Acqueforti di Buenos Aires

 
 
 

Tra il 1928 e il 1933 Roberto Arlt scrisse su El Mundo una serie di brevi articoli di costume, una cui scelta uscì in volume nel 1933 col titolo di Aguafuertes porteñas. L’opera viene oggi presentata ai lettori italiani da Del Vecchio Editore nella traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti.

Non è sbagliato dire, come si legge nel risvolto di copertina, che in questi bozzetti è anche tratteggiata la vita pulsante della capitale argentina, e la sua trasformazione in metropoli moderna.

Ma soprattutto, per mezzo delle sue acqueforti, Arlt ci offre una straordinaria carrellata di tipi umani, indagati con la passione e la meticolosità dell’entomologo; i corpi sono osservati così da vicino da creare, talvolta, effetti di deformazione espressionistica (“due metri di altezza, collo da stuzzicadenti e un colore della pelle degno di una candela”, p. 262).9788861101098Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires

Non meno approfondito è lo studio delle psicologie umane, il disvelamento di intrighi, miserie e meraviglie che coinvolgono la popolazione portegna.

Sarebbe troppo lungo l’elenco dei personaggi di cui Arlt dà una descrizione memorabile. Per prendere appena quattro esempi, si va dall’uomo geloso (“Si può stabilire questa regola: meno donne ha avuto un individuo e più è geloso”, p. 28) al ficcanaso menagramo (“è lui che si accolla tutte le meschinità e le invidie che l’eterna lotta per la vita comporta ogni santo giorno”, p. 81), dall’uomo di sughero (ossia “l’uomo che sta sempre a galla, non importa quali siano gli venti torbidi in cui è coinvolto”, p. 148) allo scocciatore (“Ti sei rassegnato, ti sei rassegnato a pensare che la vita non è poi così bella, perché nel suo seno abita quel mostro inesplicabile che è lo scocciatore”, p. 220).

Lo stile misurato, che poggia su un uso sapiente (poiché non eccessivo) dell’ironia, è una declinazione quasi naturale della prospettiva misericordiosa adottata dall’autore nei confronti degli individui di cui via via narra. All’atteggiamento moralistico, Roberto Arlt preferisce dichiarazioni come la seguente: “più d’una volta ho pensato che la grande indulgenza che ha reso eterno Gesù, gli veniva dalla sua vita per la strada. E dal suo contatto con gli uomini buoni e con quelli cattivi e con le donne oneste e anche con quelle che non lo erano”, pp. 142-143.

Allora la grande attenzione di Arlt agli individui non deriva da una fredda volontà classificatoria, ma al contrario da una profonda compassione (nel senso etimologico del termine): “Cammini per strada e in apparenza tutte le persone sono uguali. Ma quando qualcuno si rapporta con te, all’improvviso ti rendi conto di qualcosa che ti sconvolge, che la vita degli altri è complicata come la tua, che in ogni momento ci sono spiriti che inviano richieste di soccorso”, p. 245.

Desidero soffermarmi ancora sullo stile di Arlt, che è davvero il segnale del suo modo di intendere l’esistenza umana. Stile elegante e controllato, dicevo, dalle cui maglie fuoriesce talvolta, quasi distrattamente, un’improvvisa alzata d’ingegno (“lui amava la colpevolezza di questa stupenda città”, p. 126). Ma, così come i lampi della scrittura vengono subito riassorbiti in un tono medio, allo stesso modo tutti i personaggi descritti da Arlt paiono aspirare sì a una vita diversa, ma in un modo vago, illusorio, senza possedere le necessarie energie e la necessaria concretezza per mutare davvero l’ordine delle cose, al quale inevitabilmente rimangono ancorati. Pare che l’intera cittadinanza portegna sia come narcotizzata, o stia sognando la propria esistenza anziché frequentarla davvero. Esemplare in questo senso l’acquaforte La tragedia di un uomo onesto (pp. 82-84), nella quale un marito geloso, che lavora nel proprio bar assieme alla moglie, patisce quotidianamente gli sguardi che la bella donna riceve, ma è impossibilitato a intervenire (o meglio: si è reso tale) perché “ha piazzato questa moglie onesta al grammofono, risparmiando così ottanta pesos al mese che sarebbero destinate a una grammofonista” (p. 82).

I personaggi delle acqueforti sono dunque vittime della contraddizione generata dal desiderio, e nel contempo dall’irrealizzabilità, di un’evasione dalla propria esistenza. Costretti perciò in essa, come potranno affrontarla?

Se dal versante pratico sarà necessario affidarsi alla “bellezza del poco o nulla” (p. 98), resta pur sempre la libertà di immaginare una vita diversa. Eppure l’immaginazione, per quanto centrale in svariate acqueforti, non è l’unico antidoto all’univocità del vivere: molti, nel libro, sono infatti i personaggi che fanno ricorso alla menzogna, all’inganno, alla sofisticazione. E l’autore stesso, proprio per confermarci non solo il suo totale disinteresse a eventuali intenti moralistici, ma pure la sua piena appartenenza a quella medesima umanità che descrive, dedica proprio l’ultima acquaforte al mestiere di scrittore, con parole di encomiabile schiettezza: “È un mestiere. La gente riceve la merce e crede che sia materia prima, quando in realtà si tratta di una grossolana falsificazione di altre falsificazioni, che a loro volta si sono ispirate ad altri plagi” (p. 280).

E siccome queste parole non possono non ricondurre a Jorge Luis Borges (portegno anch’egli, e più anziano di Arlt di un solo anno), non è ozioso chiudere proprio con una citazione di Borges, che con la consueta maestria ci illumina sul rapporto tra l’infinitesimo di ogni singola vita e l’infinità della Vita tutta (corsivo nel testo): “Si dice che quando chiesero a Whistler quanto tempo avesse impiegato a dipingere uno dei suoi notturni, questi rispondesse: «Tutta la vita». Con pari rigore avrebbe potuto dire di aver impiegato tutti i secoli che precedettero il momento in cui lo dipinse. Da questa corretta applicazione della legge di causalità consegue che il fatto più insignificante presuppone l’inconcepibile universo e, inversamente, che l’universo ha bisogno del fatto più insignificante” (in Discussione, Adelphi, 2002, p. 13).

 
 
 

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