Tre divergenze

 
 
 
 di Giorgio Mannacio
 
 
 
 

Un’interpretazione del Macbeth

 

L’energia dei pigri è terrificante. Non appena decidono di uscire dallo stato di quiete in cui beatamente si trovano e di iniziare una qualunque attività, seminano la loro strada di opere o di cadaveri.

Il meccanismo sotteso a questi effetti è semplice. Ogni problema che si affaccia alla mente di costoro – la conquista di una posizione di rilievo nella società ovvero il semplice acquisto di un libro – produce un vero e proprio corteo di preoccupazioni, corteo intollerabile da sopportare come quello che rende impossibile l’incondizionato godimento dell’ozio, il più desiderabile dei beni.

sothebys_miro_soiree_snob_chez_la_princesseC’è, allora, un unico mezzo adatto a raggiungere una volta per tutte lo scopo: la soluzione immediata e a qualunque costo della questione in sospeso.

Ma poiché la vita, se non disordinata è certo complessa, ciò che appare una questione isolata è, in effetti, l’anello di una lunga catena di questioni, il traguardo desiderato si allontana sempre di più e sempre di più si impone la soluzione immediata e a qualunque costo.

I falsi pigri si arrestano ed i veri pigri continuano, apparendo agli occhi dei più come straordinari esempi di solerzia ed alacrità quando non di violenta determinazione.

Macbeth, ad esempio, dopo la profezia della terza strega (Salve Macbeth, che un giorno sarai re, Atto I, scena III) non pensa che ciò possa verificarsi per una serie di coincidenze del tutto fortuite che si snoderanno nell’arco di un tempo più o meno lungo.

Oppresso dall’esito finale che gli è stato profetizzato come sicuro e disturbato nel suo ozio dalla predisposizione mentale di un programma per raggiungerlo, anticipa in modo vertiginoso i tempi in cui – da vero pigro – ne godrà senza altre preoccupazioni.

Gli effetti di questo suo prepotente desiderio di quiete (Se tutto fosse fatto, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto, Atto I, scena III) sono una serie di delitti e tanto lezzo di sangue che – come si sa – nessun profumo d’Arabia potrà togliere dalle narici.

 

 

Epistolario amoroso

 

Mi chiedo, in questo umido pomeriggio di novembre, mentre mi accingo a scriverti, quale tipo di corrispondenza possa mai tenere un ermafrodito con sé stesso.

Intendo: l’ermafrodito autogamo o sufficiente, rispetto al quale è possibile l’autofecondazione.

Alcuni sostengono che questo tipo di essere vivente è negato all’epistolario amoroso. Ma è una opinione non sufficientemente meditata. Anche per l’ermafrodito autogamo, infatti, non mancano le difficoltà e, quindi, quelle tensioni che da sempre alimentano la ricerca, il lamento e come ultima conseguenza, l’istinto letterario.

Nonostante abbia in sé e, per così dire a portata di mano, l’oggetto dei propri desideri, l’autoaccoppiamento è impraticabile e impossibile l’autofecondazione.

Nelle planarie, nei lombrichi e nelle chiocciole, ad esempio, gli organi sessuali sono lontani.

In altri animali cause biochimiche impediscono la fertilizzazione dei gameti provenienti da uno stesso individuo. In altri ancora lo impedisce il diverso tempo di maturazione delle gonadi. Dunque anche l’ermafrodito autogamo deve dolersi della natura matrigna che sembra favorire, con questi dispetti, il lamento egli amanti lontani anche quando sono la stessa persona.

Un lombrico metereopatico potrebbe scrivere nelle proprie memorie: perché sono lontano da me stesso?

E la planaria si veste a lutto ogni giorno e viene chiamata, appunto, planaria lugubris, per l’eterna vedovanza del suo sposo/sposa.

L’individuazione è – teoreticamente – lontananza.

 
 
 

Punti di vista

 

Nel XXII Canto dell’Iliade, Patroclo appare in sogno ad Achille e gli ricorda un episodio della loro infanzia legato agli astragali, un antichissimo gioco simile ai nostri dadi. Essi venivano ricavati, ci dicono i testi della tradizione, da un piccolo osso del teso del piede (di regola dell’agnello), a forma di cubo.

Sappiamo che in questo gioco – che aveva anche funzioni divinatorie – la combinazione più sfortunata, vero e proprio presagio di sventura, veniva chiamata colpo del Cane mentre quella più fortunata colpo di Venere.

Non si sa perché al cane, fedele amico dell’uomo fin dai tempi più remoti (ricordate Argo che muore una volta riconosciuto il proprio padrone atteso per lunghi anni e senza neppure il passatempo della tela) venisse collegata una previsione funesta.

Quanto a Venere, il nesso tra la dea dell’Amore e la buona sorte appartiene al regno dell’immaginario, che non tollera smentite, e da questo è passato, in varie forme e modi, alla convenzione letteraria.

Anche quando si accompagna a tragedie, dolore e sangue non vengono lesinati sottintesi di grandezza e splendore.

Ma alcuni spiriti saturnini rifiutano tale nesso con sovrana noncuranza. Il grande Belli – nel sonetto La vita dell’omo del 1833 – elencando i fastidi e i mali dell’esistenza scrive senza mezzi termini o infingimenti:

Poi vie’ l’arte, er diuggiuno, la fatica,
la piggione, le carcere, er governo,
lo spedale, li debbiti, la fica.

 
 
 
Giorgio Mannacio (1932). Vive a Milano. Ha scritto sei libri di poesie (di cui uno satirico); alcuni articoli di varia cultura; ha collaborato a numerose riviste letterarie e, attualmente, alla rivista on-line Poliscritture.

 
 

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