Canto della tempesta che verrà

 
 
 

Canto della tempesta che verrà di Peter Fröberg Idling (uscito nel giugno del 2014 per Iperborea nella traduzione di Laura Cangemi) è un romanzo pervaso da un’energia sotterranea. Perché?

Occorre anzitutto accennare al contenuto e alla struttura dell’opera. In trenta capitoli, corrispondenti a trenta giorni consecutivi (dal 22 agosto al 21 settembre 1955), viene narrato il periodo che precede le prime elezioni libere in Cambogia.232_cover_alta

E viene narrato da tre punti di vista differenti, che corrispondono alle tre parti (di dieci capitoli ciascuna) di cui si compone il libro.

Nella prima parte seguiamo le mosse di Saloth Sar, il quale nel 1975 col nome di Pol Pot guiderà la sanguinaria rivoluzione dei khmer rossi. Sar, ufficialmente nelle file dei Democratici, è in realtà membro dell’Organizzazione, che sta preparando il terreno alla rivoluzione comunista.

In questi primi dieci capitoli sorprende la scelta stilistica. L’io narrante riporta con partecipazione emotiva le vicissitudini di Sar, ma non solo; spesso gli si rivolge col tu, come esortandolo ad agire: “Bussa. Bussa una, due, tre volte e aspetta il sussurro dall’altra parte. Rispondi al sussurro”, p. 20.

Lo strenuo impegno politico di Sar convive col suo tormentato amore per la splendida e sfuggente principessa Somaly, eletta miss Cambogia. “In ogni suo attributo, abito, pettinatura, gioielli, si confondeva con le altre giovani donne che avevano raggiunto l’età per debuttare in società. Ma a differenza di quelle, così preoccupate di fare bella figura che tutta la loro individualità sembrava perdersi in una specie di smagliante sorriso nervoso, lei appariva intenzionalmente inaccessibile. Come se fosse circondata da una sorta di oscurità, in contrasto con il contesto tutto oro e lustrini”, p. 35.

Il conflitto tra militanza politica e passione amorosa talvolta prende la forma di pensieri angosciosi: “nei giorni che ancora ti dividono dalle elezioni, ora che sei disposto a sacrificare tutto ciò in cui credi per una vita con lei, hai più bisogno che mai della sua presenza”, p. 65.

Il corto circuito emotivo in cui vive Sar è perfettamente sintetizzato in una breve frase (corsivo nel testo): “Non sei mai stato così irrealmente reale” (p. 120).

Protagonista della seconda parte è Sam Sary, vice primo ministro alle dipendenze del principe Norodom Sihanouk, feroce oppositore dei Democratici.

In questa sezione viene meno la complicità emotiva tra il narratore e il personaggio principale; si retrocede alla più comune terza persona onnisciente, e balza agli occhi l’uso abnorme delle parentesi, quasi a testimonianza di un narratore timoroso, obbligato ad adoperare due piani narrativi, uno potrei dire ufficiale e uno potrei dire clandestino: “Somaly aveva subito accettato l’invito a cena (il che non aveva fatto che aumentare la sua confusione). Cosa significasse, allora non lo sapeva (e neanche adesso). Che si lasci invitare da chiunque? (Ma in questo caso avrebbe dovuto sentirlo in giro)”, p. 182.

L’estratto ci svela molto: non solo che Sary, al pari di Sar, è legato a Somaly, ma pure che entrambi sono preda della sua bellezza diafana e riottosa. Peraltro, la giustapposizione delle due vicende palesa un altro aspetto comune: sia Sar che Sary celano, dietro un atteggiamento politico rispettabile, progetti estremistici (ancorché di segno opposto).

Inevitabilmente è Somaly la protagonista della terza parte del libro.

Qui lo stile muta ancora, si fa più disteso, in alcuni passaggi prezioso, intonato all’avvenenza della principessa. Si leggano le prime parole della sezione: “Fragole di Saigon, arance di Battambang. Orchidee bianche dalle piccole lingue rosa. Passa una mano sul cellofan. Il biglietto è in francese, prestampato in oro”, p. 291.

Somaly è ben conscia del proprio fascino, nonché di tenere in scacco due eminenti personalità politiche. Per quanto la sua condotta ambigua, nei giorni che precedono un avvenimento elettorale così importante, le dia timori persecutorî (“Adesso fatica a liberarsi dalla sensazione di essere osservata da qualcuno nel buio della notte”, p. 343), più spesso le consente di bearsi della supremazia psicologica sui due amanti: “Sono io che decido, pensa. Sono quella che decide”, p. 361.

Torniamo adesso alla dichiarazione iniziale: perché Canto della tempesta che verrà è pervaso da un’energia sotterranea?

Perché su un piano superficiale il libro, al di là della piacevolezza della lettura (in virtù di uno stile sempre sorvegliato e fluido, pur nelle tre diverse declinazioni), racconta una vicenda davvero semplice e nemmeno troppo originale.

Eppure tutta l’opera è attraversata da un’inquietudine: ogni azione dei tre personaggi principali sembra non compiersi davvero, ma consumarsi in una dimensione di sogno al di qua della realtà, come se l’incombere della Storia impedisse la vita. E questa condizione è ben rappresentata da Somaly, incline al ricordo malinconico, alla fantasticheria, all’inerzia: “Somaly non si era presentata. […] Era rimasta seduta sul divano con la foto davanti a sé senza trovare la forza di alzarsi per poi trasformarsi in qualcosa di appariscente: il desiderio di non essere vista d’un tratto più forte dell’opposto. E questa strana stanchezza paralizzante che sempre più spesso s’impadronisce di lei”, p. 332.

 
 
 

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