Questi sono i nomi

 

 

Pubblicato da Iperborea nella traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, Questi sono i nomi di Tommy Wieringa è un romanzo diviso in tre sezioni: corpose le prime due (Autunno e Inverno), esile la terza (Primavera).

In Autunno sono presentate due vicende apparentemente slegate tra loro. La prima riguarda Pontus Beg, cinquantatreenne commissario di polizia nella città immaginaria (e corrotta) di Michailopoli, luogo di frontiera ubicato in un punto indefinito della steppa russa. Beg è un uomo disilluso, sradicato dal proprio passato, preda di acciacchi fisici, incline allo studio del pensiero di Confucio ma non estraneo a esplosioni di violenza, che con l’aiuto di un vecchio rabbino scoprirà, quasi per caso, di avere origini ebraiche.

La seconda vicenda riguarda sette profughi – cinque uomini, una donna e un ragazzo – che avanzano verso ovest (non ci vengono fornite coordinate più precise) in un paesaggio gelido, lunare, dove non sembrerebbe prevista la presenza umana. Sia la drammaticità del loro viaggio che lo stile di Weiringa – tutto composto di frasi brevi, paratattiche, quasi ischeletrite anch’esse dalla necessità di esprimere l’essenziale – ricordano da vicino La strada di Cormac McCarthy.233_cover_alta

Nella seconda sezione, Inverno, succede qualcosa. I profughi saranno avvistati alle porte di Michailopoli, dove giungeranno (in un tremendo stato di prostrazione psicofisica) poiché vittime di un atroce raggiro, che preferisco non svelare per lasciare ai lettori il pieno godimento della trama. E così i due mondi, quello umano e quello inumano, all’improvviso coincidono. Beg, dopo aver interrogato i cinque sopravvissuti, rinverrà profonde analogie tra la loro impresa e l’esodo ebraico sotto la guida di Mosé. Questa suggestione gli sarà utile (forse anche nell’accezione deteriore del termine, ma d’altronde Pontus Beg non ha davvero le caratteristiche dell’eroe senza macchia) da un lato per prendere sempre maggior consapevolezza della propria condizione di ebreo, dall’altro per instaurare un rapporto affettuoso col ragazzo profugo, che sboccerà nelle poche e sorprendenti pagine della sezione finale, Primavera.

Pur dalla trama piuttosto semplice e dall’andamento sintattico senza sussulti, Questi sono i nomi è un libro denso di significati e rimandi. Provo a individuarne alcuni.

Durante il loro viaggio, intanto, i sette (poi ridotti a sei, quindi a cinque) profughi mostreranno gli estremi opposti della natura umana: la massima fratellanza (“Ha condiviso il suo cibo con me, pensò il lungo, il suo unico cibo. È un uomo grande e nobile. Ha il cuore di una balena, non sono degno di guardarlo negli occhi”, p. 242) e la massima ferocia: uno di essi, per decisione comune, verrà decapitato, e il resto del gruppo porterà con sé la sua testa sino a Michailopoli. Questo atteggiamento ambivalente, per cui dapprima la vittima viene percepita come la fonte di tutte le disgrazie, ma in seguito una parte del suo corpo sarà fatta oggetto di idolatria, riporta al concetto del capro espiatorio indagato da René Girard, ma anche al Libro dell’Esodo, nel quale è narrato che Mosè guidò il popolo ebraico attraverso il deserto recando con sé le ossa del patriarca Giuseppe (“Avevano attraversato il deserto come gli ebrei, e come gli ebrei si erano portati dietro le ossa di uno di loro – la mente di Berg si soffermò su questa splendida analogia”, p. 260).

Inoltre, un parallelismo tra le solitudini dei profughi e quella, certamente ben più agiata, di Pontus Beg, è istituibile sin dalla prima sezione; lui e loro, allo stesso modo, esistono nell’ignoranza del proprio passato. Scrive Wieringa parlando dei profughi: “Erano diventate persone senza storia, vivevano solo in un assoluto presente” (p. 79). E più avanti, quando Pontus Beg scoprirà le proprie origini (corsivo nel testo): “Non aveva più dubbi. Sarebbe stato un ebreo – anzi, lo era già. Era quello il suo posto nel mondo, parte di un popolo, di una comunità. […] La consapevolezza di appartenere a qualcosa, ecco da dove veniva la sua commozione” (p. 151).

Queste parole mi conducono ad altre, e infine a una considerazione: “Migliaia di anni dopo la stessa luce scendeva anche su di lui, Pontus Beg – una sensazione benefica, a essere onesti, di cui non avrebbe più voluto fare a meno. Nessuno prende la propria salvezza a cuor leggero” (p. 302).

Qui è palese la strumentalizzazione operata dal commissario nei riguardi della propria fede, pur in previsione di un riscatto proprio e altrui (il ragazzo profugo, al quale Beg offrirà una nuova vita). Gli stessi profughi faranno altrettanto: per garantirsi la sopravvivenza, prima additeranno un colpevole, poi ribalteranno l’atteggiamento nei suoi confronti eleggendone la testa a feticcio.

Perciò affermo, concludendo, che Questi sono i nomi è un grande romanzo sulla ricerca, necessaria per l’uomo, della salvezza. Ed ecco che le differenze tra Pontus Beg che rincorre la propria identità spirituale, e i profughi che bramano di vivere un’ora in più, diventano solo quantitative: siamo tutti più o meno metaforicamente esposti all’orfanezza, al nomadismo, al naufragio, sembra dirci Wieringa, dunque ciascuno adopera ogni energia e ogni strumento di cui dispone per rimanere aggrappato al successivo brandello di senso, di speranza, di vita.

 
 
 

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