I giorni dell’ibisco

 
 
 

Tradotto dall’inglese da Valerio Pietrangelo e pubblicato nel 2009 da La Lepre Edizioni, questo libro riunisce nove bellissimi racconti tratti da tre differenti raccolte di Aamer Hussein (Mirror to the sun, Turquoise, Insomnia) e scritti nell’arco di vent’anni.

Pur nella pluralità di voci che popolano le vicende (segnalata dallo stesso traduttore nella preziosa nota introduttiva), I giorni dell’ibisco restituisce appieno la fedeltà dell’autore a un’idea di scrittura capace di tessere storie ed esperienze e, a guisa di un tessuto, di essere legame e susseguirsi di vuoti, al contempo.

Layout 1Come in Un altro albero di Gulmohargià recensito su questo blog –, ciò che caratterizza questi racconti è infatti l’attenzione alla relazione, spesso mai riducibile a una definizione, mai opportuna, chiara (“Troppo spesso confondo l’amicizia con l’amore e l’amore con l’amicizia, o riservo ai bambini attenzione da adulti”, p. 17) tra le figure – tra il sé e l’altro, nel sé o fuori dal sé – e l’impossibilità di raggiungere un compimento di ciò che si è attraverso ciascun rapporto (“A volte, persino tenendo gli occhi bene aperti, si possono fraintendere, intenzionalmente, esigenze, ragioni e messaggi altrui”, p. 155).

I protagonisti di queste vicende fanno esperienza della fragilità del vivente, del tradimento e dell’abbandono, scoprono il tempo e il mutamento, perdono figli, padri, amori, amicizie, identità, terre e lingua e non ricevono ricompense, se non dall’avere attraversato; Hussein racconta e mostra la solitudine degli esseri, rielaborando un dolore antico con eleganza e dolcezza, sia mediante gli elementi della natura e i colori di una prosa visionaria, onirica e musicale sia per mezzo di una delicata e piana narrazione delle vite.

Sebbene sovente le vicende non siano prive di un determinato sfondo storico (nel volume si fa riferimento al colonialismo inglese in India e alle guerre indo-pakistane, eventi che hanno inevitabili ripercussioni sulle esistenze dei singoli, costretti a migrare, a misurarsi con luoghi specifici, ad affrontare particolari contesti), la condizione di estraneità dell’umano (“E mi sento straniero ovunque vada”, p. 16; “Io non avevo alcun posto in cui andare, nessun patriottismo per nessun luogo”, p. 72), raccontata senza toni drammatici e con lucido distacco che non nasconde la fine sensibilità dello scrittore, si dà su un piano universale; personaggi come Karima o Tabinda, rappresentanti di un ceto sociale umile, e le molteplici figure di intellettuali e di scrittori tratteggiate in questo libro sono accomunati dallo stare al mondo, vissuto con intensità e struggimento, di esseri scollocati che non aderiscono del tutto alla realtà che li circonda.

Come sarà in Un altro albero di Gulmohar, anche in questo volume è la stessa scrittura a essere luogo di espressione e di relazione invisibile e reale tra le anime, narrato e commentato in molti racconti anche in quanto processo, atto creativo.

Nove cartoline da Sanlucar, che apre il libro, è infatti il resoconto poetico di un viaggio, di un paesaggio e di un incontro che un uomo fa a un’amata perduta, nel corso del quale si dice dell’amicizia, dell’amore, si discorre di significati e di ricordi.

In Karima uno scrittore legge e scrive lettere per conto di una donna (Karima, appunto) e ascolta quest’ultima narrare le memorie delle proprie peripezie, che poi comporranno il racconto omonimo (“Ascolta fratello, dice lei, sai leggere l’urdu, vero? Vorrei che leggessi questo per me. […] (Karima. Lavorava al drugstore di fronte. Io ci andavo tardi, di sera, stanco di pensare o di scrivere, per un pacchetto di sigarette. Non so come iniziò, ma una sera parlammo e non passò molto che cominciò a presentarsi per farsi scrivere le lettere)”, p. 21).

Il colore degli occhi di una persona amata è costituito dalla scoperta da parte di un figlio della vera natura della relazione tra il padre e la madre, donna che il protagonista riesce “a conoscere per tramite di memorie esigue, lasciate in forma di versi sparsi, di miniature da palinsesto” (p. 47).

In La natura angelica due amici scrittori, una donna, Saadia Sultan, e un uomo, Rafi Durrani, alimentano la propria scrittura (e quella dell’altro) e l’amicizia tra di loro attraverso epistole e racconti, un rapporto che poi diverrà ricordo e ancora racconto di persone e luoghi e si farà voce di Saadia che si rivolge all’amico ormai assente.

E una relazione forte attraverso la scrittura vede protagonista anche Armaan in I giorni dell’ibisco. Una storia trovata in un cassetto. La storia, narrata da un amico in prima persona, ruota attorno a un libro di versi scritto da Aarman, che il narratore tradurrà dall’urdu in inglese, a un tradimento e a un legame insopprimibile al di là del tempo e dei corpi (“Ho raccontato il sogno ad Armann – al telefono, prima che arrivassero questi giorni di posta elettronica. Ha riso. In seguito, a un congresso, l’ho udito declamare versi che utilizzavano le immagini del mio sogno. Avrei voluto dirgli che aveva rubato la mia visione, ma lui l’aveva resa propria”, p. 81; “Io, però, sto ancora traducendo, sto ancora parlando del poeta Armaan. Con la missione di tenere in vita le sue parole. E talvolta, al mattimo, quando mi sveglio, guardandomi allo specchio, al posto del mio riflesso vedo il suo”, p. 98).

Intermediario amoroso tra la ricamatrice Tabinda e il giornalista e scrittore Omar è proprio un libro di poesie di un autore, “il cui pseudonimo è Armaan”(p. 115), in Il calendario della sarta.

E nel racconto sensuale La città del desiderio le parole sono un monito al lettore, sulla fronte del quale c’è il marchio del “nome di Turktaz, con le lettere del desiderio” (p. 135), c’è il segno di una brama che non si può soddisfare.

Nell’altrettanto lirico Sognando Giava, prosa di ricordi, immagini e abbandoni, si fanno largo queste frasi in cui corpo e testo sono un’unica entità: “Il nostro era un legame di silenzio. Siamo stati compagni in qualche perversa notte di assenza. Una comunanza di dolore fra due uomini. Così, nella luce fioca di quei pomeriggi autunnali, ho imparato ad allontanarmi da te, a riconoscere il profilo delle tue ossa sotto le pieghe della carne, a interpretare le reali linee del testo ingannevole del tuo volto con la sua adunanza di significati” (p. 146).

Nel racconto che chiude il volume, Insonnia, vengono narrate da un amico i tre rapporti diversi e indefinibili tra Murad e tre scrittici, Ayla, la giavanese Sri Kunti, e Maryam, alle quali egli è legato anche attraverso la scrittura, mediante il “dare forma al dolore” (p. 160).

Se spesso pare di intuire che in questi racconti che compongono I giorni dell’ibisco l’amicizia sia la relazione più forte e duratura tra i viventi (fatta anche di condivisione muta del silenzio e della calma “di coloro che hanno imparato a vivere con la tristezza”, p. 163; “L’amicizia […] è l’unica cosa che conta”, p. 17), si intenda questa come il legame che permette la solitudine e l’inappartenenza dell’individuo, che si fonda sulla gratuità e che non insegue la corrispondenza e la conferma, che non colma, che, come una trama, una scrittura, si tiene sul vuoto.

 
 
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...