Un altro albero di Gulmohar

 
 
 

Questo romanzo di Aamer Hussein, pubblicato da La Lepre Edizioni nel 2011 e tradotto dall’inglese da Valerio Pietrangelo (il quale nella nota introduttiva ricorda l’attenzione dell’autore al suono e al ritmo delle parole e del periodo in lingua originale), colpisce per l’originalità della costruzione.

GulmoharLa prima parte, Il canto di Usman, è infatti una fiaba dal sapore orientale, in cui fanno la loro comparsa figure dai tratti umani (poi protagoniste delle vicende della seconda sezione) insieme ai coccodrilli (e alla loro terra e al loro pane verde), a una rana parlante, a un cerbiatto domestico. L’atmosfera mitica dei venticinque brevi capitoli porta la scrittura a una oscura e antica densità onirica (“Giorno dopo giorno, Umar vide la pelle di Bilal farsi sempre più verde. Riportami al fiume, disse il ragazzo sofferente a suo fratello. Ma sei troppo malato per spostarti. Allora portami al fiume sulle tue spalle, disse Bilal. Ho bisogno di cibo della terra dei coccodrilli. Oppure morirò”, p. 34).

A una prima lettura, sono unicamente i nomi dei personaggi che permettono al lettore di non percepire una eccessiva discontinuità tra Il canto di Usman e Angeli perplessi, la seconda sezione nella quale viene narrata la storia dell’incontro tra lo scrittore pakistano Usman e l’illustratrice inglese Lydia, del loro innamoramento a Londra nel 1950 e di una vita poi condivisa, non senza disamore e delusioni, a Karachi, in Pakistan.

Tuttavia, nel corso della lettura, financo gli elementi delle fiabe della prima sezione compariranno disseminati nella seconda: il lettore scoprirà che Usman si occupa infatti della stesura di testi che “attingono al repertorio di tradizioni popolari” (p. 82). Lo scrittore otterrà successo proprio con “«Il principe del paese dei coccodrilli» nella più celebre rivista per bambini del paese” (p. 82).

Il centro della narrazione pare essere la possibile dinamica di una relazione tra due individui, con due diverse culture di riferimento, che vivono se stessi e il rapporto con l’altro in maniera differente: davanti all’incontro e al mutamento che ne deriva, Lydia incarna la possibilità di un atteggiamento aperto, la curiosità nei confronti dell’altro (“Fu ammaliata sin dal primo istante”, p. 72), la pazienza e l’intraprendenza, il desiderio di sentirsi parte dell’ambiente della persona amata (“Presto però Rokeya [cioè Lydia, nota mia] […] cambiò i suoi vestiti con abiti locali”, p. 77); Usman rappresenta, invece, il bisogno di distanza tra gli individui, il desiderio di una identità e di una lingua che proteggano e, allo stesso tempo, egli è il ritratto della fatica di condividere i propri luoghi e usanze (“[…] nessuna sposa musulmana avrebbe proclamato il suo consenso in una maniera così ardita”, p. 71) o dello smarrimento davanti a chi è altro, pur essendo accanto (“Lui non riuscì a nascondere il suo stupore: il nuovo nome, la naturalezza nel parlare. Non le aveva chiesto di convertirsi. Era stata lei che aveva preso l’iniziativa, a Londra, e si era scelta un nome che le piaceva”, p. 71).

A Karachi, “l’amichevole” (p. 77) Lydia, che si farà chiamare Rokeya e verrà presto accettata nel nuovo paese, comunica liberamente con l’amica pakistana Tabinda (protagonista de Il calendario della sarta, presente in un’altra opera di Hussein, la bella raccolta di racconti I giorni dell’ibisco, sempre edita da La Lepre), non lasciandosi inibire dalla scarsa padronanza dell’urdu (“Facevano pettegolezzi in un miscuglio di lingue, Rokeya ricorrendo a un termine inglese ogni qual volta non riuscisse a trovare la parola giusta in urdu, Tabinda, che capiva bene l’inglese ma non lo parlava, fornendole le traduzioni al momento opportuno”, p. 86) oppure con Jani, una donna pakistana che invece parla perfettamente la lingua di Lydia (“Non si sarebbero potute immaginare due donne più diverse l’una dall’altra di Tabinda, timida e tradizionalista, e Jani, che era stata istruita in una scuola occidentale e parlava un inglese impeccabile. Eppure erano amiche”, p. 87).

Usman, invece, conversando a fatica, a Londra o in patria, si esprimerà oralmente in un inglese scritto. Ed è lui che decide che i figli frequentino una scuola britannica, ma che rimprovera, al contempo, la moglie di non saper parlare la lingua del marito; tuttavia, è proprio quest’ultima che agisce affinché i figli abbiano una solida conoscenza della cultura nazionale mediante gli insegnamenti del loro stesso padre Usman. Lei cercherà persino di raggiungere il marito, lì dove crede di poterlo trovare: scriverà un racconto che lui poi giudicherà mediocre.

Con il tempo, l’uomo invidierà l’energia della compagna, il suo entusiasmo, la sua indipendenza da lui e le rimprovererà di non dedicarsi a un’unica attività, ma di disperdersi in sempre nuovi e vari obiettivi (“«Non riesci a smettere di disperdere le tue energie in una miriade di occupazioni per concentrarti piuttosto su una cosa sola?», chiese una volta a Rokeya”, p. 105). E soprattutto si accorgerà di non sopportare di aver perso il primato in ogni aspetto della propria vita, come marito, soppiantato dai figli, e come scrittore, rinchiuso nella definizione di autore “regionale” e superato dal giovane Bilal, che ottiene più successo di lui pur essendo un suo plagiatore.

Nei momenti di massima lontananza da Rokeya, Usman sentirà orgoglio per il colore della pelle e dei capelli di uno dei figli, così simili ai propri (“Ma provò un certo piacere, misto a senso di colpa, nel riflesso di sé che vide nella carnagione bronzea di Shamyl e nei suoi folti capelli bruni”, p. 107) e arriverà a trattare con disprezzo Shakespeare, qui quale massimo rappresentante della cultura inglese (“Una sera si rifiutò di accompagnarla a un allestimento dell’Enrico V per il quale aveva preso due biglietti. «Risparmiami i tuoi sovrani inglesi, Plantageneti o Tudor che siano», aveva brontolato con atteggiamento un po’ sgarbato”, p. 114).

La percezione di una sorta di invasione da parte di Lydia, è forse la silenziosa trasfigurazione, certamente più pacifica, del colonialismo britannico in India; all’epoca della vicenda narrata, il dominio inglese in quelle terre è infatti da poco tramontato (nel 1947, con la nascita dello stato pakistano).

Il progressivo distacco tra i due sarà interrotto soltanto quando, per un breve periodo, la coppia si dedicherà alla traduzione di un racconto di Usman in inglese, cioè allorché l’incontro tra i due avverrà attraverso il tempo lento della scrittura.

È importante sottolineare che il narratore, usando la voce della terza persona, segue le vicende secondo la prospettiva di entrambi i personaggi; non c’è mai un giudizio su di essi. Di Rokeya, protesa verso l’esterno, in prevalenza, sono narrate le azioni; di Usman, scrittore riservato che pare sfuggire la collocazione – non solo lavorativa –, il mondo interiore.

Di certo, è l’albero di Gulmohar – sotto il quale il fiabesco Usman della prima sezione intona il proprio canto – a costituire il perno dell’intero romanzo.

Sebbene sembri appartenere da sempre al territorio di Karachi, esso infatti non è originario del Pakistan: “All’inizio dell’estate, per qualche settimana, l’albero fioriva così furiosamente che i suoi rami, liberatisi dalle foglie parevano da lontano come avvolti da fiamme scarlatte. Rimase sorpresa nello scoprire che, proprio come lei e tanti altri abitanti della sua città di adozione, l’albero del fuoco, che tanto sembrava radicato in quel suolo, non era in realtà una pianta autoctona. In un libro sulle piante e i fiori, aveva letto che la Poinciana Regia (questo il suo ben più prosaico nome botanico) era originaria del Madagascar” (pp. 72-73).

L’albero che dà il titolo al romanzo è quindi il segno dell’assurdità di ogni identità rigida, di una appartenenza univoca e immodificabile, della chiarezza folle del puro; e per quanto ogni singola persona rimanga sempre, almeno un poco, irraggiungibile e inesplorabile (e un equivoco in questo senso è dato soltanto dal chiedere agli altri di essere secondo le immagini che noi abbiamo di loro, come i ripensamenti di Usman lasciano intuire), nessun rifugio umano può essere un luogo da cui esercitare un potere.

“«[…] E per segnare il confine, potremmo piantare un altro albero di Gulmohar. Tu potresti scrivere sotto l’ombra delle sue fronde […]»” (p. 121), suggerisce Lydia a Usman. Proprio lì ove si allargava il canto del giovane nella sezione prima, Rokeya chiede cioè di sospendere la lotta e l’inseguimento tra le loro due anime e di celebrare la radicale inappartenenza di ciascuno, attraverso una bellezza comune da dividere.

Come ne I giorni dell’ibisco, anche in Un altro albero di Gulmohar, ciò che ancora una volta affascina dei testi di Hussein è la delicatezza e l’inafferrabilità della scrittura, la sua disarmante fragilità nel racconto di un’umanità vulnerabile eppure capace di liberarsi delle costrizioni del sé.

 
 
 

Annunci

2 comments

  1. “Il segno dell’assurdità di ogni identità rigida, di una appartenenza univoca e immodificabile, della chiarezza folle del puro”.

  2. Grazie. Appena mi è possibile comprerò il libro , perché non posso stare molto al computer in quanto ho problemi agli occhi. Ancora grazie

    Inviato da iPad

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...