La grafomane

 
 
 

Nel 2009 le edizioni La Lepre hanno pubblicato il romanzo epistolare di Sophie Buyse (la traduzione dal francese è a cura di Aglae M. V. Pizzone e Laura Masotti), il cui titolo è La grafomane.

La grafomane COPMara, una giovane di giorno impegnata in uno stage presso l’Istituto psichiatrico di San Clemente a Venezia e di notte dedita alla scrittura di una tesi sulle lettere d’amore di autori contemporanei, instaura una relazione, all’inizio soltanto epistolare, con Sébastien, professore di Bruxelles. Tra loro due si affaccia l’ombra di Lazzaro, un paziente affetto da schizofrenia dal quale Mara riceve continuamente “messaggi scritti” (corsivo nel testo, p. 11).

Il romanzo è un dialogo colto, raffinato e sensuale sulla scrittura e sull’amore ma anche il racconto di una passione; esso si muove di continuo tra lo spazio intellettuale e quello carnale, fisico in un crescendo di tensione che tiene il lettore avvinto alla pagina.

Due forze attraversano contemporaneamente la storia: la prima è protesa al limite delle possibilità della scrittura (una scrittura che cerca di essere reale come un corpo, di farsi materia); la seconda mira a esperire i confini del rapporto amoroso in quanto pulsione vitale che porta con sé dissolvimento e distruzione.

La lettera (d’amore), protagonista e oggetto stesso della riflessione di Mara e Sébastien, costituisce l’argine e l’intensificazione dell’erotismo e del desiderio, poiché è il luogo nel quale l’assenza si fa presenza inafferrabile; l’attesa dell’altro è continua e nascosta, l’atto dello scrivere è gesto sensuale (“Il tratto febbrile del gesso dell’insegnante prediceva l’ardore con cui mi avrebbe amato”, corsivo nel testo, p. 28), legato ai sensi (“Lo sa che annuso con avidità quasi indecente l’odore fluido del suo inchiostro?”, corsivo nel testo, p. 42), che mediante le parole alimenta la possibilità di immaginare un corpo, una presenza che non c’è, che non condiziona, che non limita.

La lettera è racconto della propria espansione, del proprio tentativo di raggiungere l’altro. E l’altro, essendo invisibile, può essere desiderato, tiene vivo colui che desidera; la lettera e l’altro sono proiezione di sé e immagine dell’amato, che non è l’amato, sono oggetto.

L’altro è amato anche perché è scritto, fatto in parti, delimitato, morto, però rimane lontano, inafferrabile.

La risposta dell’amato-amante non è corrispondente (secondo la logica della tattica, del calcolo) ma espressione (scrive Roland Barthes, in Frammenti di un discorso amoroso: “[…] quello che io intraprendo con l’altro è una relazione, non una corrispondenza: la relazione mette in rapporto due immagini”, corsivi nel testo, p. 128); in questa espressione c’è l’immagine totale che l’altro ha dell’amato, il suo desiderio, la sua devozione.

La forza dissolutrice della passione insegue l’identificazione (il corpo unico degli amanti, la coincidenza di scrittura e corpo, l’identità di scrittore e lettore), la fusione e il plagio (“Si è accorta che il titolo della relazione La lettera d’amore e la creazione letteraria è un plagio del suo lavoro”, corsivi nel testo, p. 100), la duplicazione, per estendere e prolungare sé (il proprio desiderio) e l’altro.

L’assoluto è la piena coincidenza e forse l’anonimato, una scrittura senza scrittore.

Il corpo viene ricalcato e la riproduzione spedita all’amato un po’ alla volta (“Inserisco nel plico odierno il calco in silicone della mia mano, quella che quotidianamente le scrive: tocca a lei ricostruirla”, corsivo nel testo, p. 57). L’unicità dell’amato-amante è imprendibile in quanto totalità, essa è fatta di parti (riflettendo su Proust, in Frammenti di un discorso amoroso Barthes scrive: “A volte, un’idea balena nella mia mente: mi metto a scrutare lungamente il corpo amato (come il narratore davanti al sonno di Albertine). Scrutare vuol dire frugare: io frugo il corpo dell’altro, come se volessi vedere cosa c’è dentro, come se la causa meccanica del mio desiderio si trovasse nel corpo antagonsta (sono come quei bambini che smontano una sveglia per sapere cos’è il tempo). Questa operazione viene condotta in maniera fredda e stupita; sono calmo, attento, come se fossi davanti a uno strano insetto di cui improvvisamente non ho più paura”, corsivi nel testo, p. 61). E nello scambio di lettere tra Mara e Sébastien anche lo scrivere è continuamente analizzare, spiegare, denudare, commentare, riscrivere.

La vitalità impedisce le parole, soffoca il linguaggio (l’ordine dell’espressione). Perché la vita (e così l’amore, la follia, la morte) sfida il dire, che si fa ripetizione del nome dell’amato, come una preghiera (“Mara, Mara, Mara, Mara, Mara, Mara, Mara”, scrive Sébastien al principio di una lettera, p. 123). Il possesso dell’essere e del corpo dell’altro, anche attraverso le parole, consuma l’amante perché è impossibile, se non mediante la morte dell’altro.

La scrittura è allora essa stessa una parte dell’essere, del corpo amato? Come può bastare? Dov’è il tutto dell’altro?

Per converso, le lettere dimostrano un corpo non (più o ancora) violato dall’altro e una comunanza d’anime nel pensiero, nello scambio epistolare. La scrittura si dà come fuga dal corpo, dal sensibile, come possibilità di rimuovere e controllare l’oscurità del vitale. E allora sono sempre in agguato la brutalità e la crudezza delle parole, poiché la pulsione carnale e passionale è bandita; l’amplesso viene dunque detto, raccontato in tutte le sue fasi (parti), immaginato, fino a non poter reprimere il bisogno di restare attaccati all’ombra, alla cieca animalità della vita, sino alla morbosità.

La lettera non è solo intermediario amoroso, è essa stessa oggetto, feticcio, giacché è testimone e incarna, incorpora la passione, il desiderio.

Ma è ancora possibile scriversi dopo l’incontro dei corpi?

Lo scrivere è in Mara irrefrenabile – ella confessa a Sébastien di avere iniziato lo scambio epistolare per guarire dalla grafomania –, cioè Mara sostituisce la presenza del corpo con la presenza della scrittura, fino a che con l’unione dei corpi fisici il bisogno di totalità, di corpo e scrittura, insieme, si fa insopprimibile (“Mi brucia il desiderio di spogliare le sue lettere e scoprire sotto la busta il suo corpo completamente nudo”, corsivo nel testo, p. 139).

Com’è possibile dire ed essere contemporaneamente? La scrittura è falsa, artefatta, perennemente in ritardo rispetto all’essere; l’essere è indicibile, oscuro, spaventoso. Eppure, la passione tra Mara e Sébastien è iniziata con la scrittura, dalla scrittura, dalle parole.

La mia intenzione è quella di scoprire se proprio queste lettere siano la condizione dell’amore o se, invece, è l’amore a essere condizione della loro esistenza. La lettera, come oggetto d’amore, viene prima della donna? Lo scrittore prima dell’uomo? In altre parole ancora, la creazione letteraria serve da surrogato dell’amore o ne è solo una sua manifestazione?”, scrive Mara (corsivo nel testo, p. 8).

In altri termini, è più reale la scrittura o il corpo?

E la realtà è desiderio di riempire e di essere colmati fino a raggiungere la completezza oppure il vivere le continue interruzioni, il ritmo?

 
 
 

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One comment

  1. Ho ordinato il libro e pare che l’editore ne abbia ancora. Lo leggerò con molto interesse. Per il discorso sulla scrittura, credo che essa sostituisca il corpo nel momento in cui questo non ha più margine d’azione, quando non indica più una via alle mutazioni che gli impone il tempo, quando un organo incomincia a prevalere sull’altro portando confusione. Grazie Giovanna per la segnalazione.

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