Siamo buoni se siamo buoni

 
 
 

Ermanno Baistrocchi, ex editore di successo scampato a un serio incidente (“sono stato morto” si legge in diverse pagine del libro), oggi scrittore che gode di una certa fama grazie al romanzo La banda del formaggio (che l’editore di Baistrocchi avrebbe dovuto pubblicare dopo la sua morte e che invece dà alle stampe durante la sua degenza), padre di Daguntaj (“che significa, in parmigiano, «dacci un taglio»”, p. 17), separato da Emma, della quale per tutta la narrazione auspica il ritorno, è il protagonista di Siamo buoni se siamo buoni, romanzo di Paolo Nori uscito il 9 ottobre per Marcos y Marcos.

Nori ci ha abituati a uno stile riconoscibilissimo e inimitabile: ogni suo testo, a prescindere dall’ampiezza e dall’occasione per la quale è stato redatto, è non tanto un monologo interiore, quanto piuttosto la trascrizione di un ininterrotto monologo tout court, che del discorso orale ha tutte le caratteristiche: ripetizioni, correzioni o precisazioni di quanto già detto, intercalari, divagazioni, salti temporali, spaziali e logici, repentini cambiamenti di tono e di atmosfera, stilemi del linguaggio colloquiale (come, tra i molti esempi possibili, il che polivalente).

In Siamo buoni se siamo buoni c’è poi una massiccia presenza di quelle forme che in linguistica testuale prendono il nome di deissi testuali, ossia i momenti nei quali il testo fa riferimento a se stesso: “Non sono sicuro di aver detto cosa eravamo andati lì in Africa a fare”, p. 147; “devo averlo anche già scritto”, p. 155.Siamo buoni se siamo buoni

Ma se questo romanzo ha uno stretto legame con la realtà, è anche (se non soprattutto) per motivi che vanno al di là di questi aspetti formali. Per quanto stolido sia istituire collegamenti tra un autore e un’opera, nel caso specifico di Siamo buoni se siamo buoni sarebbe ottuso non rinvenire le profonde analogie tra il protagonista, Ermanno Baistrocchi, e l’autore, Paolo Nori. Intanto, le vicende biografiche: Nori ha avuto un grave incidente nello stesso giorno in cui lo ha avuto Baistrocchi; è l’autore de La banda del formaggio; codirige un’interessante casa editrice di libri digitali; e come Baistrocchi è nato a Parma, residente a Casalecchio di Reno ed esperto (nonché appassionato) di letteratura russa.

Se con le coincidenze biografiche, per non peccare di invadenza, è bene fermarsi qui, va notato che nel libro sono riportati addirittura stralci di interventi, scritti od orali, che Paolo Nori presta a Ermanno Baistrocchi: una rapida ricerca su Internet è stata sufficiente, ad esempio, per scoprire che il breve discorso tenuto da Nori sul palco del Concerto del Primo Maggio del 2013 appare quasi integralmente nel volume (pp. 81-83).

Siamo buoni se siamo buoni, suddiviso in centocinquanta brevi capitoli, è un libro fitto di considerazioni improntate a un sano buon senso, a un realismo disincantato ma pure misericordioso e ironico; è, ancora, un libro che attacca con intelligenza e gusto del paradosso una grande quantità di luoghi comuni: “quella volta lì ci ero dovuto andare per via che non me la sentivo di dire di no a quello che mi aveva invitato che mi aveva invitato già tante di quelle volte e gli avevo sempre detto di no quella volta lì ci ero dovuto andare e avevo fatto un intervento che però non avevo potuto nascondere il fatto che, secondo me, promuovere la letteratura, ha una forza, la letteratura, che sarebbe come se uno volesse promuovere la legge di gravità, che a me mi verrebbe da chiedergli, a uno così «Ma chi sei, tu, per promuovere la legge di gravità?»”, p. 39.

Altrove ci ritroviamo sbalzati nei territori dell’assurdo: “E un mattino, per radio, ascoltavo molto la radio, intanto che lavoravo, e un giorno dicevan per radio che la produzione industriale era al livello del 1999, e io me lo ricordavo, il 1999, e, devo dire, non si stava male. E nell’uscire di casa per andare dal fruttivendolo avevo pensato che se, per assurdo, qualcuno, nel 1999, avesse detto «Guardate che la produzione industriale è al livello del 1999», tutti avrebbero risposto «Eh, e allora? Che problema c’è?»” (p. 77).

Anche l’amore è indagato da prospettive originali, sempre ben al riparo da ogni retorica: “Quand’ero un ragazzo avevo scritto una specie di poesia, una delle pochissime cose che avevo scritto prima della Banda del formaggio e diceva, quella specie di poesia: «Passo del tempo cercando filo da torcere, e quando lo trovo lo torco, e quando l’ho torto ne cerco». Ecco, l’Emma, una delle cose belle che aveva, è che era una promessa, continua e inesauribile, di filo da torcere”, p. 185.

Queste coincidenze tra letteratura e vita e, nel contempo, questo stile così vivido e cordiale, così libero, fanno sì che ogni testo di Paolo Nori sia un lavoro di piena concretezza, quasi un prodotto di artigianato. Raramente la scrittura ha un simile effetto benefico sui lettori, ai quali Nori ricorda (implicitamente ma infaticabilmente) che la letteratura può non essere letteraria, può essere una cosa della vita accanto alle altre cose della vita, eppure può affrontare, anche col linguaggio e i toni della quotidianità, le questioni ultime.

Quantomeno, questa posizione dà salubri sferzate a chi crede che la letteratura debba essere un luogo per pochi privilegiati, dove gareggiare nell’applicazione di competenze e di intelligenze interpretative.

Al contrario, lo ripeto, Paolo Nori ci ricorda che la letteratura è un fatto, una cosa che accade. Non a caso, gli autori che Nori predilige (e che cita amorevolmente) sono autori viscerali, da Fëdor Dostoevskij a Venedikt Erofeev, da Albert Camus a Patrik Ouředník.

Oppure, se in chiusura mi è concesso un piccolo volteggio del pensiero forse ispirato dallo stesso Nori, potrebbe anche darsi l’esatto contrario di quanto fin qui detto: cioè che l’esistenza – così strampalata, così palesemente mossa dal caso o dalla bizzarria di sentimenti e istinti – non possa essere del tutto vera se non sulla pagina.

 
 
 

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