La battaglia come esperienza interiore

 

 

La battaglia come esperienza interiore (Piano B Edizioni, 2014, nella traduzione di Simone Buttazzi) è un breve saggio in cui Ernst Jünger descrive la propria esperienza nella fanteria tedesca durante la prima guerra mondiale.

Il libro, unico testo di Jünger finora inedito in Italia, è una cruda testimonianza della guerra di trincea; ma soprattutto è un’esaltazione della violenza umana (o meglio, virile), che trova il suo più completo dispiegamento in battaglia: “Nella lotta, nella guerra che lacera ogni intesa umana come gli stracci di un mendicante, l’animale emerge dal fondo dell’anima a mo’ di mostro misterioso e s’imbizzarrisce, fiamma divoratrice, vertigine irresistibile che seduce le folle, divinità che troneggia sugli eserciti” (p. 20).

La battaglia come esperienza interiore, tutto scritto con questo stile eccitato, è un libro disturbante, nel quale senza la minima perifrasi Jünger si mostra in più punti razzista, misogino, superficialmente patriottico (laddove il nemico è esaltato, lo è solo perché portatore di quella ferinità che secondo l’autore sarebbe il carattere distintivo di ogni prode).JUNGER

La morte è corteggiata così di frequente, da far pensare all’intero libro come un unico, ininterrotto esorcismo: “Coraggio significa farsi inchiodare, da soli, alla croce della propria missione, coraggio significa professare fede in quel che si pensa, per ciò in cui si è combattuto e caduto, anche esalando l’ultimo respiro con un ultimo guizzo nervoso. Al diavolo quest’epoca che ci vuole privare del coraggio e degli uomini!” (pp. 66-67).

Ma perché queste pagine infervorate, sempre a filo di retorica, sanno appassionare il lettore? A mio parere perché ci restituiscono, con impressionante sincerità, una vicenda umana costantemente proiettata verso il limite.

Limite a cui non ci si può avvicinare col ragionamento, a prescindere dal suo grado di raffinatezza, bensì con la sola esperienza: “Ci scagliamo sull’obiettivo finché non assaporiamo il trionfo o restiamo sul campo. L’arte della lotta, l’impegno della singola persona, fosse anche per la più minuscola delle idee, conta più di qualsiasi lambiccamento sul bene e sul male” (p. 101).

Ecco che allora gettarsi in battaglia perde l’aspetto deteriore di celebrazione di sé o della nazione di appartenenza, ma ci appare come un’esperienza estrema, irrelata, estranea a ogni compromesso o vincolo, al pari dell’estasi mistica: “Ancora un’ultima cosa: l’estasi. Questo stato della persona santa, del grande poeta e del grande amore è proprio anche del grande coraggio. In essa, l’umanità viene invasa da tale entusiasmo da fare ribollire il sangue nelle vene, da farlo spumeggiare nel cuore. È un’ebbrezza superiore a qualsiasi ebbrezza, uno scatenamento che spezza ogni vincolo. È una corsa a rotta di collo senza scrupoli né limiti, paragonabile solo alle forze della natura. Nell’estasi, l’uomo è come una tempesta scrosciante, come il mare in burrasca, come il tuono. Si fonde nello spazio, corre verso gli oscuri cancelli della morte come il proiettile verso l’obiettivo. E quando le onde buie si rovesciano su di lui, la coscienza del trapasso è ormai lontana. È un flutto che si lascia risucchiare dal mare” (pp. 73-74).

Allora, forse, vivere senza risparmio né riparo significa ingaggiare il più drammatico dei conflitti, quello con la propria finitudine: “Si muore con la speranza che il mondo migliori e nell’ultimo sussulto si coglie la fuggevolezza di fondo della nostra folle corsa tra le cose e le persone. La gran serata, l’annullamento, l’oblio, morire e risorgere nell’eternità, dallo spazio definito all’infinito, dall’individualità a quella grandezza che ha in grembo ogni cosa” (pp. 135-136).

 

 

Annunci

One comment

  1. Vi leggo il bisogno umano di “sentirsi vivi” nel senso di spendersi fino all’ebbrezza del limite con la passione che spinge oltre il confine razionale. Il punto non è il come ma il perchè. Tanto più la guerra è un massacro brutale tanto più l’uomo ha due possibilità: o fugge disperato, sentendosi perdente e soppraffatto, o l’affronta con tutto se stesso giocando la sua vita, convinto di spenderla al meglio ( se non altro si illude di aver fatto la scelta giusta perchè l’energia che lo governa lo fa sentire protagonista). Pochi riescono ad investire pensiero ed azione per andare controcorrente con efficacia. Mi permetto una considerazione di parte : una donna non avrebbe mai investito le sue energie in un fine così aberrante, esaltandosi sulla forza fisica del coraggio, perchè prima sceglie la priorità di senso e comunque sempre la vita.
    Molto efficace e stimolante la presentazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...