Lettere sul brodo

 
 
 

“Dunque, leggo in un bel libro di Jean-François Revel, Un festin en paroles, che il secolo XX si è chiuso con l’affermazione della griglia dopo il dominio incontrastato, alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, della civiltà del brodo. […] Ne deduco che io e lei apparteniamo ancora a quella civiltà e non intendiamo rinunciarvi”.

Lettere_sul_brodo_copCosì scrive Mario Nicolao ad Aldo Buzzi nella lettera del 2 ottobre 2008, ora in Lettere sul brodo (p. 93), volume curato da Patrizia Caglioni e Marina Marchesi e appena pubblicato (nell’ottobre 2014) da Archinto.

Il carteggio tra Mario Nicolao e Aldo Buzzi, che comprende trentanove lettere scritte tra il novembre 2007 e il maggio 2009, è di certo la testimonianza di un’amicizia tra due scrittori, uno dei quali al tempo quasi centenario (ha novantasette anni Aldo Buzzi quando inizia questo scambio di impressioni, ricordi, ricette, etc.).

Nell’epistolario il lettore ha l’occasione di scorgere i tanti aspetti che possono tenere viva una relazione nata attraverso la scrittura, piena di eleganza e gentilezza d’animo, di ironia e calore (non sarcasmo, giacché “il sarcasmo da solo non funziona, dev’essere corretto con tagli di umanità”, come osserva Nicolao, p. 62).

Si prendono cura l’uno dell’altro Buzzi e Nicolao, il primo con la sua simpatia, il suo distacco (persino dai dolori che lo affliggono), il suo guardare alla vita da lontano, la sua scrittura, il suo passato, l’altro con il dono di una presenza che incalza a raccontare, che dice di sé e si confida, che testimonia costantemente l’ammirazione per la persona cui si rivolge (“Probabilmente lei rilegge i suoi libri perché pensa di non avere un lettore, io lo sono. È che i suoi libri non sono soltanto una mia predilezione letteraria, sono qualcosa che parla al mio cuore. Per strano che possa apparirle mi danno pace e quiete. E vi trovo molte consonanze, non solo gastronomiche. Per esempio, stilisticamente, il suo «tagliar corto», il suo uso dell’ellissi nella frase, musicalmente la sincope, mi affascinano. Mutare il proprio fastidio in uno stilema è dei grandi”, scrive Nicolao il 5 giugno 2008, p. 56).

La conversazione tra i due trova il suo principio in un biglietto che Aldo Buzzi invia a Mario Nicolao ringraziandolo per un suo articolo pubblicato nel novembre 2007 su La Cucina Italiana, all’interno del quale l’autore fa riferimento all’opera di Buzzi.

Seguono conversazioni sulla letteratura del passato e di oggi, nelle quali mai vi è esibizione di furbizia e intelligenza, di una posizione raggiunta; si fa poi cenno alla rivista Chorus, diretta dal figlio di Nicolao, Federico, che ospiterà uno scritto dello stesso Buzzi.

Quest’ultimo confessa al proprio interlocutore una attenzione particolare per il Mallarmé di Vers de circonstance, “versi che possono sembrare vuoti e sono invece pieni dell’essenza misteriosa della poesia”, come scrive in una lettera datata 26 dicembre 2007 (p. 19), volume che riceverà in regalo dallo stesso Nicolao, il quale condivide con l’amico lo sguardo rivolto all’insolito ai più invisibile (“E poi mi interessa molto il suo parere per via di quell’osservazione che lei ha fatto, quando ha detto che in quei versi circolava la poesia. Questa, effettivamente, si trova nei luoghi più impensati e nelle forme più inattese, specie in quelle minime dove sfugge ai filistei (direbbe Baudelaire)”, pp. 26-27).

In questo carteggio si conversa di scrittura alta (“Circa la «scrittura alta» si sa che i film devono piacere a un pubblico col cervello sui 14 anni, intelligenza media, che costituisce la massa dei clienti”, scrive Buzzi il 15 marzo 2008, p. 34), del volume Lettere a Aldo Buzzi di Steinberg, di L’uovo alla kok dello stesso Buzzi, dei libri di Nicolao, di cinema, di pittura, di jazz, di Parigi, di un paio di scrittori contemporanei poco apprezzati da entrambi, di programmi di videoscrittura che correggono a proprio piacere parole e nomi, della sconsolatezza per i tempi odierni (“Questo è un mondo per dementi e per analfabeti ed io lo osservo crescere, gonfiarsi sempre di più, invadere ogni spazio, espellere ogni diversità”, scrive Nicolao, p. 41), di domande che uno rivolge all’altro e che rimangono senza una risposta, della lettura e della memoria (“Il buon Dio (se esiste) mi ha dotato di un dono meraviglioso, quello di dimenticare presto le cose che mi piacciono: libri, film, quadri. Così posso continuamente rileggerli, rivederli, e credo che questo sia il mio vero piacere: rileggere, rivedere. Rileggendolo, un libro amato risulta sempre nuovo e insieme familiare”, p. 40), di limoni cedri regalati, di vini, dell’importanza dello scambio epistolare che “sfugge ad ogni volgarità” (p. 29) e dal quale emerge il ritratto dell’interlocutore, della letteratura che non è morta ma “è entrata in clandestinità” (p. 84) e di scrittori non maneggiabili, non collocabili (così Nicolao si esprime e definisce se stesso), di un’Italia che non va presa sul serio, poiché “è una specie di spettacolo” (come scrive Buzzi, p. 120).

E poi c’è il brodo e il fare cucina, che nulla ha a che vedere con il proliferare degli chef odierni (“Amo i cuochi che vestono modestamente da cuochi e non sono amici di artistoni che non valgono nulla” o “non amo i cuochi vestiti da industriali”, scrive Buzzi, p. 87 e p. 91). Il brodo è qui una sequenza precisa di gesti, un insieme scelto di ingredienti (con le possibili varianti regionali), è la preparazione, un modo di intendere il tempo che pare scomparso (il brodo “fatto con i calzini dei malati” dell’ospedale, ci ricorda Nicolao, non ha alcuna relazione con la ricostruzione della “primavera nel piatto” di cui ci si nutre, allorché si intenda preparare la Petite Marmite primaverile, pp. 59-60). Scrive sempre Nicolao che la sua memoria è “memoria del palato e anche la vita […] viene per così dire «assaggiata», «degustata»”, p. 57, mentre il ricordo della madre è per Buzzi legato al brodo.

Se è vero che in questo libro è possibile trarre un’immagine dei due scrittori, l’uno a quasi settant’anni ancora immerso nel pieno dell’attività del vivere e del viaggiare, l’altro che appare pronto a lasciare la vita con una incredibile serenità di spirito (pur in tutta la propria umanità e nonostante gli ostacoli della vita d’ogni giorno), ciò che colpisce di questa conversazione che procede con toni lievi, ironici, quasi mai drammatici, alla ricerca di una verità, anche minima ma mai addomesticata, è la constatazione che ogni cosa, financo la più piccola e quotidiana, fa un’esistenza, che in fin dei conti le cose sono (come sono) e gli aggettivi (le definizioni) passano.

Allora non è forse errato paragonare il cibo – in questo scambio epistolare, evocato mediante il brodo, la carne, il pane, le olive, i limoni e altri frutti della terra, luogo ed elemento di sopravvivenza e di piacere, di incontro umano e culturale – alla letteratura (anch’essa parte della vita), un nutrimento essenziale, materiale e immateriale, che delizia coloro i quali ne sperimentano il semplice e imprendibile segreto.

 
 
 

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