Lo sguardo sulle cose

 
 
 

Lo sguardo sulle cose (Corrimano Edizioni, nella traduzione di Caterina Balistreri in collaborazione con Gaetano Balistreri) comprende due racconti di Vsevolod Michajlovič Garšin, Dai ricordi del soldato Ivanov e Il fiore rosso, e uno di Anton Čechov, Una crisi nervosa.

L’accostamento di questi tre brevi testi, solo apparentemente slegati fra loro, è davvero felice.

2014.05.28_Lo sguardo - copertina BARCODE.inddDai ricordi del soldato Ivanov, il più lungo dei tre racconti, è una narrazione in larga parte autobiografica, nella quale sono riportate in prima persona le impressioni del protagonista, arruolato volontario (proprio come Garšin) nella guerra russo-turca del 1877.

Sorprende, in queste pagine, la contrapposizione tra la formazione di Ivanov, un giovane intellettuale che talvolta indulge in sentimentalismi (“Le stelle dell’Orsa Maggiore brillavano basse sopra l’orizzonte, molto più basse che da noi. Guardando verso la Stella Polare, pensai che proprio in quella direzione dovesse trovarsi Pietroburgo, dove avevo lasciato mia madre, gli amici e tutto ciò che mi era caro”, pp. 16-17), e la crescente consapevolezza di trovarsi coinvolto in un’impresa dai contorni emotivi indecifrabili (“Ci trascinava una forza invisibile e senza nome, la vita umana non conosce forza più potente”, p. 8).

È la dismisura della guerra, incarnata dal capitano Vencel’, tanto valoroso nell’affrontare gli avversari quanto risoluto fino alla violenza nei confronti dei propri uomini (“Vencel’, urlando qualcosa con voce rauca, stava picchiando un soldato in viso. Pallidissimo, tenendo l’arma ai piedi, non osando sottrarsi ai colpi, il soldato era tutto tremante”, p. 36).

Lo sguardo di Ivanov è del tutto impreparato all’esperienza bellica. Il protagonista riesce a trovare il suo riscatto solo nei momenti in cui gli è concessa la possibilità di far prevalere il ragionamento sull’azione: “Mi era capitato di notare che i soldati più semplici davano un’importanza maggiore al dolore fisico rispetto ai soldati delle cosiddette classi privilegiate […] Per loro, per i soldati più semplici, il male fisico era autentica sofferenza, capace di trasformarsi in angoscia, in tormento interiore. I volontari, per quanto fisicamente soffrissero non meno, ma anche più dei soldati appartenenti alle classi più basse – per via di un’educazione poco rigorosa, di una relativa debolezza fisica eccetera – erano sereni. Il loro mondo interiore non poteva essere infranto dai piedi sanguinanti, dal caldo insopportabile e dalla fatica atroce”, p. 20.

Eppure, quando la guerra è concreta e non immaginata, Ivanov è incapace di comprenderla, di adeguarvisi, persino di trattenerne la memoria: “Ricordo quel tratto di marcia come in un sogno”, p. 45; “Non ricordo bene l’inizio della battaglia”, p. 52.

Perché la guerra eccede la misura; e la dismisura è, per definizione, incontenibile.

Nello splendido racconto Il fiore rosso, questa sproporzione tra sguardo e realtà è tutta interiore: l’anonimo protagonista, ricoverato in un ospedale psichiatrico, è convinto che in tre papaveri cresciuti nel giardino dell’istituto sia contenuto tutto il male del mondo.

Dopo aver sradicato i primi due fiori egli, ormai prossimo alla fine per consunzione, riuscirà a eludere la sorveglianza e a strappare il terzo. Portato a termine il compito per il quale si credeva chiamato, morirà: “Al mattino lo trovarono morto. Il suo viso era tranquillo e luminoso; i tratti consunti, con quelle labbra sottili e gli occhi affossati e chiusi, esprimevano una sorta di gioia e insieme orgoglio. Quando l’adagiarono sulla barella, provarono ad aprirgli il pugno serrato e tirar via il fiore. Ma la mano rimase bloccata; portò il suo trofeo con sé nella tomba” (p. 73).

Qui la dismisura è nel ruolo assegnatosi dal protagonista, il cui successo è tale solo poiché raggiunto grazie a un punto di vista illusorio (la follia), dalla cui angolazione l’impossibile diventa possibile, la dismisura è ridotta a misura.

Nel racconto di Čechov, Una crisi nervosa, il personaggio principale è lo studente di giurisprudenza Vasil’ev, che accettando l’insistente invito di due amici, Majer e Rybnikov, andrà con loro al vicoletto S, luogo di prostituzione femminile.

Vasil’ev non solo non riuscirà ad abbandonarsi al piacere carnale, ma una volta rincasato si interrogherà sulle donne perdute, come più volte le chiamerà tra sé, fino a essere appunto preda di una crisi nervosa.

Anche in questo racconto c’è un irrisolvibile attrito tra sguardo e realtà. La dismisura è generata dall’incapacità del protagonista di frequentare fisicamente la vita; Vasil’ev preferisce affidarsi a un’algida anatomizzazione di ogni circostanza non immediatamente chiara: “In quanto studioso, il procedimento da adottare per la risoluzione di un problema gli era noto. E, per quanto fosse turbato, decise di attenersi scrupolosamente a questo procedimento. Anzitutto si concentrò a ricostruire la storia del problema e l’insieme della letteratura scientifica in merito; alle tre del mattino camminava da un angolo all’altro della camera cercando di ricordare tutti gli approcci sperimentati sino a quel momento per la salvezza di quelle donne”, p. 91.

In tutt’e tre le narrazioni, insomma, la mancata reciprocità tra individuo e mondo impedisce il dispiegarsi di un’esistenza autentica. La dismisura della realtà rispetto allo sguardo riduce l’uomo a mero osservatore (Dai ricordi del soldato Ivanov e Una crisi nervosa) a meno che egli non adotti strategie estranee alla ragione (Il fiore rosso).

 
 
 

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