Sul sacrificio

 
 
 

Scrive Moshe Halbertal che il sacrificio “è un fenomeno essenziale della vita religiosa, morale e politica” (p. 129). Attraverso osservazioni di natura linguistica, riferimenti storici, citazioni tratte dalla Bibbia, dal Talmud, dalla letteratura rabbinica, dalla filosofia e dall’antropologia europee (tra le quali, alcune tratte da René Girard e Marcel Mauss), l’autore nel corso del libro analizza la natura del sacrificio e le sue implicazioni teoriche e nella vita degli uomini.

Coperta Sul sacrificio.qxdPubblicato da Giuntina nel 2014 e tradotto dall’inglese da Rosanella Volponi, il saggio di Moshe Halbertal è costituito di due sezioni, rispettivamente intitolate Sacrificare a e Sacrificarsi per.

La prima parte è dedicata all’indagine del sacrificio entro la sfera del religioso. Spiega Halbertal che “lo scopo del sacrificio è produrre un ciclo di doni” (p. 20). Dal momento che ciò che si presenta a Dio è un particolare tipo di dono, un’offerta, non è scontato che questo dono-offerta venga accettato. Tra l’essere umano e il divino infatti il rapporto non è paritario, si tratta di una relazione tra un inferiore e un superiore, perciò non solo non dovrebbe sussistere l’obbligo legale di scambio (la dimensione strumentale da cui ogni pratica di dono è in realtà aliena) ma nemmeno l’obbligo morale del ricambiare (come l’autore presuppone esista tra pari). Dio può quindi non accettare l’offerta, il suo atto è volontario più che un dovere. Halbertal afferma che a questo punto “si apre un varco pericoloso tra il dare e il ricevere che crea un potenziale di rifiuto e di trauma” (p. 25). Da un lato, infatti, sacrificare a Dio è una restituzione e non un dare, dall’altro “l’esclusione dalla possibilità di dare è fonte di violenza più profonda del senso di privazione che deriva dal non ricevere” (p. 31). Ecco che l’essere umano ha bisogno del rituale, che protegge dal rischio del rifiuto: il protocollo cancella la natura di individuo del soggetto che offre e tenta di “proiettare un futuro stabile” (p. 27).

Particolarmente interessante la riflessione di Halbertal attorno alla relazione tra umano e divino; in altri termini, se Dio desidera essere amato e l’amore è una relazione non strumentale, come può l’uomo amare colui dal quale egli dipende, qualcuno che è superiore? Scrive l’autore: “Con una tale dipendenza, la tentazione umana di formare una relazione strumentale con Dio resterà sempre annidata sullo sfondo” (p. 34), proprio per la asimmetria di potere tra umano e divino.

Domanda quindi Halbertal: “Che sorta di offerta può essere portata a Dio, un dono che non sarà considerato parte della relazione di scambio?” (p. 35).

Ecco che il sacrificio non è in realtà un dono ma “il simbolo di un dono” (corsivo nel testo, p. 37), che non può essere contraccambiato, che non rientra cioè in uno scambio.

La punizione viene spostata su un piano simbolico, la violenza è esercitata su un sostituto innocente (ad esempio, l’animale sacrificale).

Senza inoltrarci ulteriormente nella puntuale analisi dei molteplici “sostituti” del sacrificio, intrecciati allo sviluppo della tradizione cristiana (con la coincidenza tra sacrificio e vittima di un crimine, in una offerta rovesciata, dal momento che è Dio che offre il figlio per la salvezza dell’umanità) e all’evoluzione del pensiero ebraico (e del sistema sacrificale), basti dire che il sacrificio in quanto sostituto del sé che offre, si tramuta in sacrificio proveniente dal sé (ad esempio, il dolore e le preghiere) fino alla dimensione del sacrificio di sé (il martirio).

Scrive Halbertal: “Sembra che, una volta che la morte del martire fu intesa come un’offerta, sia apparso un nuovo orizzonte nella interpretazione del sacrificio: «sacrificarsi per». Inoltre, la categoria del sacrificio di sé come offerta fu estesa ad atti che non comportavano necessariamente un passaggio da qualcosa a qualcuno. Il sacrificio incominciò a indicare non soltanto il dare a ma anche il rinunciare (per amore di). Il concetto di sacrificio può essere così esteso dalla sfera religiosa […] alla sfera etica e politica” (corsivi nel testo, p. 74).

La seconda sezione del libro, Sacrificarsi per, è fondata infatti su una riflessione dedicata alla trascendenza del sé (comunemente in opposizione all’amore di sé), necessaria alla vita morale, poiché si presuppone che la capacità di arginare il proprio interesse freni una tendenza alla violenza.

Tuttavia, spiega Halbertal, in guerra (dove il rinunciare alla propria individualità e la brutalità vanno di pari passo) quest’ordine è senza dubbio compromesso. Ecco che una nuova relazione si stabilisce tra sacrificio e violenza. In particolare, l’autore evidenzia tre contesti di violenza.

Per prima cosa, tramite il sacrificio, c’è il rischio di santificare una causa ingiusta, attraverso il ragionamento distorto secondo il quale se le cose di valore sono degne di sacrificio allora anche ciò attraverso cui avviene il sacrificio è un bene, è di valore.

Nel sacrificio di sé vi può essere poi un ribaltamento dei ruoli di vittima e aggressore (ad esempio, quando un carnefice accusa la sua vittima di essere la causa della propria violenza. “Una persona che si sente colpevole verso qualcuno comincia a vedere quella persona come il suo carnefice, il che gli fornisce il motivo per ulteriore aggressività, causando un aumento di senso di colpa, che a sua volta fornisce la ragione per ulteriore violenza”, p. 86).

Infine, la stessa causa del sacrificio di sé può essere essa stessa ingiusta e il sacrificio può condizionare quanti verranno in futuro a sopportare il peso di un atto compiuto in passato o a chiedere una aggregazione politica attorno a quel sacrificio.

Il passaggio successivo della riflessione investe la natura dello Stato che, quando diventa “il solo luogo della trascendenza di sé”, avverte Halbertal, “si trasforma in un falso idolo” (p. 127).

Molti spunti di riflessione offre la conclusione dell’autore, il quale, per quanto riguarda il sacrificio di sé, rinviene il problema politico e morale non tanto nella relazione tra amore di sé (privilegio di sé) e trascendenza di sé, quanto piuttosto “nel lato oscuro della nobile ricerca del non strumentale e del trascendente di sé” (p. 131).

Apre una serie di questioni sulla natura del male e del bene, l’idea dell’autore che il più alto sacrificio (anche di sé) e la più nobile rinuncia a se stessi, in altri termini, non potranno mai cancellare un crimine, causa di quel sacrificio, o far di qualsiasi male commesso un bene.

La trascendenza di sé che procuri vittime, nella visione di Halbertal, è infatti da condannare.

Far qualcosa per altri o per altro non cancella l’eventuale violenza necessaria all’azione considerata altruistica, fosse anche il sacrificio di colui che agisce.

Si potrebbe dire quindi, nel senso più neutro dal punto di vista morale, che è impossibile per l’uomo compiere gesti puri, dal momento che perfino nella rinuncia di sé si annida la possibilità del male.

 
 
 

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