Che ne è degli avvoltoi

 
 
 
di Dario Ricciardo
 
 
 
 

L’oggetto che rotolò ai piedi di un pensieroso passante, interrompendone la passeggiata pomeridiana lungo il selciato di un parco, era, incredibile a dirsi, la testa mozzata di un uomo.

Lineamenti regolari, carnagione chiara, piccoli occhi neri, corti capelli castani e labbra sottili quasi quanto i baffi che le incoronavano. Le prime rughe d’espressione svelavano un’età compresa tra i trenta e i quarant’anni.

A stupire il passante pensieroso, quasi quanto il rotolare dell’oggetto inanimato, fu la mancanza di un corpo nelle immediate vicinanze. “Così si esclude l’ipotesi di un efferato suicidio appena compiuto” pensò l’uomo intero. Ma non arrestandosi a questa considerazione, con duplice e opposto movimento del collo voltò prima a destra e subito dopo a sinistra la propria testa, sperando di trovare l’altrui corpo nei paraggi e rendere quindi il macabro mistero un po’ meno fitto. Non scorgendo però il corpo mancante, nonostante l’ampliamento del campo visivo provocato dal duplice e opposto movimento, fu costretto ad escludere anche l’ipotesi di un omicidio per decapitazione appena consumatosi. Piegò quindi le ginocchia per guardare con attenzione lo sconosciuto rotolato ai propri piedi, le cui labbra sembravano aver festeggiato l’ingresso nel mondo dei più immobilizzandosi in un accenno di sorriso.a

“Doveva di certo trattarsi di un uomo ottimista e dal temperamento lieto: la sua espressione serena è davvero un bel modo per accogliere la morte.”

Quindi, piegandosi ancora fino a poggiare il ginocchio destro per terra, fissò lo sguardo sulle arterie recise dello sventurato ottimista.

“Bel lavoretto ti hanno fatto!” esclamò.

“Non hai opposto resistenza?” chiese parlando a se stesso. Non avendo infatti la stessa indole ottimistica dello sfortunato decapitato non osava sperare che questi avesse mantenuto la voce e la capacità uditiva, per cui non si aspettava alcuna risposta. Risposta che infatti non arrivò, se si eccettua una lieve oscillazione della testa mozzata, il cui significato venne letto dal passante come un no, rifacendosi alla consuetudine del mondo dei meno – del quale ancora per qualche decennio non dubitava di continuare a far parte – che identifica con una risposta negativa l’oscillazione orizzontale del capo.

Se speri di trovare della verosimiglianza nel prosieguo, lettore stupito più del passante, cambia pure il tuo stato. Ma se non cederai al pregiudizio di escludere l’attività immaginativa – in quanto dotata di esistenza, seppur non estesa – dal mondo reale, scoprirai che l’idea di verosimiglianza accoglierà, a partire da se stessa, qualsiasi pensiero possibile alla mente. Non ti ho ancora convinto? Concedimi una seconda opportunità: l’azione del pensare è possibile solo a condizione che esista un soggetto pensante che la ponga in atto, per cui, indipendentemente dal contenuto del pensiero, che può riprodurre ed elaborare dati osservati o invece essere frutto di pura attività immaginativa, tale contenuto esiste realmente, in quanto risultato dell’azione di un soggetto facente parte della realtà. O dubiti anche di questo, mio novello Descartes? Che esista qualcuno che sta immaginando ciò che leggi?

Che tu abbia cambiato stato, o che ti sia arenato sul dubbio, asino che altro non sei – e se ti offendi, mi difendo, chiamando in causa Buridano – io continuo a immaginare e, se mi riesce, a scrivere.

“E chi è stato sai dirmelo?” chiese ancora esitante, certo del silenzio, ma non più di non ricevere risposta, il passante stupito.

“Certo, che sì!” rispose, sorprendendolo, non per l’ultima volta, la testolina dondolante, schiacciando per soprammercato l’occhio destro e lasciando che le labbra, dall’immobile accenno, si schiudessero in un sorriso complice.

“Oh!”, esclamò l’uomo con la testa sulle spalle, cercando nel contempo di scattare in piedi, ma fallendo allo scopo e cadendo invece sul sedere. Superato in un paio di secondi quest’altro turbamento il passante seduto pensò: “Deve saperla lunga per sorridere e farmi l’occhiolino anche da morto!” Ma se un secondo passante si fosse trovato a breve distanza da lui, avrebbe scoperto il dono della sintesi del primo, nella domanda: “Chi?”

“Lo sai bene”, disse la testa.

“Come posso saperlo?”, rispose il corpo intonso.

“Vuoi davvero che te lo dica?”

“Non te lo avrei chiesto altrimenti!”

“Non è la tua una domanda retorica?”

“Nient’affatto!”

“Ti avverto allora che avrai una sorpresa non molto inferiore di quella toccata ad Edipo.”

“Su parla! Non tirarla ancora per le lunghe.”

“Sei stato tu!” disse infine l’oggetto rotolato, indossando adesso un sorriso gentile, incastrato tra virgolette e punto esclamativo.

Dopo questa accusa giudicata dal passante interrotto quanto meno temeraria, non possiamo non rivelare un deciso cambiamento del suo contegno verso l’uomo con capo ma senza coda né altre parti di sé.

“Come potrei essere stato io se nemmeno so chi sei?” chiese con tono irato e sorpreso l’uomo con capo, invero senza coda, ma con braccia, gambe e tutto il resto al proprio posto.

“Mi conosci eccome! Perché ti costa tanto ammetterlo? Io ti ho perdonato, sei colpevole quanto le circostanze” rispose il capo al passante irato, mantenendo il sorriso di cui sopra.

“Io non ti ho mai visto prima” affermò, alzando ulteriormente il tono di voce, l’uomo di media altezza. “E se davvero mi conoscessi sapresti che la mia indole è mite.”

“Non mentire!” disse il volto, svestendosi del sorriso.

“Non sto mentendo!” rispose l’uomo.

“Mi piacerebbe che tu non stessi mentendo! Non mi troverei in questo stato! Ma purtroppo sono io la prova delle tue menzogne.”

“Il bugiardo sei tu!”, disse l’uomo che, pur mantenendo ogni parte di sé, aveva ormai perso la pazienza.

“Purtroppo non è così, e posso anche dimostrartelo!”

“Come potresti?”

“Hai affermato di essere di indole mite, ma è bastato contraddirti perché la tua voce si alzasse di diversi toni fino a raggiungere quello aggressivo.”

“E questo proverebbe che sono un bugiardo?” chiese l’uomo intatto.

“Fina a prova contraria”, rispose la testa dalla mente sofista.

“Dimentichi che il tuo essere e le tue parole hanno dell’incredibile” disse l’uomo cercando di riacquistare il controllo di sé.

“Il fatto che qualcosa non sia accaduto fino a ieri, non significa che non possa accadere oggi” rispose la testa con calma, dimostrando da questa affermazione che tra i suoi neuroni si annidavano nozioni di filosofia empirista.

“Che cosa intendi dire?” chiese l’uomo integro che probabilmente non aveva mai sentito parlare di Hume né della teoria della falsificabilità di Popper.

“Avremmo bisogno di un numero infinito di osservazioni per poter affermare con certezza che un evento che non si è verificato in passato non possa verificarsi neanche in futuro, ma per avere un numero infinito di osservazioni sarebbe necessario un tempo infinito, ovvero l’eternità, ma nell’eternità non solo le parole passato e futuro, ma anche quella di tempo, non hanno senso” aggiunse lo sfortunato ottimista.

“Di cosa stai parlando?” disse l’uomo ignorante.

“Lascia perdere” rispose con condiscendenza la testa colta. “Rifletti invece su un punto, sei più preoccupato della mia accusa che non della assurdità di ciò che senti e vedi!”

“Perché dovrei riflettere?” chiese l’intatto integro intero intonso. “Le tue parole non hanno un peso specifico maggiore di quelle che sento ogni giorno, né fanno più rumore, si sono soltanto sovrapposte al quotidiano silenzio con cui attendo il tramonto.”

“Sei stato tu a cominciare a parlare, se non mi avessi fatto la prima domanda, non avrei aperto bocca”, disse il capo con tono comprensivo.

“Allora finiamola qua!” urlò il furioso bipede. “Ognuno per la sua strada! Non ho voglia di perdere altro tempo a parlare con ciò che resta di un uomo!”

La testa, se la sua originalità si fosse spinta al punto da avere anche gli occhi fuori dalle orbite, avrebbe visto la propria bonaria espressione trasfigurarsi sino da indossare la maschera del risentimento. Non disse infatti più una parola ma fissò con sguardo severo ed in tralice l’uomo parlante.

L’uomo, forse intimorito dallo sguardo che sentiva su di sé, smise di parlare e si fermò a riflettere.

La testa continuava a fissare con severo sguardo in tralice l’uomo pensante.

L’uomo silente pensò: “Un calcio e lo farà sparire dalla mia vista!”

Ma l’intento parzialmente violento rimase tale cedendo alla riflessione: “No, in questa storia voglio entrarci soltanto con le parole. Che si perdano tra i miei pensieri e nell’aria che mi separa da lui, nessun gesto che sveli un’intenzione. E poi…” pensò “se ne occuperanno gli avvoltoi…”

Guardò il cielo senza scorgere uccelli predatori a sporcarne l’azzurro. La testa fece altrettanto. L’uomo corresse il suo pensiero “Cani e topi.”

Fissò per un’ultima volta lo sguardo sulla testa i cui occhi erano invece rimasti a guardare l’azzurro lindo.

“Cani e topi mangeranno quegli occhietti e pian piano tutto quel che resta di lui.”

“Ma ancor prima che dal mondo materiale scomparirà dalla mia memoria” aggiunse tra i suoi pensieri il passante in procinto di tornare ad esserlo del tutto.

Così il nostro uomo nemmeno dimezzato si lasciò alle spalle il duro oggetto parlante riprendendo il suo cammino terreno e, temendo forse la timorosa fantasia dei polpastrelli sui tasti, sgomenta al profilarsi di qualsiasi finale e quindi verosimilmente capace di sbarrargli una seconda volta la strada, affrettò i passi per uscire dal racconto.

 
 
 

Dario Ricciardo è nato a Palermo il 15/7/73, laureato in Economia e con un Master in Business Administration, nel 2007 ha vinto la III edizione del concorso Io-Scrivo indetto da Giulio Perrone Editore con il racconto Grida; nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti Ragioniamo per assurdo Lab-Giulio Perrone Editore. Nel 2010 ha frequentato i corsi di editing, grafica e marketing editoriale organizzati da Navarra Editore. Nel 2014, insieme a Francesco Romeo, ha fondato la casa editrice Corrimano Edizioni.

 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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