerà all’animale piccole ossa, gusci di uova, scorze di pane, e ordinerà a noi di fare lo stesso. E quando qualcuno di noi si opporrà, dovrà inginocchiarsi ai piedi di papà e chiedere scusa.

Mangeremo soupe au potiron, escargots au beurre de légumes, pigeon rôti au jus de truffles, e l’immancabile, mai defunta e per questo eterna, île flottante. E quando la cena sarà conclusa, arriverà la sorella che non era stata invitata per i cento anni di mamma e papà, la donna di cui noi abbiamo dovuto dimenticare il nome. Sarà ben vestita a sua volta, e condurrà con sé regali, avrà parole aspre per la nostra vecchiaia, e occhiate vuote rivolte ai piatti sudici sul tavolo.

Arriverà nostra sorella, l’unica a non essere invitata per i cento anni dei nostri genitori, e noi non avremo più paura. Rimarrà in piedi, perché non ci sarà per lei posto a sedere, imprecherà contro il nostro dio, e si strapperà i lembi della scollatura, e mostrerà il suo seno e l’ombelico, e afferrerà un bicchiere dal tavolo, e così all’unisono augureremo ancora altri cento anni ai vecchi che abbiamo a lungo onorato nel corso della vita. Nostra sorella poserà il bicchiere, e racconterà una storia.

C’era una volta una famiglia di dieci figli, sette maschi e tre femmine. Essi crebbero osservando il rispetto del padre e della madre, e diventarono uomini e donne di scienza, e lavorarono con sudore per coagulare una ricchezza bastevole a dieci vite. Essi si riprodussero come era stato insegnato loro, e badarono alla vecchiaia del padre e della madre, e in anticipo sui tempi organizzarono con buona spesa il funerale dei loro genitori, e la sepoltura, così che i vecchi non dovessero preoccuparsi in vita delle modalità del trapasso nella bara, e nella terra. Ma il sole tramontò presto sulla casa benedetta, e i dieci fratelli lapidarono il cane pastore che il loro padre amava come un figlio suo. All’alba, armati di pietra, ne andarono a caccia, fino a quando non lo uccisero, e ne condussero il cadavere a cospetto del padre. Solo una delle sorelle scelse di non scagliare la pietra contro la bestia. Per questo fu cacciata, e minacciata di non fare mai più ritorno.

Allora i nove figli mostrarono al padre e alla madre le mani insanguinate, e questi domandarono loro la ragione di tanta crudeltà. E i figli risero di quel gesto, e dissero che volevano far provare al padre e alla madre la stessa sorte del cane. E il padre e la madre accettarono, anzi intimarono ai figli di non attendere altro tempo.

Ognuno scagliò forte la sua pietra, con l’intento di uccidere, ma il vecchio padre e la vecchia madre non furono nemmeno bscalfiti. E ridotti in ginocchio i figli ribelli, li rinchiusero ciascuno nella sua stanza, con l’ordine di non uscire per sette giorni e sette notti. Per sette giorni e sette notti non videro la luce, e mangiarono e bevvero solo quello che veniva passato loro durante arbitrari, imperscrutabili atti di grazia.

Un nuovo cane venne a occupare la cuccia del vecchio, più forte e mostruoso del precedente, e con quello il padre e la madre governarono a lungo il terrore plastico dei figli sconfitti.

Così finirà la storia, e papà a quel punto si sarà portato in braccio il cane e ne bacerà le orecchie, la punta del muso. Così, amata sorella ribelle, finiremo noi tutti, in braccio a papà per riceverne i baci, parole di conforto. Sarà allora che tu ci mostrerai le cicatrici sulla schiena, sarà allora che la superficie del cibo avanzato, delle bevande ammezzate sulla nostra tavola, esaleranno un alone acido, secolare. Sulla tua schiena, sorella, è impresso l’intero sistema solare e i suoi pianeti innominati. E sei tu il sole, l’ordine perfetto della nostra ellisse, quella specie di oscillare famelico intorno alla verità che porti con te, anche nel giorno del centesimo anno di vita di mamma e papà. Sulla tua schiena è scritto il corso delle cose, e la menzogna ultima sulla nascita e sulla morte, sulla tua schiena è disegnato il viso che avremo da vecchi, ed è un evento prossimo, perché il tempo è trascorso, sorella, e noi non abbiamo fatto altro che perseverare, perseverare, perseverare nel vuoto tiepido del mondo. La tua schiena è bella come le lavanderie condominiali, quelle in cui siamo scesi tutte le notti per incontrare ragazzi e ragazze in sandali di plastica e odore di gas, e angoli per fumare, e distributori di biscotti e gelati, anche d’inverno. È bella come le scuole dove abbiamo imparato a leggere, sorella adorata, e dove anche tu ritornavi tutti giorni per ricondurci a casa, a nasconderci dalla ferocia del pomeriggio che è fatto di atti innominabili, e dal ritorno a casa di mamma e papà, e del cibo che avrebbero condotto con loro, perché avremmo mangiato di nuovo, e il mangiare non era più l’unica cosa necessaria per vivere, ma anche le fotografie, anche la biancheria intima, il motore a scoppio, e l’odore di uno sparo, anche l’abbondanza del grasso sul ventre e dentro le cosce, ignari della puzza che emanavamo e che tu provvedevi a sedare, a contenere, tenendoci stretti tra i tuoi seni. La tua schiena è bella come la violenza, perché la violenza è giusta. La violenza regola il tratto e l’ordine delle parole che noi dobbiamo dire, solo quelle che dobbiamo dire ad alta voce, e mai altre, mai altrove. La violenza che ci fa abbaiare, ascolta come abbaiamo, ci hanno insegnato così, difendiamo il nostro padrone, perché solo quello possiamo fare, e ti giuriamo vorremmo fare altro e non sappiamo. La nostra sopravvivenza è garantita dai vestiti che indossiamo stasera e dalla domanda ossessiva di mamma, Imiteresti per tua madre l’affetto di un cane?

Cosa è rimasto in tavola, cara sorella? Tutto il cibo avanzato è per te, mangialo. Noi conosciamo la direzione di ogni tua cicatrice, e il giorno, e l’ora, il momento stesso in cui è stata luce per noi, e non più buio. E il mondo, sai, è un bel posto alla fine, lo ha detto anche papà allo scoccare di questa ennesima mezzanotte di festa. Nudi e ben depilati al suo cospetto, la museruola allacciata sulla bocca, a quattro zampe a cantare la canzone di auguri che ci piace cantare. E ridiamo, guardiamo l’orologio e ridiamo. Dieci, eccoci sorella nostra, nove, ecco le nostre mani, sono sporche, otto, ecco i nostri piedi, sono sporchi, sette, ecco il nostro sesso uguale a quello di un bambino, perché così è rimasto da allora, sei, ecco i nostri occhi, sono occhi di complici e di sinceri servitori della giustizia, cinque, ecco le nostre orecchie esplose per le parole ascoltate finora, quattro, ecco i nostri denti perfetti, tre, ecco la nostra lingua rotta, due, ecco le nostre labbra impure, che hanno baciato le mani, i piedi e il culo di chi ci ha sfamato, uno, ecco la museruola dietro la quale ridiamo, zero, ecco la notte che ingoia anche te, sorella felice, che sei morta per noi divorata dai cani.

 

                                                                              Pisa, dicembre 2014

 

 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato fa parte del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie. Questo blog ha ospitato cinque estratti de I topi. Biblia pauperum, opera di prossima pubblicazione; in ordine di apparizione, Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti, Il macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 

Le immagini provengono da qui.

 
 
 

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