Per me scomparso è il mondo

 
 
 

Per me scomparso è il mondo di Emiliano Ereddia (uscito per Corrimano Edizioni, giovanissima casa editrice palermitana) si apre con la narrazione, in prima persona, del suicidio del protagonista, chiamato da tutti boss: una rockstar in declino con una smodata inclinazione all’autodistruttività, che si manifesta tanto nell’abuso di sostanze psicotrope quanto nella voracità sessuale.

2014.05.15_copertina exe.inddIl resto del libro non è altro che una retrospettiva sulla dissipazione psicofisica del boss, accelerata proprio da uno scandalo sessuale dalle cui conseguenze il protagonista non saprà (non vorrà?) liberarsi.

Attorno al boss ruotano una serie di pittoreschi personaggi: Staisereno, Bros, Doc, Poldo, e le guardie del corpo P e Q.

La trama è tutta qui: quanto di più semplice (e trito) possa concepirsi. Il sospetto è che la scelta sia voluta: se la trama è quanto di più semplice e trito possa concepirsi, evidentemente l’attenzione dell’autore si rivolge altrove. Non a caso, oltre a parlarci di un musicista, Ereddia è musicista egli stesso, dunque immagino che conosca bene l’importanza del linguaggio e del ritmo. E proprio linguaggio e ritmo, i veri protagonisti di questo curioso romanzo, nelle pagine più riuscite danno luogo ad almeno tre differenti esiti.

Il primo è comico: si legga l’irresistibile capitolo 6, intitolato De Gregori (pp. 33-35), nel quale si sostiene che il cantautore romano sia il vero artefice del suicidio di Mia Martini, avendo scritto per lei, quando la cantante era ancora in vita, un brano non esattamente gioioso: Mimì sarà.

Il secondo esito è demistificatorio: linguaggio e ritmo, nelle tante divagazioni che l’autore si concede, toccano svariati argomenti di interesse universale; ma trascinandoli nella loro furia li smitizzano, direi che li sbeffeggino; paradossalmente, poi, questo espediente permette a Ereddia di fare la morale, poiché anche il moralismo – se sovrabbondante nei toni e nell’abito – sembra giocare con se stesso, dire e disdire nel contempo. Si legga ad esempio questo lungo estratto: “Noi non siamo cresciuti bene. Questo è un dato di fatto. All’epoca in cui eravamo ragazzi noi c’era un tale bordello in giro che nessuno ci ha considerati come una risorsa per il futuro. Era tutta una festa a base di troie e cocaina e soldi facili e musica elettronica a palla e al bambino che piange ci pensa l’apetta elettrica attaccata alla culla. Il futuro a lungo termine non esisteva per nessuno. C’era solo quello loro personale, quello della gente che creava il presente e si arricchiva e si affannava a tirar su soldi e mattoni, il futuro dei porci che si strattonavano accaldati per riempirsi la pancia ai buffet, e intanto con la scusa di pensare a noi pensavano soltanto a loro. La macchina più grande la prendiamo Per La Famiglia (non per suscitare l’invidia del prossimo). La seconda casa la compriamo Per La Famiglia (non per suscitare l’invidia del prossimo). Questo sacrificio per acquistare una cosa che non serve a nessuno lo facciamo Per La Famiglia (non per suscitare l’invidia del prossimo). Il Buono Per Suscitare L’Invidia Nel Prossimo lo compriamo perché ne abbiamo bisogno (non per suscitare l’invidia del prossimo). E ogni spreco, ogni soddisfazione di un desiderio indotto, ogni momento buttato via a sognare inutili cazzate invece di chiedersi qual è il modo più dignitoso per vivere è stato giustificato con il senso condiviso del valore più grande che la massa di coglioni raggruppati sotto il nome di italiani sia disposto a riconoscere senza vergogna al vox populi di ogni TG: La Famiglia” (p. 43).

Altrove, infine, si possono leggere passaggi simili: “Ti rotoli tra le lenzuola pulite come un involtino vietnamita. T’immagini di essere composto solo di verdure fresche. Verza, carota, porro, sedano, soia, riso, tutti alleati del Bene e che adesso ti riempiono di quell’amore incondizionato per cui, dice, vale la pena vivere. L’amore indefesso dei vegetali, l’amore mutevole del regno animale. Ti viene in mente che siamo fatti delle sostanze che assumiamo.” (pp. 139-140).

Questi sono i punti di massima tensione ritmica, nei quali viene abolito ogni rapporto logico con le cose del mondo (oltre che con la trama del libro), quasi a significare che, se ancora è possibile affidarsi a qualcosa, questo qualcosa non potrà più essere una vicenda, col suo pieno di senso, la sua causalità stringente, come di solito accade nelle storie che leggiamo sui libri. Rimangono piuttosto gli istanti irripetibili e irrelati dell’esperienza; rimane, insomma, proprio il ritmo (cos’altro è la vita sciolta dai significati, se non puro ritmo?), verso cui il solo atteggiamento possibile è l’abbandono.

 
 
 

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