Edipo e la moneta

 
 

di Danilo Soscia

 
 
 

Questa è Tebe, la superstite.

Due piaghe l’hanno devastata. La peste, soffiata dalla Sfinge sulle case dei porcari. La ricchezza, giunta al colmo di una notte che nessuno ricorda, sconosciuta ai nostri dèi, scomposta in piccole monete, sulle cui facce erano impressi il profilo di Edipo e una spiga di grano.

Tutti ricordano invece l’enigma che la Sfinge sottopose a mio padre. In realtà le prove furono due, e alla seconda Edipo risultò perdente.

Domandò infatti la Sfinge, Chi è l’uomo più ricco della terra?

Rispose sicuro Edipo, Re Laio che domina dall’alto la città di Tebe.

Domandò ancora la Sfinge, Perché diresti che Laio è l’uomo più ricco?edipo_1

Rispose Edipo, Suo è tutto quanto sorge dentro le mura, sua la vita degli uomini e delle donne che nascono e muoiono a Tebe, compresa la mia, che ancora non ha varcato la soglia della città.

Allora la Sfinge gli posò sul palmo della mano destra un tondo d’argento, più grande dell’iride di un occhio, più piccolo del buco dell’ano, sottile come la lingua di un bambino. Edipo la guardò. La mise in bocca e la sputò.

Per la prima volta da quando era giunto a quel confine, si rivolse impaurito al divino animale, Cosa è questo tuo dono?

Rispose la Sfinge, È una moneta. Guarda le sue facce. Vedi? Questo è il tuo profilo. Questa è una spiga di grano. Sei tu, Edipo, l’uomo più ricco sulla terra. Con questa entrerai a Tebe, e salirai al trono. Più riuscirai a forgiarne, più il tuo regno sarà prospero e lungo, e così per i figli che avrai. La proprietà di ogni cosa, mio re, sarà garantita dalle infinite monete con il tuo volto. E tutto il mondo sarà tuo.

Fu così che la Sfinge si fece da parte. Edipo entrò in una Tebe deserta. Case rare, bestie malate di febbre, bambini infernali. La chiamavano Tebe, ma in realtà era una città di morti.

Giunto alle soglie del palazzo di Laio, Edipo lo trovò sguarnito. Immersa in una pozza di acqua piovana, Giocasta lo accolse, come fosse un parente. Edipo le mostrò la moneta, e le riportò le parole della Sfinge.

Disse Giocasta, Re Laio è morto di peste, e di fame. Tebe è da molto tempo una città senza governo. Se è vero che è stata la Sfinge a donarti la moneta, interroghiamola.

Domandò mio padre, Come è possibile chiedere un responso a un frammento di argento?

Rispose Giocasta, Fa’ roteare in aria le sue facce. Afferrala ancora in volo, e scopri quale delle due guarda verso di te. Se sarà quella con la tua effigie, allora resterai un uomo tra gli uomini in un mondo senza più figli. Se sarà il grano ad affacciarsi dal tuo palmo, allora Tebe ti affiderà la sua salvezza, le sue terre, e il frutto che esse sapranno dare.

Edipo eseguì. La moneta girò così forte nell’aria da diventare un’ombra, fino a quando mio padre l’afferrò e ne lesse il volto.

Poi, disse, Il grano è il mio destino.

Fu Edipo a edificare Tebe, così come generazioni l’hanno conosciuta. Intrisa di morte, la sua terra era la più fertile.

Gli eventi dei nostri antenati ci avevano insegnato che la vita degli uomini e delle donne è lastricata di scelte. Mio padre, Edipo, non scelse mai. Fu la moneta a scegliere per lui. Fu l’effigie del grano a insegnargli la strada fino al suo ultimo giorno.

Edipo condusse l’acqua dentro la città, riedificò dalle fondamenta il palazzo dei Labdacidi, armò un esercito triplo a quello che fu di Laio, e vergò migliaia di monete identiche a quella che gli aveva offerto la Sfinge in dono quando era ancora un ragazzo.

Infine Edipo si unì a Giocasta, ed ebbero quattro figli: me, Eteocle e Polinice, gemelli, Ismene.

Re Edipo e la sua moneta dettarono la sorte di due generazioni. Qualcuno insinuò il sospetto che gli dèi invidiassero la ricchezza di mio padre, incapaci com’erano di controllare i responsi della moneta. La testa di Edipo o la spiga di grano, l’uno o l’altra per stabilire la vita o la morte. Non vi fu guerra per anni. Ciascuno dirimeva le proprie contese attraverso quella alternanza. Non era vero che gli dèi invidiassero Edipo. Stavano a guardare. Abitavano Tebe in silenzio, in attesa.

Mio padre volle che anche i suoi figli diventassero amministratori di quel culto, e un giorno, alla presenza di noi tutti, passò la moneta prima nella mano di Eteocle e poi in quella del suo gemello Polinice.

Disse, Gli dèi hanno smesso di parlare agli uomini, ma un dio più forte governa le nostre vite. Tocca a voi, da questo giorno fino a quello della vostra morte, diventare i garanti e gli esecutori del suo volere.

Eteocle pronunciò il suo pieno assenso, Polinice, al contrario, si ribellò. Edipo ordinò che si tirasse la moneta per sciogliere il conflitto, ma Polinice si dispose fuori le mura con il suo esercito, e assediò la città. Altrettanti difesero Tebe, fedeli al re e a suo figlio Eteocle.

La guerra fu lunga e senza esito. Tutti morirono, tranne Edipo. Eteocle finì i suoi giorni sbranato da una torma di cani senza padrone, Polinice si suicidò, stanco di non avere un trono da cui comandare i poveri di Tebe.

Il terrore della peste assillò di nuovo i sudditi che implorarono mio padre di incendiare il prima possibile i cadaveri. Ma Edipo dispose diversamente. Eteocle e l’esercito della moneta sarebbero stati celebrati e sepolti secondo le leggi. Polinice e il suo esercito di banditi avrebbero fatto da cibo per i lupi, i topi, le mosche, fino a quando le ossa, seccate al sole, non fossero diventate buone per i maiali.

Ero bambina allora, e Giocasta mi teneva con gli altri bambini. Nelle braccia di mia madre, una notte, vidi apparire una donna alata che aveva il volto di Eteocle e di Polinice, nuda, il capo coperto da un elmo d’argento. Mi raccolse dal mio giaciglio, e mi imboccò il suo capezzolo. Mi domandò poi in un orecchio, Chi è l’uomo più ricco della terra?

Risposi, Edipo, mio padre, e la donna alata mi lasciò cadere nel vuoto.

Al mio risveglio raccolsi i bambini di Tebe, e li condussi fuori dalle mura. Non fummo così veloci da seppellire ogni morto sul campo. Facemmo in tempo a coprire di terra il cadavere di Polinice, ma molto presto dalle mura della città ci scorsero, e lanciarono l’allarme.

Mio padre non volle vedermi. Ordinò solo che fossi rinchiusa. Così infatti aveva sentenziato la moneta. Mia madre invece giungeva tutte le mattine a visitarmi, raccontandomi l’epopea di Edipo, e della sua ricchezza.

Per anni, in prigione, sognai un gigante che mi aiutava a dormire. Mi raccoglieva da terra e mi posava sul suo petto. Batteva piano le sue dita sulle mie natiche. Mi dondolava e mi cullava, mentre io mi abbandonavo con quiete alle lacrime. Soffiava dai denti una melodia di cui non conoscevo i toni. Placata da ogni dolore, mi riponeva di nuovo a terra, posata su un fianco. Accanto a me, ancora ticchettava la punta delle dita sul mio addome. Aveva il volto di mio padre.

I bambini mi chiamavano a giocare. Dicevano, Antigone, vieni fuori qui da noi.

Rispondevo, Edipo non vuole.

Poi, smisero di chiamare.

Mio padre e mia madre morirono, e Tebe fu di nuovo senza re e senza regina. Coloro che mi avevano condannata a crescere e a morire in carcere, avevano lasciato il mondo dei vivi per sempre.

Fuori di prigione, nel freddo dell’inverno e armata di pugnale, ritrovai la Tebe dei racconti giovanili di mia madre. Una terra infetta, nella quale il confine tra gli uomini e gli animali delle loro stalle, era indefinito, colpevole. Attraversai strade costellate di esseri senza veste, che solo l’attenzione della paura mi faceva riconoscere come uomini e donne.

Non vi era più alcuna traccia delle monete di Edipo.

Giunta nei pressi delle mura, rivolsi gli occhi sulla cima di una torretta. Un essere alato svolgeva e avvolgeva contro il sole una specie di coda. Poi si levò, e oscillando in aria mi venne incontro. Aveva il volto di una bambina e il corpo di un leone, gli occhi bianchi, senza iride, e le zanne di gatto. Era la Sfinge, o almeno così me l’aveva sempre descritta Giocasta.

Dissi, mentre le accarezzavo il dorso, Ti prego, non domandarmi chi sia l’uomo più ricco della terra. Dimmi piuttosto dove sono i bambini che con me seppellirono mio fratello Polinice.

Rispose la Sfinge, Sono morti di fame, uccisi dalle guerre che si sono susseguite dentro e fuori Tebe negli anni della tua prigionia. Oppure hanno avuto altri bambini, e non hanno più memoria di te, Antigone.

Mi posò una moneta d’argento sul palmo della mano destra. Su una faccia vi era il mio profilo, la testa incoronata di alloro. Sull’altra, una spiga di grano.

Domandò la Sfinge, Quante volte hai sentito raccontare questa storia?

Risposi, Tutti i giorni della mia vita.

Lanciai la moneta in aria, e la afferrai.

Poi, la mostrai alla Sfinge. Dissi, Il grano è il mio destino.

E senza che potesse dire un’altra parola, le tagliai la testa.

 
 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato (così come Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti e Il macello di Circe, già apparsi su questo blog) è tratto dal lavoro anch’esso inedito I topi. Biblia pauperum.

 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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