Cenni sulla mia famiglia e su mio fratello

 

 
di Angelo Calvisi

 

 

Le polle del liquido antifermentativo che stagnavano negli ànditi sconsacrati della vulva di mia madre confe­rivano al brando paterno un tenue bagliore grigiastro, e il minuscolo verme di pongo cenerino che mi avreb­be dato aspetto umano se ne stava lì, tra un testicolo e l’altro, ballando con il resto della tribù destinata alla dispersione di tubature, di cloache.

Poi l’innesto si compì.

La torma aveva avuto via libera e dilagava da qualche minuto in senso ascendente quando la mam­ma, con una lavanda di acqua e sapone, tentò un reci­so diniego all’irrimediabile disegno degli eventi. Quasi tutti i girini fecondatori cominciarono così a scivolare sulle mucose, pattinavano insensibili ai richiamiEgon_Schiele_014 dell’o­vulo e quindi giù, dopo essere usciti dalla selva di lab­bra ed epitelio, erano risucchiati dalla pozzetta del water, elevando tenui mormorii di stupefazione nel­l’avvio del loro girotondo all’interno delle condotte.

Mentre gli audaci virus cozzavano contro i ton­deggianti raccordi dello scarico incrostato, ululando e ridendo come fanno i monelli scalmanati sugli ottovo­lanti, proto-io sudava invece le sette camicie per giun­gere a destinazione. Aveva di fronte a sé scenari para­gonabili a quelli che si possono incontrare sulle vette di certe montagne: lame di carne dura come roccia, esigui passaggi, spunzoni di vene e crepacci biliari che continuamente gli tendevano agguati mortali.

Dabbasso si respirava un’aria del tutto differente: i cuccioli mordaci erano arrivati a quella parte del per­corso rischiarato di tanto in tanto dalle iridescenze del piscio lasciato precipitare nei tombini da un botolo particolarmente mattiniero: la luce mobile permette­va agli occhi in nuce dei fantasmini di intuire la florida popolazione che si agitava nella landa fognaria. Erano topi, carogne di animali, pezzi di merda che quando transitavano gli allegri tedofori del nulla cessavano le rispettive faccende e li salutavano con viva soddisfa­zione. Nel frattempo il mio razzetto soffriva e sbuf­fava, agitava la coda, cercava con le impossibili braccia di aprirsi un varco nel dedalo di orifizi sconosciuti. A un certo punto la musica greve e retorica che comin­ciò a risuonare mi fece capire che ero arrivato in pros­simità del traguardo. Un grande spazio denso di sug­gestioni si offrì allora ai miei sensi incompleti. Al cen­tro dello spazio, l’irresistibile fascio sferico mi chiama­va con i suoi tentacoli di rosso torpore. L’ovulo eser­citava la sua fascinazione attraverso le lusinghe, le allettanti promesse di mondi assoluti e più affettuosi. Mi tuffai con voluttà insensata tra le sonde di quel sole vermiglio: la mia misera testa, l’appendice cauda­le di cui ero tanto fiero, tutto me stesso si fuse con la rovente materia di cui era composto l’ovulo. Nuovi mondi, sì, incontrai: ma di intensissima sofferenza, co­me aghi che trapassano il cranio senza tregua, come carnefici che tormentano le fibre.

Fuori, intanto, le brezze temperate annunciavano all’altro io che si andava agglomerando che la sfrenata rincorsa era quasi terminata. All’orizzonte dello sguar­do avido di cose, un riflesso chiaro traspariva dalla se­zione circolare del tubo e, finalmente, dopo un ultimo palpito dell’acqua, dopo un ultimo salto, mio fratello si trovò vicino a un depuratore, immerso nei flutti ri­posanti di un mare sfiorato ancora dalla luce bianca della luna.

Poi, al termine di una gestazione tutto sommato tran­quilla, durante la quale mio padre tornava a casa dal lavoro ogni sera, ed era puntuale, e non era quasi mai ubriaco, e non batteva la gravida, e anzi si dimostrava piuttosto premuroso, di quella premura un po’ affet­tata e scolastica, mio padre con i baffetti sottili e scuri come l’ala del corvo, con gli occhiali da miope su mon­tatura in filo di ferro, teneva in una mano un mazzo di begonie, o gigli, oppure rose, mio padre in una mano il mazzo, nell’altra il fallo, si titillava il glande con la pun­ta dell’unghia, sferrava un calcio formidabile alla por­ta, la spalancava, e: Sono tornato, amore! garrulava con la sua voce catarrosa: Sono tornato, tesoro!, cian­gottava il padre, indi lasciava il fallo bene imbastito, lo affidava al suo destino, gettava i fiori nel sacco dell’im­mondizia senza farglieli neppure annastare e intanto posava il palmo sul ventre di lei, e: Si è mosso?, chie­deva, Si è mosso? questionava affannato mentre la girava, e io no, non mi muovevo, era una questione di principio, e preferivo la televisione, accomodato nella poltroncina di placenta, che non amavo saltabeccare nel vibrato dei frequenti terremoti, ed ero riservato e autosufficiente già a partire dalla decima settimana, perdìo, e intanto dentro e fuori l’insaziabile padre, e la gravida piegata in avanti, un po’ laterale, abbracciata abbrancata abbarbicata e puntellata al tavolo della cucina, il tavolo con la farina e il latte e il lievito di birra e la birra e i pinoli e l’uvetta e le uova naturalmente immischiate nel bianco polveroso e impasta impasta impasta il celebre pandolce nel periodo che precede il natale di nostro signore, mio grande amico e coe­taneo del quale magari parleremo in un secondo mo­mento, e il padre che era un caprone con gli stivali da aviatore e proseguiva a montarsi la gravida che più tardi: Sono stati quei colpi a renderti idiota!, avrebbe rivelato senza un briciolo di pietà: Sono stati quei colpi a renderti idiota!, mi risuona tuttavia il motto nella mente, e a tale echeggiare avverto quasi una punta di nostalgia se in parallelo ripercorro le tappe della mia vita priva di gioie e concludo infine che al momento presente l’amarezza dell’esistenza ha trasformato il viso della puerpera nel muso di una vecchia gialla che scoreggia alzando la gamba e vomita e sputa quando parla, la mamma maleducata e incongrua che la miro disincantato nell’assenza della circonfusione ottusa dell’infanzia, la mamma dannosa, che posso distin­guerlo con chiarezza, Sono stati quei colpi!, soffiava e latrava e ringhiava, eppure nei giorni trascorsi nella sua borsa opaca non c’era sospetto perché fu una gestazione tutto sommato tranquilla, come dicevo, che si concluse con un parto ordinario la mattina del 70 febbraio 1, quando io venni alla luce, in una gior­nata piovosa, o forse c’era il sole, adesso non ricordo.

E in effetti sono poche ed esangui le memorie di que­gli anni, sopravvive specialmente un retrogusto, il sen­so presente fin dagli esordi di essere stato derubato della mia inesistenza. Traggo giovamento dalla scrittu­ra, emerge dal labirinto della mia coscienza il processo che da un’insoddisfazione immatura e indistinta mi condusse poco a poco all’odio verso il fratello smarri­to e poi ritrovato. Fu lui, prima degli altri, il principale oggetto del mio astio, quel mio fratello felicemente abortito e assente che mi perseguitava nei giochi soli­tari. Con chi parli? si sente la voce della mamma prove­niente dalla cucina, la mamma che si rivolge al bambi­no seduto sulla lettiera, e intanto il fratello mi fa i di­spetti, distrugge i miei castelli di sabbia, e io che gli scaglio anatemi in una lingua nota soltanto a noi due, Perché urli?, insiste la mamma sopraggiunta, e intanto il fratello si dilegua, oltrepassa le sfere, rientra nel suo loculo di bianca trasparenza.

Si era formato nell’acqua e aveva aspetto divino. Abitavamo a poca distanza e lui era il bambino più in­vidiato nel circondario. O almeno così credevo io, che infatti lo invidiavo moltissimo. La conclamazione del mio rancore avvenne il primo giorno di scuola. Vedrai quanti amici ti farai!, ripetevano i maledetti genitori, ma io non volevo farmi degli amici, io volevo soltanto morire, anzi di più: ardentemente pretendevo di non essere mai nato e quindi di ritornare al dolce niente a cui mi avevano strappato e di cui si era abusivamente impossessato il mio fratellino perduto e immaginario, il clandestino di una non-vita che doveva appartenere a me. Era il primo ottobre, mi avevano svegliato a un’ora antelucana nonostante la scuola fosse ubicata a non più di cento metri dal nostro stabbio, e mi ave­vano addobbato come un mentecatto: la netta scri­minatura a destra, le unghiette limate fino alla matri­ce, le scarpe lucidate, le linde calzette, i calzoncini cor­ti, poi una bella camicetta bianca, un fazzoletto stirato da poco, il grembiulino fatto in casa, poi un fiocco enorme azzurrissimo, e la cartella pesante in vero cuo­io ricolma di astuccio con decine di penne e matite e gomme, e quaderni a quadretti e righine di prima e seconda elementare, un diario con rubrica comprensi­vo dei giorni di vacanza e, infine, una busta con lo spazzolino, il dentifricio, sapone, asciugamano da bi­det e un paio di gettoni per telefonare in caso di ma­linconia malessere maltrattamenti smarrimento sveni­mento ricerca di ulteriori notizie sulla propria stirpe (luogo di nascita e professione dei parenti andando a ritroso fino alla settima antenatura, eventuali malattie prescolari di tutti i componenti della famiglia, reddito e proprietà registrate a catasto) da riferire pronta­mente alla maestra\o.

E ancora, in dotazione, un orologio da polso che non potevo indossare per una inopinata allergia ai me­talli che si palesò per la prima volta in quell’occasione, un’automobilina di legno per un’ipotetica ricreazione, un altro fazzoletto per eventuale ricambio e un etto e mezzo di focaccia alla cipolla, unta e fetentissima, che avrebbe marchiato irrimediabilmente il mio status so­ciale. Inoltre, giusto per non mettere limiti alla provvi­denza, quel gran paraculo di mio padre mi consegnò, di nascosto dagli occhi intriganti di mia madre e con un’espressione bonaria da educatore montessoriano, un preservativo che non ho mai utilizzato e che con­servo ancora tra le cose che al mondo detesto di più. E in tale guisa mi fecero uscire dal portone. Il babbo reggeva con orgoglio la cartella che per quel giorno non avrei neppure aperto, la mamma aveva, piegata sul braccio con apparente distacco, una giacchettina di cotone che non avrebbe nemmeno appeso all’ap­pendiabiti della classe, e io traccheggiavo con il sorri­so inconsapevole dei disturbati o di chi non sa che cosa l’attende. Dal cielo limpido un chiarore post-esti­vo si diffondeva nell’aere gaiezzando il dintorno e posso ben dire che quello fu un mattino malato e per­fetto, almeno fino a quando cominciò a diffondersi un rumore come di applausi, un rombo sempre più forte che proveniva dall’adiacente collina e non aveva ov­viamente catalizzato l’attenzione degli astanti, ma sol­tanto la mia. Si trattava del corteo di santi e madon­nette che accompagnava a scuola mio fratello. Il fan­ciullo era seduto sul dorso dell’elefante rosa che ave­vo sempre desiderato e dietro di lui, oltre la schiera di patroni, si potevano enumerare giocolieri, mangiatori di spade e di fuoco, cavalli e tigri in cattività e ancora leoni con muli superdotati, cinghiali aggrovigliati su cammelli e altre bestie accoppiantesi tra loro, clown e clownesse in costume adamitico e rutilanti carri alle­gorici raffiguranti i grandi personaggi dello sport, del­la cultura e della politica nazionale. Dall’alto della sua posizione fortunata, mio fratello elargiva alla popo­lazione manciate di confetti al cioccolato e bottiglie semivuote di bibite, confezioni di pile Duracell da 1,5 volt, caramelle al mou e minuscole radio a transistor con cuffia. Nessuno però si attarda­va a raccogliere un cacchio, anche perché l’unico che poteva assistere a quella manifestazione di cuccagna ero io.

Era un privilegio di cui avrei fatto volentieri a meno e che mi faceva incazzare.

Mi faceva incazzare assistere alla prodigiosa ma­nifestazione dell’inappartenenza, al tuo esibito mene­freghismo, tu potevi fare ciò che volevi, mantenere un comportamento che era sempre sopra le righe, e non c’era un cane che ti posasse gli occhi addosso, e io al contrario costantemente vellicato e controllato e sot­to chiave, che tutti mi soffiavano il fiato sul collo e per questo ti odio, per questa bambagia di parrucchieri e prime comunioni, tu che andavi e venivi da mondi eso­tici come un piccolo e detestabile marajà, e avevi del creato esperienza diretta, e il primo ottobre neanche la scuola, che mi hai lasciato sul portone dell’edificio e con un sorriso da prendingiro hai detto: sono sceso dalla collina per salutarti, niente compiti per me, volo nelle lontane americhe per partecipare a una caccia di ramarri.

 
 

Angelo Calvisi, nato a Genova nel 1967, divide i suoi interessi tra la scrittura e la recitazione. Il suo ultimo romanzo, Un mucchio di giorni così, è uscito per l’editore Quarup nel 2012. Per i pennelli di Roberto Lauciello ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del graphic novel Sulla cattiva strada, ispirato alla vita di don Gallo, uscito per Round Robin nel maggio del 2014. Questo blog ha già ospitato un suo racconto. Nel corso del tempo, in qualità di attore, ha collaborato con registi come Fiammetta Bellone, Gianluca Valentini, Paolo Dotti e Paolo Pisoni. Di questi lavori sono reperibili in rete inquietanti tracce. Lavora per una cooperativa sociale genovese e nel tempo libero disegna casette (e le colora con gli acquarelli).


 
L’immagine proviene da qui.

 

 

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