Alcuni stupefacenti casi tra cui un gufo rotto

 
 
 

Gorilla Sapiens - Copertina gufo_rottoChe cosa è reale? E com’è davvero il reale?

Queste sono le domande che sembrano attraversare le brevi o brevissime storie grottesche e surreali di Davide Predosin, pubblicate nel 2014 da Gorilla Sapiens Edizioni.

Reali sono lo straniamento, in quanto distacco dalle proprie proiezioni e obbligo di uno sguardo dell’io da fuori, e l’estraneità che si percepisce nella lettura di questi casi, cioè l’impossibilità per l’uomo di aderire esattamente a ciò che lo circonda, di coincidere con esso, non foss’altro per il corpo che occupa e sottrae spazio ad altro.

E qui i corpi più strani mostrano la propria unicità e presenza in alcuni dei racconti: corpi con cassetti, bottoni automatici, che emettono raggi verdi, corpi inchiodati a un cassonetto perché l’assenza di movimento permetta l’introspezione, corpi abbandonati per poter essere padroni di se stessi, Corpi estranei (questo è il titolo di una storia), corpi con ferite che fischiano e le cui labbra sono mosse per scherzo, corpi di ciechi e di uomini con cinque occhi, corpi la cui fronte è violata da un’ascia, apparati scheletrici e organi umani come base di ricette, corpi smaterializzati, etc.

I protagonisti sono catapultati in una dimensione in cui accadono fatti bizzarri o insolite visite oppure sono tipi inusuali che vivono avventure improbabili; essi sono tutti costretti a fare i conti con l’immaginazione dell’autore che costruisce situazioni assurde, non per nascondere o rimuovere il consueto, ma allo scopo di far vivere l’incorporeo o addirittura l’impensabile, l’invisibile disorientante di cui facciamo esperienza, in queste vicende la cui materia si fa prossima e lontana come quella di un sogno.

Ciò che è familiare cela minacce (come accade, ad esempio, in Ho una ferita che non capisco: “D’altronde non potevo certo chiedere a Claudia di stare attenta. Si rilassa così lei, facendo volteggiare in aria grossi coltellacci da cucina, giocando a stai attento che ti trafiggo. […] Purtroppo, l’ultima volta, preso alla sprovvista perché ignaro della sua presenza in casa – essendo rientata in anticipo dall’ufficio – quando mi si è parata davanti urlando ti ammazzo! con quel suo sguaiato tono gioviale, mi sono spaventato assai e ho lievemente sussultato, permettendo alla lama di affondare con facilità all’altezza della milza. La cretina si è messa a ridere, le ho detto: – Che cazzo ridi? –, e lei – ovvio – s’è offesa. Così mentre mi tamponavo la ferita con un fazzoletto, ho cercato di consolarla; di ammansirla. […] Purtroppo sono sicuro che se sapesse, se sapesse che la ferita sotto il cerotto che spesso prova a togliermi – dopo un mese – non si è ancora rimarginata, sono sicuro che se sapesse mi farebbe una testa così, e io non ho proprio voglia di sentirla brontolare”, pp. 85-86); ciò che è inafferrabile e incomprensibile, d’altra parte, assume le forme più banali (come pare succedere in Il gufo rotto: “Camminando in un bosco appena fuori città ho trovato, sotto a un alto pino, un grosso gufo rotto. Giaceva su un fianco con gli occhi sbarrati, proprio come se avesse appena visto un altro gufo rotto a lui caro. – Si dev’essere rotto per il dolore –, ho pensato. […]”, p. 83).

Tutto è dunque realtà. Il mondo qui rappresentato in una prosa la cui sintassi ha ritmo e misura (La frase è persino il titolo di un racconto), rende ridicole le gerarchie (lo stesso registro del narratore non disdegna una certa ricerca di complicità con il lettore): reali sono i viventi e i non viventi, l’invenzione mescola oggetti e sensazioni, gli episodi minimi e comuni sono abitudini balzane di personaggi anonimi (così si legge in Passioni: “Adoro fare il bagno col maglione acrilico a collo alto addosso. Se posso tengo anche calzini e manopole. La ruvida trama della lana, zuppa di bagnoschiuma, mi regala sempre un fresco pizzicore orticante. Uscito dalla vasca, mi corico poi svelto sotto le lenzuola, senza asciugarmi; anche se mia moglie non lo sopporta. – Asciugati i capelli almeno –, mi dice in dormiveglia, – che ti prendi qualcosa”, p. 99).

Questo libro di racconti si fonda sulla totale imprevidibilità, incontrollabilità degli accadimenti.

Ciò che domina tale narrazione per lampi e accensioni è la dichiarazione implicita dell’assurdità di ogni pretesa di corrispondenza tra sé e il mondo, l’impossibilità di una completa e definitiva preparazione a stare nella realtà, per accettarla così com’è.

Così si legge in Buca luminosa: “Che si debba in ogni caso morire questa è un’idea che immancabilmente mi stupisce. Non riesco infatti in nessun modo a concepire la fine della coscienza del mio corpo attratto dal pianeta Terra senza riderne o fischiettare per distrarmi. Più passa il tempo e più preferisco pensare piuttosto che questa mia simpatia per la mia vita vada, senza lutto o tragedie, semplicemente a dimorare in un altro posto; in una sorta di immensa buca luminosa, o qualcosa del genere” (p. 103).

 
 
 

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2 comments

  1. Solo Dio conosce la realtà. La persona umana può solo mettere a disposizione la propria intelligenza, la propria cultura, il proprio intuito, la propria fantasia, la propria coscienza e soprattutto il proprio cuore. Insomma il ” talento ” che il Signore , nella Sua Misericordia, le ha donato. Buon pomeriggio

    Inviato da iPad

  2. La moglie del personaggio che si corica zuppo d’acqua per aver fatto il bagno con il maglione addosso sembra uscita dalla penna di Achille Campanile. Grazie per la bella segnalazione.

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