Il macello di Circe

 

 
di Danilo Soscia

 

 

Il più giovane di noi venne smembrato da un cane. Con l’arrivo dell’estate gli animali dell’isola si erano spinti fin verso la spiaggia, liberati da ogni paura. I nostri accampamenti non erano più sufficienti a ripararci dalla loro furia, né le bestie temevano il fuoco.

Raccogliemmo l’avanzo del nostro compagno e lo ricomponemmo. Sapevamo che era lui, anche se i tratti del volto erano stati mangiati. Nulla era sopravvissuto degli occhi grigi, del naso adunco e perfetto, del mento glabro. Lo piangemmo in silenzio. Pattuimmo di alzare la pira al mattino, certi che una fiamma notturna così viva avrebbe fatto da richiamo alle torme assassine.

Sognai mia madre, quella notte. Giovane di una giovinezza che io non avevo mai conosciuto, allattava un bambino. Il suo seno era gonfio, teso. Le domandai, Mamma, è nato un nuovo fratello? Mi rispose, Non riconosci tuo figlio? Non aveva più da mangiare e per questo mi sono offerta.circe_1

Subito il piccolo crebbe, e sotto i miei occhi diventò adolescente e quindi uomo, senza mai staccare la bocca dal capezzolo. Poi, con un moto improvviso del capo, spinse mia madre a terra. Si distese sopra di lei, mentre le teneva ferme le braccia. Impose il bacino, inarcò la schiena e le fece violenza. Lo afferrai allora per i lunghi capelli neri. Avvicinai il mio volto al suo, e vidi che era quello del nostro compagno morto.

All’alba innalzammo la catasta con il legno di due ulivi senza frutto. Il fuoco fu scandito da scoppi e luci bianche, prolungate, che esalavano con il fumo. Sacrificammo due pecore dalla carne immangiabile, e ne conservammo solo la pelle. Alla fine, raccogliemmo la cenere e la seppellimmo sotto un tumulo di terra, in cima al quale piantammo un remo della nostra nave, come ci era stato insegnato.

Quando fu di nuovo notte, Circe e Odisseo scesero in mezzo a noi, e si tenevano per mano. Apparivano più giovani della loro età, più crudeli. Odisseo, vestito di bianco, aveva tagliato la barba e lasciato crescere i capelli. Disse, A cosa è servito sopravvivere in guerra, se non siete capaci nemmeno di sfamarvi?

Risposi io, Odisseo, avevamo smarrito la speranza di rivederti, eppure abbiamo atteso contro ogni ragionevolezza. Ora è tempo di ripartire.

Odisseo lasciò allora la mano di Circe. Lambì il fuoco intorno al quale sedevamo. Disse, Euriloco, tu conosci la via del ritorno? Sai in quale direzione puntare la nave così che noi tutti potremo rivedere la terra ormai putrefatta delle nostre case?

Risposi, No, Odisseo. Io non conosco la strada.

Circe ci sorvegliava con occhi di bambina. Nella chioma gonfia e nera aveva intrecciato foglie di strame. La sua pelle era unta, e le unghie di mani e piedi colorate di rosso.

Odisseo lanciò una manciata di terra sui carboni. Disse, Domani il sole non sorgerà per me. Nella terra dove seppellisce le ossa degli animali macellati, Circe scaverà una fossa di un cubito, in un senso e nell’altro, e sui bordi verserà vino, miele, acqua, farina d’orzo e sangue di scrofa. Voglio interrogare i morti su ciascuno di voi, domandare se è utile lasciarvi in vita, oppure ricondurvi a casa.

Accanto a me, Elpenore si graffiò il viso con le unghie, e urlò il nome del compagno che avevamo da poco sepolto. Le lacrime colavano rosa e grige sulle sue guance. Odisseo raccolse a terra una lunga asta d’olivo, ancora nodosa e impura. La puntò al viso del giovane, e con quella lo destò dal pianto convulso. Domandò, Perché piangi?

Poi, Circe e Odisseo ci lasciarono. Il fuoco si era assopito, ma noi rimanemmo all’aperto, nascosti sotto le pelli per attraversare la notte. La risacca del mare non mi lasciava dormire. Elpenore strisciò verso di me, leggero. Adagiò il suo petto alle mie spalle e mi respirò nell’orecchio. Disse, Domani, appena sarà spuntato il sole, noi partiremo.

Risposi, Sì.

Alla fine il sonno mi annientò, e rividi la reggia di Circe. Rividi i lupi a guardia dell’ingresso, e i maiali dalle setole rosse che ci vennero incontro. Rividi il macello dove Circe misurava i tagli della carne assistita dalle sue serve, e rividi le teste delle scrofe allineate a terra, identiche, inesorabili. Rividi il mio terrore, quando credetti di riconoscere nel volto e nel corpo di Circe alcuni tratti di mia madre. Rividi la mia voce lasciare la bocca mentre ordinavo ai compagni di non accettare l’invito a entrare. Rividi Polite deridermi e allontanarmi con la spada. Rividi le loro mani unte di grasso mentre portavano al naso la polpa scottata dei porci appena scannati. Rividi la loro trasformazione, oscena, come divinità della terra sospese tra l’uomo e il maiale, tra chi è vivo e chi è non lo è più. Rividi il loro sangue diventare nelle vene più scuro e più denso. Rividi gli occhi innocenti di Circe, mentre mi chiamava, e io fuggivo, senza mai voltarmi, verso il mare.

Il verso isterico di un pianto mi svegliò. Allungai la mano verso Elpenore. Era ancora lì che dormiva, gelido. Ebbi un attimo di esitazione, poi agguantai la spada, e mi sollevai. Al buio intuii il fiato dei cani oltre la fila spessa di lecci che separava la spiaggia dal bosco. Mi fermai. Ne ascoltai la voce. Per spaventarli, lanciai un grido che mi ferì la gola. Sputai sul palmo della mia mano, e vidi un grumo nero di sangue. Sentii ridursi in schegge le piccole foglie a terra, calpestate dal passo di un animale. Puntai la spada, pronto ad amputare.

Quando giunse sotto il cerchio della luna, lo riconobbi. Le lunghe braccia pelose, l’indice della mano destra mozzato. Dissi, Polite, credevo fossi uno dei cani, Perché non riposi insieme a noi?

Restò immobile. Lo avvicinai, e vidi. La sua testa era di nuovo simile a quella di un maiale. L’iride opaco, dall’alone di perla. Le fauci serrate. Lacrimava dal naso, e dai fori di quella appendice impossibile riconobbi il rigurgito che mi aveva svegliato.

Dissi a bassa voce, Non muoverti, Polite. I cani potrebbero scambiarti per una scrofa e divorarti. Attendiamo insieme il sole. Se Odisseo tornerà, chiederemo a lui di farti tornare uomo.

Mi mostrò allora le zanne, e grugnì. Si prese la testa, come volesse staccarla dal tronco. Poi, si lanciò verso il bosco. Lo inseguii. Dopo poco, giungemmo a una radura spoglia di alberi, e di nuovo la luna lo illuminò. Fui più veloce di lui. Lo affiancai e con la punta della spada gli incisi in superficie l’intera lunghezza del braccio. Cadde, e con le mani mi implorò di finirlo.

Dissi, Resta immobile, ora siamo entrambi cibo per i cani.

Lo vegliai per il resto della notte. Al mattino la sua testa era ancora quella di un maiale. Lo caricai sulle spalle e lo ricondussi a riva. Ritrovai i compagni stretti l’uno all’altro, i volti pallidi e umidi. Mi domandarono, Dov’eri, Euriloco? Elpenore si è tolto la vita. È salito in cima all’albero della nave, e si è lasciato cadere.

Adagiai Polite a terra, così che anche gli altri potessero vedere la sua testa di porco. Andai verso il mare. Mi bagnai i piedi, le ginocchia. Mi accasciai, e posai il volto sul filo dell’acqua.

Odisseo giunse dalla parte opposta della spiaggia. Solo allora pensai che non avevo ancora visitato il cadavere di Elpenore, e che sarebbe stato nostro compito incenerirlo, prima di ripartire.

La massa di legna bagnata in cui avevamo chiuso il nostro compagno ancora bruciava, quando Odisseo ordinò che ci adunassimo. Disse, Partiamo, tra pochi giorni raggiungeremo casa.

Impose di abbandonare Polite sull’isola. Non ebbi la forza di oppormi.

Raggiunto il mare aperto, mi addormentai che era ancora giorno. Odisseo mi svegliò. Mi prese per mano e mi condusse a prua. La nave era immobile come fosse piantata a terra. Disse, Mi crederesti, Euriloco? I morti sono identici ai vivi, solo non hanno bisogni.

Risposi, Ti credo.

Poi riprese, Tra coloro che non hanno più vita, è stato Elpenore il primo ad apparire ai miei occhi, e a parlarmi. Mi ha detto, Eccomi, Odisseo. Sono morto. Finalmente sono certo di non tornare mai più a casa.

Odisseo poi mi comandò, Tagliami i capelli, Euriloco.

Afferrai la spada e gli mozzai la chioma.

Disse, Gettala in mare.

Gli voltai le spalle e piansi. Odisseo continuò, In verità nessuno di voi rivedrà la propria terra.

Prima di tornare a dormire, gli dissi, È triste amare senza essere ricambiati.

 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato (così come Il maiale, L’uomo nero e La sepoltura dei morti, già apparsi su questo blog) è tratto dal lavoro anch’esso inedito I topi. Biblia pauperum.

 

L’immagine proviene da qui.

 

 

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