Il giorno rubato

 
 
 

Pubblicato nel 2013 da La Lepre Edizioni, Il giorno rubato di Marco De Franchi è un avvincente romanzo fantastico, un thriller ambientato ai giorni nostri in Italia.

Protagonista e voce della narrazione è Valerio Malerba, scrittore di successo e studioso di storie soprannaturali, il quale viene messo a parte di una scoperta sconvolgente da uno sconosciuto (un tale di nome Elia Serpieri) che a lui si rivolge per chiedere aiuto: il giorno 13 marzo 2007 non è mai esistito, non c’è traccia di quella giornata né in rete né sulla stampa, nessun evento è accaduto in quelle ventiquattro ore.

Solo una misteriosa GIORNO RUBATO - COPvideocassetta sembra poter provare l’assurda evidenza e l’incredibile verità di questo giorno rubato all’umanità.

Dando avvio a una avventura dal ritmo incalzante, ricca di immagini vivide (vere e proprie scene), Valerio Malerba inizia a indagare e si trova a mettere a repentaglio la propria esistenza, specialmente nel tentativo di salvare le vite di coloro che incontrerà da una misteriosa minaccia pronta a incombere sui destini degli uomini.

Ciò che colpisce di questo romanzo sono senz’altro l’andamento molto ben ritmato della narrazione, la rappresentazione visiva delle vicende (anche mediante un italiano misurato e sorvegliato e dal registro medio, arricchito da scritture varie, dal lettore percepibili come realistiche e contemporanee: parti di discorso indiretto libero in cui il registro si abbassa, “Ma guarda: la foto è del 2007. Altra coincidenza”, p. 67, “è incredibile che non mi sia spalmato sul guard rail”, corsivi nel testo, p. 259, “Cazzo. Di nuovo la paranoia”, p. 267; pagine di appunti; trascrizioni di conversazioni in chat o di monologhi pronunciati dai personaggi; dialoghi; mail; frammenti di testi tratti da libri; lettere) e il continuo muoversi dell’azione tra atmosfere inquietanti e cupe e il contesto di una verità quotidiana, comune, riconoscibile, placidamente normale.

Non mancano poi le citazioni ai nomi degli scrittori di riferimento di Valerio Malerba (e si presume anche dell’autore), quali Lovecraft, Fort, Castaneda, etc., che forniscono al libro l’ulteriore sfondo letterario.

Il giorno rubato oscilla con sapienza e naturalezza tra continui e imprevedibili inganni, eventi improbabili e la realtà fisica di luoghi realmente esistenti, su tutti la città di Roma (“Sono alla Biblioteca Nazionale, che è stata la meta preferita di gran parte dei miei pomeriggi da studente”, p. 65; “Il taxi mi lascia tra piazza Farnese e Campo de’ Fiori: un angolo miracoloso, dove si concentra un bel po’ di quell’energia sconosciuta che promana dalle pietre della Roma più segreta”, p. 115); tra la paura e il disagio umano; tra la memoria di un passato per sempre perduto e un presente di affanni e preso nella ricerca instancabile di soluzioni, e quindi di significati; tra il visibile e l’invisibile.

Valerio Malerba si scontra con i limiti del tempo e della memoria, della ragione stessa, eppure continua a lottare dentro l’incomprensibilità del reale e dei suoi fantasmi, per arginare e tentare di fermare un male dirompente e distruttivo.

E ciò che gli accade è presentato al lettore dallo stesso protagonista come reale e irreale, al contempo: “E naturalmente c’è il mio incubo romano, che continuo a chiamare “incubo”, perché se ne ammettessi la realtà potrei morire qui e adesso. Ci sono io che fuggo da Firenze; ma da cosa fuggo? E soprattutto, per rifugiarmi dove? […] C’è, infine, il ricordo della telefonata di Federica, come un sogno masticato. […] Federica invece ha bisogno di aiuto della conferma di non essere pazza. […] Non posso aiutarla, né aiutare me stesso. E poi, esiste davvero una soluzione? Io non sono all’altezza di rispondere, non è il mio compito. […] Soprattutto non sono uno che si beve qualsiasi cosa, bensì uno scettico per formazione e convinzione” (p. 259).

Come in un sogno, questo libro mette in scena il terrore e il senso umano di inadeguatezza rispetto alla realtà (“Alla fine siamo qui. Esausti e spaventati. Assolutamente impreparati a comprendere”, pp. 297-298) e mostra il desiderio dell’uomo di trovare un senso all’assurdità degli accadimenti.

L’irreparabile entra nelle vite degli uomini, scardina le loro conoscenze e certezze, rende inutili gli appigli.

Ecco che, per quanto evidenti siano le azioni malefiche compiute dalle entità sconosciute (spesso denominate loro nel corso del libro) decise ad accanirsi contro Malerba che di esse ha intuito e ha sentito con il proprio corpo la presenza, questo male è indefinito, non collocato precisamente, non ha una forma certa, assume sembianze persino umane (“E poi si vedono loro. Sono quattro, o almeno credo, perché correndo si mescolano gli uni agli altri, tanto che a tratti sembrano un’unica sagoma. Non è solo questione di ombra o di prospettiva: in un paio di inquadrature potrei giurare di aver visto un solo essere, ma alla fine sono quattro. Sono completamente neri, come se indossassero tute o vestiti scuri che la luce morente di quello strano giorno tramuta in semplici tratti di vernice. Ma sono figure umane, o almeno per la maggior parte della ripresa sembrano tali. Potrebbero essere uomini molto magri e alti, ma le immagini non sono abbastanza nitide da darmene la certezza”, corsivo nel testo, p. 48).

Insieme all’idea di un tempo mai esistito perché cancellato (sul quale persino la memoria collettiva non può nulla, essa non è in grado, in altri termini, di ricostruire una trama, i legami tra il vissuto e il presente e immaginare quel che verrà), anche la suggestione di un male come contenuto pervadente pare vera, tutt’altro che frutto di fantasia, quanto l’immagine di una morte che accade continuamente nella vita (una morte che ritorna e affligge più volte l’avventuriero Malerba: “Ancora la morte, giusta e benedetta”, p. 127) e non alla fine di questa, fuori di essa.

Nella continua oscillazione tra l’impossibile e il quotidiano, tra il conosciuto e l’irrelato, l’accidentale, tra la follia delle visioni e la verità del comune vivere, l’uomo è costretto a riconoscere, pare suggerire De Franchi soprattutto nel finale, che la realtà tutta, sebbene cosparsa di segni, è inafferrabile, aperta, irrisolta.

 
 
 

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