Scompartimento n. 6

 
 
 

 226_altaIn Scompartimento n. 6 di Rosa Liksom, tradotto dal finlandese da Delfina Sessa (la quale firma una assai preziosa postfazione) e pubblicato da Iperborea nel 2014, a muovere la narrazione è l’attraversamento di un vasto spazio geografico, mai separato dagli invisibili luoghi interiori di ciascuno dei due personaggi.

Accanto alla rappresentazione della Russia alla vigilia del crollo dell’Unione Sovietica negli anni ’80 del Novecento – un paese guardato dallo scompartimento di un treno, durante le soste nei villaggi e intuito dall’incarnazione che ne offre il protagonista maschile –, ciò che tiene lo sguardo legato alla pagina è di certo il rapporto tra le due figure, un personaggio interno, che si allontana dal proprio passato, e un altro esterno, pronto a dirsi, a confessarsi, a esprimere pensieri ed esperienze vissute.

Una giovane studentessa finlandese, che appare nel corso di tutto il romanzo come una presenza muta non delimitata da un nome, ascolta infatti il monologo del suo compagno di viaggio, il russo Vadim.

I ricordi non pronunciati della donna, che il lettore ripercorre attraverso le parole del narratore, e il discorrere a tratti irrefrenabile dell’uomo, si innestano nella descrizione del paesaggio tra Mosca e la Mongolia, fino a Ulan Bator, lungo la Transiberiana.

Ciò che sorprende e avvince maggiormente di questo romanzo è di certo la sapiente creazione di una atmosfera di incessante sospensione, incertezza, attesa tra le due figure. Nel corso della lettura ci si aspetta di essere testimoni dell’accadimento finale, della (ri)soluzione del rapporto tra l’uomo e la giovane.

Si assiste alla sopraffazione, alla violenza, alla dissipazione, all’entusiasmo, all’impeto dell’uomo e al contempo alla sopportazione della giovane, chiusa nei suoi ricordi, che, pur difendendo il proprio silenzio e la propria persona in ogni modo, deve rassegnarsi alla vicinanza del rude compagno di viaggio.

Senza che mai si verifichi uno scontro definitivo, i pochi momenti di possibile o reale vicinanza tra i due, si alternano al lento logorare del viaggio, al distacco, al silenzio e alla distanza insopprimibile, a quell’irraggiungibilità di ciascun vivente che fa dei due personaggi delle individualità distinte.

Nella contrapposizione tra la claustrofobia del vagone (“L’aria nello scompartimento era umida, satura del vapore denso e pesante del tè in continua ebollizione”, p. 122) e la vastità dello spazio, del paesaggio che si apre al di fuori del convoglio (“La foresta dilaga […]. Il treno si immerge nella natura, avanza pulsando attraverso il paese innevato, deserto”, p. 99, p. 166, e con qualche modifica, p. 142 e p. 180; “Il treno avanzava sferragliando attraverso la taiga eterna, le sue immensità selvagge sepolte sotto la neve, le alture dalle cime imbiancate. Ai confini della vasta pianura, catene di montagne si stendevano a perdita d’occhio”, p. 150), le due figure mostrano l’irriducibilità dell’umano all’immobilità delle regole, delle norme, delle convinzioni, delle previsioni, delle aspettative.

Il russo Vadim, dal corpo scolpito e dalle “mani grandi e forti” (p. 14), è ora aggressivo, violento, prigioniero dell’alcol, misogino, disperato e bruto, ora gentile e pieno di cure e attenzioni (“[…] l’uomo si impadronì del suo walkman e si rifiutò di restituirglielo. «Non puoi andartene sola. Non te lo permetterò, finiresti mangiata da Novosibirsk. Andiamo insieme. Mi occuperò io di tutto», p. 69; «Il tuo giudizio non mi interessa. Per me non sei altro che acqua di fogna». Calò il silenzio. Lei deglutì. «Perdona questo sciocco, piccola», la pregò dopo un po’ in tono di sincero pentimento”, p. 117); la studentessa che ama al contempo Mitka e sua madre Irina, appare come una mite creatura impaurita e indifesa e insieme capace di avvelenare un proprio simile, di odiare (“La ragazza abbozzò un mezzo sorriso, una sorta di freddo cenno di riconciliazione e tornò nello scompartimento. Rovistò nella borsa ed estrasse una bottiglietta di acetone per unghie, lo vuotò nel bicchierino di vodka del suo compagno e si avvoltolò nella cuccetta. Il suo sorriso stile Gagarin le piaceva”, p. 57; “La ragazza non aveva che un pensiero: odiava quell’uomo”, p. 67).

Instabile e sempre in bilico è dunque il legame che lungo il viaggio si crea tra di loro: agli occhi della giovane, Vadim risulta a volte ripugnante (“Aveva la faccia rossa e lo sguardo talmente pesante che lei non lo resse e si girò dall’altra parte”, p. 93) eppure il corpo dell’uomo si presenta talora gradevole e una parte indefinibile di lui è addirittura sentita quasi affine (“Nessuno le aveva mai parlato in quel modo. Eppure riconosceva in quell’uomo, nella sua rozzezza, nel modo di strascicare le parole, nel sorriso, nel suo tenero sguardo sprezzante, un che di familiare”, p. 23; “Lei rimase a guardarlo ronfare nel sonno. C’era qualcosa in lui. Forse erano le orecchie a sventola. Il modo di tenere il coltello. L’addome piatto e muscoloso.”); da parte dell’uomo, la studentessa è oggetto di turpe desiderio sessuale, quando egli è in preda all’alcol. Contemporaneamente, ella è un essere che evoca in lui persino tenerezza (“[…] posando paternamente la mano sopra quella della ragazza e stringendogliela”, p. 148).

E una volta fuori dallo scompartimento n. 6, anche le consuetudini di quell’equilibrio apparente tra i due protagonisti si modificheranno sul finire del viaggio, allorché sarà lei a parlare e lui l’ascolterà, facendole persino un dono inaspettato che sembrerà sancire l’avvenuta iniziazione della giovane, “pronta ad accettare la vita” (p. 220).

Questo romanzo crudele e spietato, ricco di immagini, di vere e proprie pitture di paesaggi, di citazioni letterarie, di visioni di un tempo passato ma mai concluso, di invisibile, fa vivere al lettore il movimento (“Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri”, p. 14; p. 64; p. 142; p. 166; p. 180).

Il puro movimento è forse il motivo centrale di questa scrittura, la sua anima; più che un susseguirsi di eventi, esso è qui storia di un paese e di un popolo e anche viaggio attraverso di questi, è inesauribile succedersi di passato e presente, è mutamento più o meno repentino dell’animo e del comportamento umano, è contraddizione irresolubile dell’essere.

Un romanzo, questo, costituito di ricordi, discorsi e descrizioni, che si fondono gli uni negli altri.

Il movimento è moto disturbante fino a commuovere, quando si fa eloquio brutale e disperato dell’uomo, ed è inquietante percorso, allorché si dà nell’insistente e ossessivo ricordare della giovane.

La sospensione data dal movimento – quest’ultimo inteso anche nell’essere andamento di una scrittura che guarda all’indietro ed è protesa al contempo in avanti, come l’avanzare del treno (reso, mediante le personificazioni, quasi pari a un vivente) con le sue soste – va oltre il lieto fine del romanzo, eccede la formazione compiuta dei personaggi al termine del viaggio, la conoscenza acquisita, come se l’essere umano, limitato nello spirito e nel corpo, non potesse trovare mai una definizione, una forma definitiva al proprio essere (l’avere un limite non è infatti una risposta, una conclusione), ma fosse spinto nel tempo, a farsi tempo, a subire il tempo e a dominarlo in una costante lotta nell’impossibilità di uscire dal ritmo, che anche fisicamente segna e determina l’uomo.

Lo spazio dello scompartimento è il perpetuo stare in cui l’animale umano si dibatte, si imbatte nel proprio simile, mentre è trascinato a vivere nel viaggio.

In questo libro si fa esperienza di una continua perdita non di ciò che è oggetto o parte, ma di una generale condizione di possibile rifugio, di riparo, di durata, pur nella ripetizione e nella coincidenza che ogni singolo e nuovo allontanamento e ciascun abbandono esprimono rispetto all’aver già lasciato, al lasciare incessante che il vivere comporta.

Nel corso del romanzo – all’interno del quale le iterazioni testuali disseminate e nascoste portano alla mente le formule dell’epica –, ogni qualvolta il treno lascia una città e una stazione, si legge per alcune righe l’elenco dei luoghi, delle cose, delle figure da cui il viaggiatore si separa, come in un lungo ritornello che all’apparenza rassicura ma inevitabilmente rinnova un malinconico dolore: “Si allontana…”; “Questa è ancora…”; “Questa non è più…”.

 
 
 

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One comment

  1. Affascinante presentazione di un viaggio , visto da uno scompartimento del treno, in una relazione che si snoda nel tempo e nello spazio limitato, in contrapposizione con una realtà esterna che offre ampio respiro, quasi una ventata di ossigeno ai protagonisti.
    Complimenti! Veramente magistrale.

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