Però un paese ci vuole

 
 
 

a Eleonora Tiliacos

 
 

Pubblicato nel 2012 da La Lepre Edizioni, Però un paese ci vuole. Storie di nebbie e contentezza di Giovanna Grignaffini è un romanzo narrato in prima persona dalla voce di Francesca, la quale racconta il ritorno a Fontanellato, il luogo nel quale trascorrerà l’agosto del 1989 e che ha lasciato vent’anni prima.

Layout 1Il libro è la storia di una donna quarantenne che fa i conti con il proprio passato; è il resoconto di una generazione italiana che ha vissuto e attraversato il Sessantotto e gli anni Settanta nel tempo della giovinezza e la fine degli anni Ottanta alle soglie della maturità; è anche il tentativo di svelare un mistero (Francesca riceve infatti buste gialle vuote da un mittente sconosciuto), che si fa espediente per l’accadere degli eventi.

Il volume si muove in due direzioni inseparabili. Insieme al procedere circolare volto al passato, all’accaduto e all’irrisolto, c’è il tempo che preme i viventi verso il futuro, laddove ogni scioglimento è anche una dissoluzione.

Il tempo si declina qui nella contraddizione che un piccolo paese contiene, mostra e nasconde, tra cambiamento e identità, tra vicinanza e lontananza, tra ruoli e sentimenti chiari e definiti e innumerevoli e incontrollabili ambiguità (“perché eravamo tutti figli di quell’incesto espanso e continuo che è un paese”, p. 136), tra essere stato e divenire, tra appartenenza e unicità, autonomia. Perché lo spazio da cui proveniamo smentisce le nostre proiezioni e i nostri desideri, ci riduce a un nucleo, a ciò che siamo stati, ci impedisce di essere altro, e ci protegge, ci limita e obbliga forse a ricondurre noi stessi a ciò che continuamente rimuoviamo per vivere.

“Diceva che al paese non era cambiato niente, continuando a dire adesso, qui è tutto cambiato” (corsivi nel testo, p. 22).

E il ripetuto incontro (e scontro) delle figure delinea quale dimensione principale degli accadimenti e motivo stesso del romanzo proprio il dialogo.

Questa narrazione si presenta infatti come un discorso con se stessi, con il proprio passato.

Le conversazioni frequenti tra i personaggi si danno poi quale luogo di conoscenza e occasione per rappresentare un’epoca finita che tenta di rivivere nelle parole; parlare, discutere, interrogare il mondo sono anche forse il segno della fiducia nella condivisione, di un mondo ancora fatto dalla collettività.

“– Carlo, e tu che cosa hai fatto in tutti questi anni?
La mia domanda lo sorprese durante i saluti, mentre cercava di scrollarsi dalla pancia e dai fianchi la maglietta fradicia di sudore.
– Ho cercato di muovermi il meno possibile e ho finito per rimanere sempre qui, da solo, a presidiare la piazza. E da qui ho potuto vedere… Da qui, ho visto la gente della mia età andare via
– Davvero la gente se ne è andata da qui? Non mi pare proprio. Forse sono andate via solo le menti migliori della nostra generazione – dissi in tono scherzoso.
– Ma quali menti migliori vuoi che abbia prodotto la vostra generazione? Un manipolo di esaltati che è stato interamente forgiato da scuola, chiesa e canzonette.
– Mah, non era poi così male, allora, avere tutte quelle parole in comune. Avere tante massime capitali a disposizione di tutti. Abbiamo finito per assomigliarci tutti un po’, tra noi. E comunque, tranne me, voi siete rimasti tutti qui…
– Non so chi è partito e chi è rimasto davvero, perché molto spesso si verifica il caso in cui senza essere partiti, non si è già più là.
Era quella la frase giusta, pensai. Era quella appena pronunciata da Carlo. Io, ricordavo male. Ancora una volta, avevo ricordato male” (corsivi nel testo, pp. 37-38).

Su tutte le figure si staglia quella di Carlo, molle e pigro bibliotecario “trovamassime” (corsivo nel testo, p. 36), che pare non riuscire a vivere mai direttamente, senza cioè la protezione dei pensieri e dei ragionamenti; accanto a lui compaiono Franco, il più giovane della compagnìa, e Cinzia, andata a lavorare a quindici anni, parrucchiera di paese, “leggera e teatrale” (p. 53), che sta dalla parte della vita e di un sentire esagerato eppure comune e prevedibile. Altri personaggi, quali, ad esempio, Olga e la madre di Francesca, circondano la protagonista come presenze quasi fantasmatiche.

Bisogna andarsene, però un paese ci vuole” dirà Carlo, alla fine della terza sezione (corsivi nel testo, p. 328), modificando un celebre passo tratto da un romanzo di Cesare Pavese (“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”, La luna e i falò, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2002, p. 8).

E tante sono le citazioni, implicite ed evidenti, di canzoni, film e libri in questo volume, utili a ricostruire l’affresco di un momento storico, ricordato più volte attraverso lo sfondo di fatti realmente accaduti.

Inoltre, il romanzo stesso è la risposta a un dialogo interrotto, una sorta di inusuale lettera che si preannuncia quale narrazione inarrestabile, circolare come la memoria (lì dove il lettore ha davanti l’ultima pagina di questa Storia di nebbie e contentezza, la voce narrante spiega che intende iniziare a scriverla, così la prima frase del romanzo sarà uguale all’ultima): “Sarebbe stata una lettera chiarificatrice, senza incertezze e giri di parole. Pacata e ferma, senza rimpianti o cedimenti. […] Sarebbe stata una lettera di congedo e di gratitudine. Una lettera d’amore. Oppure un po’ di tempo regalato a qualcuno che aveva molto amato. […] Non avrei potuto fare proprio nulla, solo con una lettera. Solo con una lettera non avrei potuto essere qualcuno che non era un altro, ma che non ero io” (pp. 393-394).

Su tutto ciò incombe, attraverso una tragedia simbolica che sarà soluzione e principio del romanzo, lo sperimentare il dialogo impossibile e il dialogo mancato, perché alla fine rimangono gli individui e qualcosa di ciascuno di essi resta nascosto, intoccabile, inaccessibile; nella chiarezza dello scambio, resta l’ombra di ciò che dell’altro non si sa e non si potrà mai raggiungere. I segreti, i tradimenti, la fatica di dire di sé la verità segnano la fine del sogno di una comunità, mentre nella storia pare manifestarsi la disgregazione dell’intero reale.

“– […] Sarà un caso, semplici coincidenze. Tu vuoi sempre spiegare tutto. Tu vuoi sempre mettere tutto in perfetto ordine. È tutto molto più confuso e casuale, quello che succede fuori dal tuo mondo.
– Io non pretendo di spiegare tutto. Voglio solo provare a capire quello che tiene insieme le cose. Vedere quello che c’è tra le cose.
– I tempi stanno cambiando, Francesca. E le cose, insieme non si tengono più” (p. 383).

Forse, pare suggerire l’autrice, resiste la scrittura, che ricostruisce le esistenze senza chiudere il possibile nei fatti né ridurre le vite a quanto è raccontato, che afferma pur continuando a interrogare, che viene dopo l’esperienza ma ad essa dona senso e interpretazione, che unisce i frammenti di un vissuto. Una scrittura che è testimonianza anche per altri, un luogo a cui tornare.

“[…] bisogna continuare a dire, pur sapendo o che qualcuno ha già detto meglio, o che qualcosa è già stato troppe volte detto” (p. 395).
 
 
 

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