Racconto dell’aldilà

 
 
 

Pubblicato nel 2013 da CartaCanta editore e a cura di Giovanni Nadiani, Racconto dell’aldilà di Matthias Politycki ruota attorno alla figura di Hinrich Schepp, sinologo sessantacinquenne della Freie Universität di Berlino, il quale una mattina trova in casa il corpo esamine della moglie, Dorothee Wilhelmine Renate Gräfin von Hagelstein.

poltycki_cover_stampa-11-422x600Mentre prende atto della morte della donna, Schepp scopre anche che Doro – dedita da anni alla correzione delle bozze dei suoi testi – ha messo mano al manoscritto di un romanzo incompleto, nascosto e da lui stesso “da tempo rigettato” (p. 22, corsivi nel testo), Marek, la Spugna, inserendovi commenti, aggiungendo a esso la propria scrittura. Tuttavia le parole di Doro rivelano a Schepp una donna a lui del tutto sconosciuta, estranea.

“Gli restavano soltanto i fogli compilati per lui da Doro. Ma compilati così confusamente, da quale Doro? Era evidente che non era più del tutto in sé, non la conosceva affatto tanto incontrollata, tanto smodata, tanto diretta. Che cosa le era mai preso? Doro, una personcina così delicata, che lui aveva sempre ammirato proprio per il suo garbo!”, p. 11.

Al racconto del presente segnato dall’odore della morte, si intrecciano il ricordo del vissuto di Hinrich, il testo del manoscritto e i messaggi apposti su di esso da Doro.

Il romanzo si muove tra il tema della vita e quello della morte.

La colpa rimproverata a Schepp dalla moglie pare essere quella di aver cercato la vita da solo, cioè senza di lei. In seguito a un’operazione agli occhi che lo riabilita da una importante miopia, infatti, il professore, da sempre preso in un mondo opaco e poi per anni assorto nello studio e nell’attività di filologo, escluso e ai margini (“[…] era iniziato tutto nella sua infanzia, che aveva passato a partire già dall’età di cinque anni quasi solo con i libri, per giocare a calcio gli occhiali gli avrebbero dato fastidio”; […] fortunatamente gli sfuggivano i dettagli, dal momento che percepiva come ombre tutto quello che succedeva a più di tre o cinque metri di distanza”, p. 33), sembra essere d’un tratto abbacinato e folgorato da una chiarezza di visione che si fa impulso vitale, interesse per la vastità del mondo e per la sua molteplicità (“Che spavento vedere tutto in una volta il mondo in tutti i suoi particolari e in tutta la sua nitidezza! […] Adesso lo accecavano, confondendolo tantissimi particolari”; “Schepp si sentì attratto dai propri simili in una maniera che non avrebbe mai ritenuto possibile, ora voleva sentirsi parte di tutto, almeno come spettatore”, p. 34).

Ecco che la vita è anche, però, oscura forza e inarginabile energia che portano l’uomo a liberarsi dei legami, dei vincoli costituiti, che sgretolano ogni costruzione, ogni vissuto, nel continuo movimento e mutamento in cui gli esseri sono immersi. E la vita è quindi anche soddisfacimento, espansione, appagamento egotico.

“Beh, finché giravi per il mondo mezzo cieco, ti andavo bene […]. Appena hai potuto vedere meglio, chi hai tenuto stretto effettivamente?”, Doro rimprovera così Schepp (pp. 70-71), giacché assecondare il cambiamento significa non assolvere mai pienamente alle proprie promesse, alle intenzioni, ai patti (“Non era la vita intera nient’altro che tradimento?”, p. 85).

L’esperienza dell’esistere acquista un senso agli occhi nuovi del professore proprio davanti al corpo della moglie, alla quale aveva assicurato trent’anni addietro che sarebbe stato lui a morire per primo, allo scopo di prenderla per mano e accompagnarla attraverso il lago fino all’altra riva, “dove forse la vita procede in qualche modo” (p. 15).

Una promessa che aveva sancito l’inizio della loro relazione, in seguito a un dialogo attorno all’aldilà, e che Schepp sa di aver disatteso.

“Lo assalì l’amarezza di aver mancato l’appuntamento con la cosa più importante della vita, cosa su cui non c’era più tanto da cavillare e che, soprattutto, non poteva più essere riparata. Essere morti, pensò, significa in particolare non potere più scusarsi, più perdonare, più riconciliarsi, significa che non si può più assolvere nulla, soltanto dimenticare”, p. 86.

Ambientato in una stanza e nella virtualità di più scritture tra loro intersecate, il romanzo si sviluppa in un tempo della narrazione dilatato, procedendo da una prospettiva esterna e, insieme, interna al personaggio protagonista, il quale sembra finalmente vedere, senza le analisi né i rifugi della ragione e dell’intelligenza, che la morte non è al termine della vita (quasi fosse a una sua estremità continuamente allontanabile e da rimuovere), ma è nella vita, sebbene la fine sia qualcosa di completamente altro e incommensurabile rispetto all’essere dell’uomo.

 
 
 

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