Carezze

 
 
 
di Emilia Bersabea Cirillo
 
 
 
 

A metà giornata, una luce acida soffoca la città. Luisa socchiude gli occhi. È in piedi, sul marciapiede del caffè Gambrinus. Alle sue spalle tintinnio di tazze e di bicchieri, odore di caffè, vaniglia, cioccolato. Due lacrime le scivolano sulle guance. Lei le asciuga col dorso della mano. Devo smettere, si dice. Non ce la fa. Le lagrime scendono senza che lei possa fermarle. Si copre il viso con i capelli. Non resiste ad aspettare in quell’aria afosa. Entra nel caffè. La sala del Gambrinus è in penombra. Fresca. Con un bisbiglio di sottofondo. Cerca un tavolino. Si soffia il naso con un tovagliolo di carta. È l’una e mezzo. Per essere puntuale all’appuntamento con Gaetano ha chiesto un permesso in ufficio e ha preso al volo un taxi. Ma lui non c’è ancora. Annusa la rosa rossa che è nel portafiori. Senza odore. Respira e butta l’aria fuori più volte, per calmarsi. L’una e trentacinque. Sto aspettando qualcuno, risponde al cameriere che le si avvicina e gli mostra la sedia vuota. Poi si guarda nello specchietto che ha nella borsa. Gonfia i capelli con le mani, accarezza le sopracciglia, si rassetta la gonna.

Gaetano giunge dopo qualche mBronze_ornement_of_Medusa,_Romisch-Germanisches_Museum,_Cologne_(8115637242)inuto, leggermente sudato. È sempre bello, però, pensa lei, guardando i suoi occhi di ghiaccio e i capelli color cenere.

Ho fatto tardi per un cliente che non voleva pagare, si scusa. Poi, chinandosi appena, le sfiora la mano sinistra. Quella del cuore. Lei sorride, mentre si asciuga le ciglia con le dita.

– Oggi la luce mi fa lacrimare gli occhi – mente Luisa.

Lui le crede. – Già, senza riparo – commenta, e le presta i suoi occhiali da sole. Ora sembra proprio un’americana in vacanza, dice, con quella canotta di seta dalle bretelle strette e le ballerine nere. Lei scuote la testa, un po’ per celia un po’ perché vorrebbe sentire altro. Al cameriere ordina un toast al prosciutto e un caffè con la schiuma di latte; Gaetano un tramezzino tonno e pomodoro e un caffè nero. Aspettano affamati. Senza parlare. Lei guarda gli stucchi liberty del locale, fissa una maschera di gesso sotto il soffitto. Una medusa sorridente. Come si fa, pensa, a immaginare un volto che ride mentre ti ghiaccia con lo sguardo. È arrivato il toast, dice lui. E spegne il cellulare. Lei è veloce a mangiare. Il toast finisce in quattro bocconi. Lui lascia metà tramezzino, il pomodoro è troppo molle, spiega. Gira a lungo lo zucchero nella tazzina, mentre le parla di una libreria che chiude, proprio quel giorno. È là vicino, in via Toledo. La proprietaria dà una festa di addio. L’ha invitato.

Una cosa americana, questa, sì, commenta lei. Nanni Moretti ha girato un documentario a Manhattan, per la festa di chiusura di una farmacia. Erano tutti a sorridere e a piangere, contemporaneamente. Piangevo anch’io, alla fine, nel cinema.

– Sarebbe bello partecipare a quella festa. Lo dico per te, che leggi sempre tanto.
– Nel film scontavano i farmaci.
– Magari ci sarà anche lo sconto sui libri.
Quel parlare di altro, pensa Luisa, non indica niente di buono.
– Allora? – gli chiede. – Che mi dici?
Lui fa spallucce. Paga il conto. Lecca dal cucchiaino le ultime gocce di caffè.

Escono. Vanno verso il mare. La luce li segue. Loro seguono la luce, che ha un riflesso turchese. Lui cammina vicino, la bacia sul collo, le cerca la mano. Lei lo scosta.
– Non dovevamo parlare? – chiede lei. Lui le lascia la mano.
– Di cosa?
– Tua moglie? Tua figlia?
– Al mare, le raggiungo sabato.
È giovedì. Il loro giorno.

S’incontrano da due anni al Gambrinus. Fanno una breve passeggiata lungo il mare, poi vanno in una casa prestata da un amico e fanno l’amore. Quando stanno per lasciarsi, si danno appuntamento per l’altro giovedì: così da due anni.

Luisa stringe gli occhi, nonostante gli occhiali. Quel giorno sono arrivati fino ai giardini del Molosiglio. C’è puzza di urina sotto le palme. Le giostrine sono in funzione. Gaetano siede su una panchina.

– Vuoi una caramella? – dice tirando fuori dalla tasca una mou. Scartoccia e mastica. Guarda per terra un’erba rampicante che sbuca nell’asfalto. – Non ce la faccio a lasciarle. Ci provo, ma non ce la faccio. Mi capisci?
– Ti ho sempre capito. Ma adesso voglio capire me.
Le lagrime sono ferme. Lei ha solo caldo. Si fa vento con il giornale.

Lui aveva promesso che a giugno sarebbero stati insieme, per sempre, alla luce del sole. Che avrebbero fatto un viaggio in Bretagna, nelle isole delle sirene. Questo le aveva detto lui, questo voleva lei. Illusioni.
– E invece eccoci ancora a girovagare. Come due filonari – sbotta Luisa. – Non credo di voler più vivere così.
– Ma che vuoi, davvero? Lo sapevi che avevo una famiglia. Tutte così. Prima vi va bene, poi non sapete accontentarvi.

Luisa ricorda, chissà come, un panino e ricotta, che mangiava da bambina, quando nel suo quartiere, i Cristallini, di mattina arrivava l’uomo del carretto. Era la sua colazione. La madre gliela porgeva dopo aver dato un morso al panino. Come un pegno. Buono, commentava. E lo lasciava cadere nelle sue mani paffute. Lei mangiava senza far caso al morso. Si era sempre accontentata.

Non ce la faccio, cerca di capire, ripete Gaetano. Si alza, cammina un po’ avanti e dietro, panchina, giostrine, le mani in tasca. Ritorna, mentre lei è ferma al sole, come stordita. L’afferra per il braccio. Le sussurra nell’incavo del seno: “Ti amo ti amo ti amo”.

Lei lo allontana dolcemente. Pensa alla sua vita come a un panino morsicato. E ha voglia di ricomporre quel vuoto.

Stacca le mani di Gaetano dal suo braccio. – Non basta dire che mi ami tre volte di seguito. Dovresti agire. Non ne sei capace. Quindi, tira tu le somme.

Cammina veloce avanti a lui. La città è tranquilla a quell’ora. Senza rumori, senza traffico, senza sacchetti accumulati ai bordi dei marciapiedi. Le sembra, quel silenzio, l’unico regalo della giornata.

Arrivano fino al circolo Canottieri. Sul mare le vele ristanno fiacche. Non c’è vento. Solo un riflesso azzurrino, un’ombra di afa, che nasconde l’orizzonte. Lui ama la vela, ama il mare. Ama anche lei, ma solo il giovedì. Gli altri giorni è preso dal negozio, dalle aste, dalle stampe.
– Ho trovato un Piranesi. Rovine di antiche terme, con volte a cassettone perfette. Un cliente è disposto a pagarmi diecimila euro.

Lei pensa che per la prima volta da due anni non farà l’amore con lui. Non si chiuderà in quella casa in via Caracciolo per uscirne con l’ombra delle sue braccia a ricordo. Non vuole, non può. Sarà per la luce che le fa stringere gli occhi, di continuo, ma la sua vita la vede da vicino, come se fosse al microscopio. La tela è sempre accurata: linee rette, direzioni precise, ma a un certo punto le linee s’intersecano talmente tanto da diventare un groviglio. Ecco perché non andrà, gli comunica, perché non vuole più grovigli. La sua voce è tranquilla. Si perde nel silenzio della strada.

Dal Molosiglio a piedi, vicini, senza tenersi per mano, fino in piazza dei Martiri, dove alle sei normalmente si lasciano. D’inverno la luce è sparita, d’estate il cielo comincia ad azzurrarsi. Ci pensi, non ho mai visto un tramonto con te, continua Luisa. Penso che ne avrei diritto. Gaetano sorride. Non ti facevo tanto romantica, e le accarezza il viso con due dita.

Dagli scogli di via Caracciolo si tuffano due ragazzi. Sembrano, in quella luce, statue di oro puro. Si baciano nell’acqua, sulla bocca, a lungo. Lei distoglie lo sguardo.

Si allontana, frettolosa. Lui la raggiunge.

– Luisa, non essere arrabbiata con me. Mi dispiace moltissimo. Possiamo essere quello che siamo, per sempre. Io, tu, il nostro giovedì. Non va bene?

Non risponde, Luisa. Scuote la testa, mentre gocce di sudore le attraversano la schiena. A quell’ora, se fossero stati meno che accattoni d’amore, sarebbero dovuti stare all’ombra, nella loro casa dalle pareti spesse, nella loro stanza da letto, a rotolarsi di piacere.
Lui le chiede di accompagnarlo almeno in libreria, l’ha promesso alla sua amica, anche solo per un saluto. Forse è presto, dice lei. Forse è tardi, risponde lui e la guarda fisso, con quegli occhi di ghiaccio. Ecco dove ho già visto la medusa, rimugina lei, e si arrotola i capelli neri in un nodo sul collo.
– E se non volessi venire?
– Ma dai, non rendiamo le cose complicate. E poi Carolina ti piacerà.
Lo segue. Vuole capire come si fa a dire addio a una passione.
Via Toledo è un nastro di fuoco. Camminano in fila indiana, in un avanzo di ombra.

Carolina è una donna minuta, dai capelli nerissimi, corti, il naso stretto e dritto. È sarda, sussurra Gaetano. Sta preparando il rinfresco: birre e bibite nel ghiaccio, noccioline, pizzette. Al loro ingresso lascia tutto sulla mensola scura. Sorride.- Sei venuto per primo!

Gaetano è abile a scostarsi dal suo abbraccio. Le fa un cenno. Dietro c’è Luisa. Presenta l’una all’altra come “le sue più care amiche”. Luisa guarda Carolina, che guarda Luisa. Si capiscono, in un battito. Hanno entrambe gli occhi larghi. Da’ uno sguardo, dice Gaetano a Luisa. Magari c’è qualcosa che t’interessa, Carolina ha sempre avuto libri particolari. Luisa si guarda in giro. La libreria è quadrata, arredata con mobili di noce, alti e spaziosi come armadi privi di sportelli. I libri sono in doppia fila, divisi per autore. Ritrova certe edizioni antiche di Proust, “Malinconica villeggiatura” ancora con le pagine intonse, e Austen, Woolf, Faulkner, Amos Oz, Wharton, Mansfield, Brodskij, Gadda, Bertolucci, De Cespedes, Ortese, Munro.

Luisa tocca, sfoglia, annusa, legge qualche pagina, le accarezza, poi li ripone.

Infine sceglie “Fondamenta degli incurabili” di Brodskij. Si avvicina al banchetto di noce ricoperto da una stoffa bianca ricamata in rosso, che Carolina usa come cassa.

– Perché chiude? La sua libreria è così accogliente. Sembra uno studio di casa – chiede Luisa.
– Perché in questa città le librerie come la mia non hanno futuro. All’inizio grandi apprezzamenti per il mio coraggio d’imprenditrice. Poi il vuoto. Poi promesse di aiuto che non sono state mantenute. E ora sono in debito, e non solo con la vita – risponde Carolina. Ha una voce schietta, giovane.
– E non si sente tradita da chi le ha fatto le promesse? – continua Luisa. E fissa Gaetano, che apre e chiude libri d’arte, facendo finta di non sentire.
– Mi sento ingannata. Ma forse mi sono ingannata da sola, non volendo vedere la realtà per quella che è.

Lui si allontana. Dice che deve fare una telefonata urgente. Luisa non lo ascolta. Fissa Carolina. Le sue rughe alla fronte. Gli occhi scuri che ragionano.
– E adesso che farà?
– Mi trasferisco in Sardegna. Madrepatria.
– Non sono mai stata in Sardegna.
– Venga a trovarmi, la porto tra pietre e sugheri, in un paese che non dimenticherà per com’è mosso da mille carezze.
Intanto, con le sue piccole mani ossute, sistema i fiori: orchidee, violacciocche, nasturzi in una brocca bianca.
– Quando ero bambina e il vento scendeva dal bosco, con un suono che sembrava l’ululio di un lupo, mia madre diceva “Ecco arrivare mille carezze!”. Mi stringeva forte e mi copriva la testa con le mani.
– A volte basterebbe una sola carezza, per consolarci.
Luisa ha le braccia incrociate sulle spalle, come un angelo fermo.
– Parto alla fine del mese. Venga. Possiedo una grande casa vuota che mi aspetta. Le piacerà.
– Dice davvero? Se insiste, vengo sul serio.
Avranno di che parlarsi, pensa Luisa mentre riceve da Carolina un bigliettino da visita. Lo ripone in una tasca interna della borsetta.

Lui guarda l’orologio. Dice che deve andarsene. Abbraccia Carolina. Le sussurra in bocca al lupo. Luisa paga il libro, non vuole incartarlo. Mostra il biglietto da visita. La chiamo tra qualche giorno.
Ci conto, risponde l’altra e l’accompagna fino alla porta.

Fuori, sul marciapiede appena più affollato di prima, Gaetano si avvicina a Luisa. Tenta un abbraccio. Luisa si sottrae. Non vuole il suo corpo. Non vuole più vivere come una talpa al suo fianco. Lui le promette. Ancora. Lei si mette le mani sulle orecchie. Gli restituisce gli occhiali da sole. Ora guarda dritto, avanti. Il libro ha pagine ingiallite.

Chiudere una libreria. Chiudere un amore. Non è poi tanto diverso, pensa.

Lui la segue, la afferra per un braccio. Lei cammina avanti, il libro stretto tra le mani. Luisa va veloce, tanto veloce, con le sue scarpe nere. Sfiora passanti sudati, passeggini dove bambini scalzi mezzi addormentati ciucciano il pollice, bancarelle di borse false, fasci di fiori con un biglietto trattenuto da una mollettina rossa, senza accorgersi che lui, stanco di correrle dietro, lascia all’improvviso il suo braccio per entrare in un palazzo con un giardino di banani sullo sfondo. Bisogna sforzarsi di credere alle promesse del vento, sta pensando Luisa e continua a camminare su, fino a piazza Dante e ancora più su, fino al Museo, senza sentire stanchezza nelle gambe, ma solo desiderio di andare.

Quando anche lei si ferma e si volta, vede luce morbida, su via Toledo. A quell’ora si posa sulla città e l’avvolge, come una carezza.

 
 
 

Emilia Bersabea Cirillo vive e scrive ad Avellino. Ha pubblicato la raccolta di racconti Fragole (Filema, Napoli 1996), Il Pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Filema, Napoli 1999), Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), finalista al Premio Chiara 2002, i romanzi L’ordine dell’addio (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea, e Una terra spaccata (Edizioni San Paolo, Milano 2010), vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata. Del 2013 è il suo libro di racconti Gli incendi del tempo (Et-al edizioni, Milano).

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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18 comments

  1. La scrittura di Emilia, delicata come la carezza del titolo del racconto, ci guida con maestria attraverso le sfaccettature dei sentimenti…Napoli fa da sfondo, con le sue contraddizioni e la sua meraviglia.
    Brava Emilia, ti leggo sempre con immenso piacere!

  2. …”chiudere un amore” come “chiudere una libreria” che è un’altra forma di amore. Geniale. E intenso come sempre: l’intelligenza affilata come una lama d’acciaio purissimo di Toledo è la cifra stilistica di Emilia, fine indagatrice dell’animo umano, dei suoi vuoti e delle sue disillusioni. La banalità del male (che è sempre superficiale, ci ricordava Arendt, mentre solo il bene è profondo), gli inganni e disinganni delle passioni, l’ineffabile complicità delle atmosfere e degli ambienti tratteggiati con asciutta maestria si intrecciano in questo racconto che sembra narrare una storia adulterina uguale a tante altre nella quale irrompe, tuttavia, l’inaspettato. E il sogno. In forma di libro e di donna, ma anche di madrepatria e ricordi e speranze palingenetiche. Magistrale, racchiudere in una manciata di parole tante suggestioni, in rimandi ed evocazioni infinite… Grazie, cara Emilia, per il tuo impegno nella scrittura con la “s” maiuscola: vera carezza alle nostre intelligenze emotive. Oltre le mode, le logiche di mercato, i conformismi stucchevoli. Seguendo, semplicemente, la propria voce (e necessità interiore).

  3. Mi piace l’equilibrio tra il sentimento interiore e l’oggettività della situazione, la parzialità non lacrimosa (nonostante qualche lacrima) dello sguardo femminile, la rassegnazione tormentata ma al tempo stesso già distante.

  4. Ciao Emilia, finalmente riesco a scriverti due righe sul tuo racconto che ho letto d’un fiato stamattina. Non c’è bisogno che ti dica che è bello, lo sai già. Quello che ci tento invece a notare è che ci sei tutta dentro, tu come scrittrice intendo. Le piccole notazioni, i trasalimenti, le intermittenze del cuore, la sapienza dei dettagli concreti e materiali, l’intreccio tra “dentro” e fuori”, tra paesaggio e personaggi… ti ho ritrovata tutta in quelle brevi pagine. E una Napoli che mi è rimasta negli occhi e nel cuore, una Napoli del ricordo. Un abbraccio pieno di ammirazione e stima. Smack.

  5. Come sempre la tua scrittura sa creare una rete sotterranea
    di corrispondenze che rendono la trama compatta,compiuta neconvincente
    fino al precipitare finale delracconto.
    Buon lavoro.
    Franca

  6. Cara Emilia, conosco bene i profumi e l’atmosfera del bar che fa da sfondo a certi incontri. Ne ho visti tanti di incontri così. La storia potrebbe essere una delle tante, ma tu hai saputo renderla particolare e unica come solo una donna e una scrittrice come te può fare. Una donna conosce quello che prova un’altra donna ad essere solo un ripiego, una parentesi senza impegno nella vita di un uomo sposato, e lo dimostra l’incontro tra Carolina e Luisa. Se si può chiudere una libreria, si può chiudere anche un amore. Luisa è stata coraggiosa, ha capito che doveva andare via, non tutte le donne che vivono certe situazioni lo sono. Chiude un amore e tiene il libro. Un libro può farti sognare senza farti del male, la vita prima o poi ti sveglia dal sogno. Grazie, Emilia, mi è piaciuto molto. Complimenti, come sempre.

  7. ” A volte basterebbe una sola carezza per consolarci”. Come sempre Emilia Bersabea Cirillo coglie i dettagli dilatando il tempo con un infilata di parole che diventano serti di perle; serti non collane, perché in quel che sembra un lago terso la sua prosa rileva il fondo torbido e il limo fertile. E’ SEMPRE UNA EMOZIONE LEGGERTI, EMILIA.

  8. Splendido. Di una tristezza struggente. Anche le cose e il paesaggio partecipano a questa tristezza. Una città assolata e silenziosa, quasi disabitata ad accentuare la solitudine di Luisa. Una donna dolce, romantica, deliziosa. Gaetano è invece superficiale, vanesio, infantile (uno stronzo). C’è in Luisa la stessa dolce tristezza e rassegnazione di Adriana de “Gli incendi del tempo”. Donne meravigliose che nella vita hanno ricevuto una sola rara e indimenticabile “carezza”.

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