Triangolo delle acque

 

 

I tre racconti che compongono Triangolo delle acque di Caio Fernando Abreu (Quarup, 2013, nella traduzione di Bruno Persico) sono tre riuscite prove di libertà di scrittura e di immaginazione.

Il primo e forse più suggestivo racconto, Dodecaedro, è una composizione polifonica: dodici personaggi chiusi (rinchiusi?) in una casa narrano, ciascuno dal proprio personalissimo punto di vista, un tassello della vicenda corale; se ciò impedisce lo sviluppo di una trama univoca, ci offre una prosa dal ritmo travolgente, nella quale si alternano (e spesso si intrecciano) senza sosta immagini di dolcezza e violenza, di sensualità e ferocia: “Immersi nel buio, non ci importava calpestare i cocci mentre vagavamo nello spazio circostante alla ricerca dei corpi sudati degli altri. Una lingua umida, forse quella di Martha, penetrò nella mia bocca proprio nel momento in cui sentii i peli bagnati del petto di un uomo, forse Pedro, appiccicati alla mia schiena” (p. 32). È come se a esprimersi fossero i corpi: coi loro desideri e i loro limiti.

Un tredicesimo individuo interviene attraverso dodici frammenti, subito prima del resoconto di ciascuno degli altri. L’oscurità delle sue micronarrazioni-cerniera concorre a inibire ancor più la piana leggibilità dei fatti.978-88-95166-29-2

A minacciare la casa, poi, c’è un gruppo di cani impazziti (veri?, solo paventati?), che qualcuno ha liberato e che tutti citano con angoscia, benché il personaggio che parlerà per decimo, Júlio, ne sconfesserà l’esistenza (corsivo nel testo): “nessuno ha liberato i cani impazziti” (p. 44).

Anche nel secondo racconto (Il marinaio, esplicitamente ispirato e dedicato a Fernando Pessoa) troviamo un ambiente domestico assediato dall’esterno. L’anonimo protagonista, dopo una profonda crisi esistenziale, decide di autorecludersi in casa propria; sceglie addirittura di svuotare del tutto una stanza, per infliggersi quotidianamente l’impietosa raffigurazione di quell’assenza, di quell’abbandono che lo hanno segnato. Non solo conduce, il protagonista, un’esistenza celata a tutti, ma pure ogni suo gesto è non manifestazione di un senso, bensì distrazione dal senso: “mi ritrovo sempre a fare cose per non gridare, per esempio raccontare questa storia” (p. 60).

Eppure, una sera di novembre, un marinaio busserà alla sua porta, pronunciando un’ambigua sentenza: “Abbraccia la tua pazzia prima che sia troppo tardi” (p. 64). E quando il marinaio si allontanerà (per la seconda volta? È forse lui il motivo di quella stanza vuota?), il protagonista spoglierà l’intera casa, palesando con estremo coraggio la riduzione a nulla della propria vita.

Il terzo racconto, Dentro la notte, ha la misura del romanzo breve, ed è nuovamente un incontro-rincontro, stavolta tra due giovani omosessuali. Uno dei due deciderà il soprannome per sé (Persio) e per l’altro (Santiago), e solo come Persio e Santiago noi li conosceremo. Anche qui la narrazione muove da un interno, la casa di Persio, ma stavolta i due protagonisti avranno il coraggio di esplorare il fuori, lanciandosi in un affollatissimo sabato notte scandito dai più disparati e bizzarri incontri, nonché da un incessante dialogo sulla musica, la letteratura, l’amore, il sesso, le miserie e le gioie della vita. A sommuovere l’apparente tono scanzonato del duo, una tragica vicenda amorosa che in passato coinvolse Santiago, e che riaffiorando a più riprese dà all’atmosfera da bohème sfumature tragiche.

Soprattutto in questa narrazione, tutto sommato povera di accadimenti notevoli, è la libertà la grande protagonista: libertà come ricerca quasi ossessiva di una vita al di là di ogni convenzione o protezione: “Non sarà che l’amore comincia quando lo schifo, l’igiene o qualcun’altra di queste paroline, perdonami, adesso ti metterai a ridere, qualcuna di queste paroline borghesi e cristiane non avranno più alcun senso?” (p. 145).

Ecco. Credo che la vera forza dei tre racconti non sia tanto da ricercare in tutte quelle coppie di opposti che, a volte per mezzo di metafore fin troppo esplicite, sono presentate in queste pagine (l’identità e il doppio, la sessualità e i vincoli sociali, l’elemento maschile e quello femminile, la solitudine e l’accoglienza, la depressione e l’euforia…); credo che la vera forza del libro di Abreu, dicevo, risieda piuttosto nella continua tensione dei personaggi verso una vita all’insegna della massima libertà possibile, tuttavia nella piena consapevolezza che la fine non solo incombe, ma pure informa di sé ogni azione, anche quella apparentemente più gratuita, più svincolata dal ritmo del fare e dell’esserci.

Una frase, che compare nella penultima pagina del terzo racconto e dunque quasi in chiusura di libro, è emblematica in questo senso: “la vita, fosse quel che fosse, era adesso, la vita era già, la vita era qui, e il qui e il già e l’adesso non erano altro che un desiderio di piangere senza lacrime, di vomitare senza nausea, di scopare senza sesso, tanti versi, tanti progetti rimasti incompiuti, solo i giorni che si susseguono senza sosta, quello di ieri che genera quello di domani, portando sempre lo stesso sapore di caffè e sigarette, si toccò il petto, che forse aveva già cominciato a imputridire, la cosa segreta, il punto nascosto, che nessuno toccava, ancora un po’ e avrebbe sentito il fetore, gli altri avrebbero sentito il fetore da lontano se l’avessero incontrato da solo negli angoli della notte, mentre era alla ricerca della pietra lidia, l’aleph, le sephirot, in un incontro qualsiasi che, se mai fosse arrivato, sarebbe arrivato troppo tardi perché il verde novello aveva ormai cominciato a cedere alla decomposizione” (p. 185).

 

 

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