Non avrai le mie parole

 
 
 

Pubblicato nell’ottobre 2014 da Novecento Editore, il romanzo di Massimo Ferro è di certo fatto di scrittura.

copertina_Fronte_ FerroCaratterizzato da uno stile alto e da un ritmo prevalentemente largo, con frasi spesso sovrabbondanti che creano un effetto generale di opacità e di ampiezza – quasi che l’autore rinvenisse nella parola scritta un luogo e un’origine –, Non avrai le mie parole racconta la storia di due famiglie di Medantia, destinate a rimanere legate per più di quarant’anni.

Insieme al dettato prezioso e sensuale, colpisce la struttura del libro e la costruzione dell’intreccio: costituito di dieci capitoli e di una nota introduttiva dello stesso Massimo Ferro indirizzata al lettore, la vicenda è ricomposta mediante i punti di vista dei personaggi (in prima e terza persona, e ogni figura dà il titolo a uno o più parti), i quali si muovono, a loro volta, tra passato e presente.

La storia trova il suo principio nel processo che segue, un anno più tardi, il tentato omicidio di Dante Cescati ad opera della giovane Marta Del Bornio, la quale spara all’uomo nel maggio 1933, nella stanza 12 dell’albergo de’ Rovatti di Medantia (luogo che sarà teatro di azione di altre figure nel corso della narrazione).

Sullo sfondo del Novecento italiano (il romanzo copre un periodo temporale che va dal Fascismo fino al Settantasette), le voci conducono tra le trame intricate di rapporti d’amore e di violenza e potere, nella costante percezione che la verità è di dopo, di chi verrà, che nessun tempo è mai completo.

Ma la parola scritta è anche motivo stesso del romanzo; le lettere di Dante e Marta e il misterioso romanzo omonimo Non avrai le mie parole dello sconosciuto Arno Martergaard, infatti, consegnati come eredità alle generazioni future, permetteranno di fare almeno un po’ di luce sul passato (“Ne uscirono, liberate da legacci di scarpe, buste ingiallite, ma di sorprendenti riflessi bianchi, come se l’avida lettura di qualche protettore si fosse consumata al buio. In una cantina preziosa, forse. Quel fruscìo si fece rumore sordo, quando l’aiutante appoggiò il peso al tavolo, mentre già la mano dell’impiegato, d’improvviso ricomparsa dalla porta, prese a mescolare le carte”, p. 130; “Elvira e Lavinia aprirono tutte le lettere, cercando altre pagine del libro, mentre quelle consegnate dal notaio andarono subito al loro posto. Le buste cominciarono ad accumularsi, separate dai fogli, mentre il testo edito di Non avrai le mie parole, dopo un’ora aveva un nuovo scorrimento”, p. 142, corsivi nel testo).

Le parole rappresentano quindi la possibilità di dire, di confessare, di testimoniare ciò che è stato. Alcune parole sono troppo fragili per essere pronunciate, per sopravvivere alla Storia (“Ci sono delle parole dentro, alcune si industriano per uscire, ma molte non ce la fanno. Devono restare nella loro casa, anche se bellissime. Fuori, possono solo spezzarsi”, p. 114, corsivi nel testo); e poi c’è addirittura chi le usa per controllare, per nascondere la verità (“È il destino dei potenti, […], riuscire a confondere il passato senza cancellarlo del tutto, con il lusso di riscriverlo”, p. 256, corsivi nel testo).

E questo romanzo offre anche l’immagine della discontinuità della memoria rispetto ai fatti, del futuro rispetto al passato, della fragilità di ogni scelta ed esistenza, giacché ogni conoscenza, ogni giustizia è la ricostruzione della verità e non la verità, la quale è inafferrabile persino nel presente.

Tuttavia, in ogni tempo, sembra mostrarci l’autore, l’essere umano pare essere sempre identico a se stesso; è soltanto una parte, gli è propria una misura piccola ed è irrimediabile il suo legarsi alle cose (idee, oggetti, sentimenti, financo persone) e definirsi attraverso di esse (“Ecco, io voglio le cose. Per me ora cibo cucinato, vestiti che cambio, aria calda per la legna che brucia, sudori del piacere che alterno all’asciugarsi della stanchezza”, p. 59, corsivi nel testo; “Ancora le cose, il loro possesso, la compenetrazione terrena al godimento: sapere che è nostro, sentirlo tolto al mondo”, p. 248).

Ecco che l’espressione “Non avrai le mie parole” (che dà il titolo anche all’ultimo capitolo), non rappresenta solo il riconoscere che chi verrà dopo avrà altre parole, altre storie da raccontare o racconterà con discorsi propri, non è soltanto il rifiuto di ricordare e di affidare un ricordo al domani, ma la certezza dell’impossibilità di ogni possesso (specialmente dell’altro), poiché la proprietà nega la vita, il tempo: “Qualche volta torniamo indietro, capisco e però neanche in quel pugno chiuso siamo tanto sicuri del riparo per i ricordi che pensiamo di possedere, sempre più infittiti e concentrati. Ci sono ombre, riquadri di spazi che nessuno occupa più. Voci, forse. Ma la vita non è più lì dentro, caro mio. Di questo sono persuasa da tempo” (p. 253, corsivi nel testo).

 
 
 

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